PIC - Infopal - 23/7/2018 - 39 gruppi ebraici di tutto il mondo hanno difeso il movimento Boicott, Disinvestment and Sanctions (BDS) in una lettera aperta pubblicata di recente. I gruppi ebraici, di sinistra, provenienti da Svezia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Belgio, Germania, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, USA, Argentina, Brasile, Canada, Australia, Sudafrica e altri Paesi, hanno affermato che “il BDS non dovrebbe essere definito antisemita”. “Come organizzazioni di giustizia sociale di tutto il mondo, scriviamo questa lettera con crescente apprensione a causa degli attacchi alle organizzazioni che sostengono i diritti palestinesi in generale e in particolare il movimento nonviolento Boicott, Disinvestment and Sanctions (BDS). Questi attacchi prendono troppo spesso la forma di ciniche e false accuse di antisemitismo che confondono pericolosamente il razzismo anti-ebraico con l’opposizione alle politiche di Israele e al sistema di occupazione e di apartheid.

“Viviamo in un’epoca spaventosa, con un numero crescente di regimi autoritari e xenofobi in tutto il mondo, prima fra tutti l’amministrazione Trump, che si allea con il governo di estrema destra di Israele, facendo causa comune con gruppi e partiti profondamente antisemiti e razzisti della supremazia bianca”. I 39 gruppi hanno affermato che “dalle nostre storie siamo fin troppo consapevoli dei pericoli di governi e partiti politici sempre più fascisti e apertamente razzisti”. La loro lettera sottolinea che “è più importante che mai distinguere tra l’ostilità o il pregiudizio contro gli ebrei da una parte e le critiche legittime alle politiche israeliane e al sistema di ingiustizia dall’altra”. La lettera afferma anche che “la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che viene sempre più adottata o considerata dai governi occidentali, è formulata in modo tale da essere facilmente adottata o considerata dai governi occidentali per equiparare intenzionalmente le critiche legittime a Israele e la difesa dei diritti dei Palestinesi con l’antisemitismo, come mezzo per sopprimere le prime. “Questa combinazione mina sia la lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza, sia la lotta globale contro l’antisemitismo. Serve anche a proteggere Israele dall’essere ritenuto responsabile del rispetto degli standard universali dei diritti umani e del diritto internazionale”, si legge nella lettera. Le organizzazioni che hanno firmato la lettera includono Academia4equality (Israele), Boycott from Within (cittadini israeliani per BDS), Coalition of Women for Peace (Israele), Collectif Judéo Arabe e Citoyen pour la Palestine (Francia), Dayenu: Ebrei neozelandesi contro l’occupazione (Nuova Zelanda), Een Ander Joods Geluid (Una diversa voce ebraica) (Paesi Bassi), Een Andere Joodse Stem – (Una diversa voce ebraica) (Fiandre, Belgio), European Jews for a Just Peace, and Free Speech on Israel (Regno Unito). Traduzione di Edy Meroli


Fonte: middleeastmonitor.com

Invictapalestina.org

https://www.controinformazione.info/

Lug 19, 2018

 

L’Irlanda ha proposto il Boicottaggio di Israele

di Kamel Hawwash

Traduzione di Simonetta Lambertini

 

La decisione dell’Irlanda di avanzare la proposta di boicottaggio potrebbe essere il punto di svolta per la giustizia per la Palestina.

 

Il popolo palestinese ha bisogno di qualche buona notizia per tirarsi su il morale in un momento estremamente difficile nella sua lotta per libertà, giustizia e uguaglianza.

 

Ci sono state poche buone notizie, in particolare da quando il presidente degli Stati Uniti Trump è entrato in carica, ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d’Israele, ha spostato l’ambasciata americana da Tel Aviv a tempi da record, ha tolto fondi all’UNRWA e fatto trapelare il suo “definitivo accordo” per risolvere il conflitto che mostra di non poter essere accettato dal popolo palestinese.

 

I palestinesi a Gaza continuano a marciare verso la recinzione che li separa dai loro occupanti per chiedere che venga loro concesso di tornare pacificamente alle proprie case dall’altra parte. Il loro sforzo pacifico ha incontrato una forza brutale che ha provocato oltre 130 morti, colpiti per lo più da cecchini israeliani, e oltre 10.000 feriti – alcuni dei quali hanno subito ferite orrende mentre altri hanno perso gli arti.

 

La maggior parte dei governi occidentali ha espresso preoccupazione per il livello di vittime, ma nessuno ha agito in modo tale da inviare un messaggio forte a Israele perché si astenga dalle sue azioni omicide. Come in precedenti episodi di aggressione israeliana, si è stato lasciato che fossero le persone comuni di tutto il mondo a dimostrare solidarietà con i palestinesi, sapendo che il vero cambiamento nel comportamento israeliano verrà solo quando saranno i governi ad agire, traducendo le parole in reale pressione su Israele.

 

La maggior parte delle potenze occidentali, tra cui il Regno Unito e altri paesi dell’UE, si è nascosta dietro lo stancante e inefficace “siamo contrari ai boicottaggi perché non aiutano quando cerchiamo di portare le due parti attorno al tavolo dei negoziati”. In altre parole, non hanno avuto il coraggio di chiamare gli ambasciatori di Israele per dire, senza mezzi termini, che se Israele non avesse fermato la violenza e le sue politiche illegali, avrebbe dovuto affrontare sanzioni.

 

La recente escalation nella demolizione di proprietà palestinesi, che prende di mira in particolare i beduini palestinesi in quella che Oslo definisce “Area C”, ha portato a grida di malcontento ma nessuna azione. Il segnale più vigoroso che il Regno Unito ha potuto mandare, ad esempio, è stato un avvertimento: se il villaggio beduino di Khan Al-Ahamr dovesse essere demolito e i suoi residenti trasferiti con la forza, ciò potrebbe rappresentare un crimine di guerra. Fino a questo momento, il villaggio ha avuto una breve tregua mentre i tribunali israeliani hanno rivisto la decisione che consente la demolizione, ma l’aspettativa è che Israele demolirà presto il villaggio.

 

La demolizione di Khan Al-Ahmar è legata all’impresa di insediamenti, che Israele usa per serrare la presa sui territori palestinesi occupati (TPO). La comunità internazionale considera gli insediamenti “illegali secondo il diritto internazionale”.

 

Stranamente, questa posizione non ha portato a quello che i palestinesi e i loro sostenitori vedono come la sua logica estensione, cioè anche al commercio con gli insediamenti illegali. Le merci e i prodotti provenienti dagli insediamenti hanno avuto pochi problemi nel loro percorso verso il mercato dell’UE. La più forte azione intrapresa per distinguere i prodotti provenienti dagli insediamenti e quelli dalle aree israeliane internazionalmente riconosciute è stata quella di etichettarli, fornendo così ai consumatori informazioni su cui basare la loro decisione di acquistare o rifiutare i prodotti. Quale sia stato l’impatto sul terreno è difficile da valutare. Tuttavia, è ragionevole concludere che ha fatto poca o nessuna differenza dal momento che Israele non ne ha risentito.

 

Recentemente, Human Rights Watch ha riferito che le banche israeliane “traggono profitto” dagli insediamenti illegali in quanto “aiutano a sostenerli, mantenerli ed espanderli” attraverso “il finanziamento della loro costruzione nella Cisgiordania occupata”.

 

In realtà, il cambiamento arriverà solo quando i governi inizieranno a esercitare una vera pressione su Israele, che potrebbe passare attraverso una nuova valutazione dei rapporti con esso, magari riducendo la rappresentanza diplomatica come ha fatto il Sudafrica, o imponendo sanzioni quando agisce illegalmente. L’iniziativa degli insediamenti è un caso aperto e chiuso. Sono illegali e il commercio con loro li sostiene e dovrebbe finire per aiutarne lo smantellamento, se quei governi vogliono veramente la pace.

 

Quasi tutti i governi occidentali vedono i boicottaggi, compresi quelli degli insediamenti illegali come inutili e in alcuni paesi quanti promuovono il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) hanno affrontato ostilità, sono stati accusati di antisemitismo e sforzi per attuare i boicottaggi delle società che sono complici nell’impresa di insediamento sono stati attaccati, come nel Regno Unito. Stranamente, questi stessi paesi dicono che gli insediamenti stanno “nuocendo” alle possibilità di una soluzione a due stati, sono un “ostacolo alla pace” e nel caso dell’area E1, che fornisce il solo accesso a Gerusalemme Est per i palestinesi, “infligge un colpo fatale” alla soluzione dei due stati.

 

Se il mondo vuole seriamente aiutare a porre fine al conflitto, allora i governi devono agire. L’UE può svolgere un ruolo in questo ma si rifiuta di farlo. E’ stato quindi lasciato ad uno dei suoi membri più piccoli, l’Irlanda, di dare prova di leadership e a un coraggioso senatore indipendente, Frances Black, di portare in Senato un progetto di legge che vieta l’importazione di beni dagli insediamenti.

Sotto la pressione di Israele, il governo irlandese, che non appoggia il boicottaggio, ha rinviato un tentativo iniziale di portare il progetto di legge in votazione nel gennaio di quest’anno. Tuttavia, l’11 luglio è stato discusso e approvato il progetto di legge “Controllo delle attività economiche (territori occupati) 2018”. L’esito del voto è stato di 25 voti favorevoli, 20 contrari e 14 astenuti. Anche se c’è ancora un certo numero di passaggi da superare prima che diventi legge, questo spiana ora la strada all’Irlanda perché diventi il primo paese dell’UE a vietare l’importazione di prodotti dagli insediamenti israeliani illegali a Gerusalemme e in Cisgiordania.

 

La risposta di Israele è stata quella che ci si aspettava. Il suo ministero degli Esteri si è scagliato contro l’Irlanda dopo l’approvazione del disegno di legge, affermando che “il Senato irlandese ha dato il suo sostegno a un’iniziativa populista, pericolosa ed estremista di boicottaggio anti-israeliano che intacca le possibilità di dialogo tra Israele e palestinesi”. Ha inoltre affermato che la legge “avrà un impatto negativo sul processo diplomatico in Medio Oriente” e che “danneggerà il sostentamento di molti palestinesi che lavorano nelle zone industriali israeliane colpite dal boicottaggio”.

 

Il capo negoziatore palestinese, Saeb Erekat, si è congratulato con l’Irlanda sulla decisione di approvare la legge, affermando che egli ha voluto

“estendere il nostro sincero apprezzamento al Senato irlandese per aver difeso il principio di giustizia approvando questa storica mozione che vieta il commercio con gli insediamenti colonici israeliani illegali nella Palestina occupata.”

 

È importante che ora il governo irlandese ascolti il popolo irlandese e si impegni a sostenere questo disegno di legge, poiché sostiene effettivamente la soluzione dei due stati e condanna l’illegalità della politica degli insediamenti nel conflitto. Se lo fa e riesce a superare con successo le difficoltà legali che questo può comportare, allora l’Irlanda, un’amica del popolo palestinese, potrebbe essere il paese pioniere che inizia a dare giustizia al popolo palestinese e pace tra israeliani e palestinesi. Ovviamente subirà le pressioni di Israele, della sua forte lobby e persino dell’UE perché trovi un modo per tirarsi indietro dall’attuazione di un boicottaggio etico di un’impresa illegale. Tuttavia, deve rimanere saldo e ricordare che gli altri non hanno alcuna politica credibile per risolvere il conflitto, compresi gli Stati Uniti. Israele ha avuto decenni di pacificazione e non ha dovuto fare i conti con le sue violazioni del diritto internazionale. È tempo che inizi la pace.

 

L’Irlanda potrebbe fornire il necessario punto di svolta al quale altri potrebbero guardare, specialmente l’UE, che in passato ha parlato tanto per parlare, ma non ha mai camminato lungo la strada che dà giustizia al popolo palestinese.

 

Per quanto riguarda Israele e i suoi vergognosi sostenitori nei suoi sforzi illegali, il conto alla rovescia verso la fine dell’impresa di insediamenti illegali è iniziato a Dublino l’11 luglio. Il tempo sta per scadere.

 

 

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