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27 gennaio 2019

 

«Voglio scrivere canzoni a tre dimensioni»

David Bowie intervistato da William Burroughs

 

Interpellato dallo scrittore della beat generation William Burroughs, più che un’intervista, quella al Duca Bianco ha più il sapore una lunga chiacchierata sulla musica, l’amore e l’arte. Dove entrambi scoprono di avere molto in comune

 

Se è vero che ogni uomo vive molte vite durante la sua esistenza, quelle di William Burroughs sono state di più. Un percorso composto di ombre e misteri, ma che Burroughs ha costellato continuamente di confessioni pubbliche, colloqui con la stampa, partecipazioni a tavole rotonde e registrazioni radiofoniche. Lui, che notoriamente «odiava rilasciare interviste». Curata dal critico Sylvère Lotringer, la raccolta delle Interviste di William Burroughs è una vera e propria controstoria privata del secondo Novecento americano, raccontata in presa diretta dalla viva voce di uno dei suoi più provocatori protagonisti: dalle conversazioni con i sodali di sempre Allen Ginsberg, Gregory Corso e Brion Gysin agli incontri memorabili con David Bowie, Tennessee Williams, Christopher Isherwood e Patti Smith. Risposta dopo risposta, battuta dopo battuta, Burroughs ci conduce negli abissi della sua anima tormentata e delle sue inquietanti visioni lisergiche, costringendoci a guardare in faccia, in un incubo senza fine, i centopiedi giganti, i poliziotti Nova, gli Esaminatori e i Moscibecchi che ancora oggi abitano la nostra società.

Intervista a David Bowie ne Interviste di William Borroughs (Il Saggiatore)

 

Londra, 1974

William Seward Burroughs non è una persona loquace. Una volta, durante una cena, si è messo a fissare due microfoni pronti a cogliere il più piccolo rumore delle sue mandibole e ha detto: «Non mi va di parlare, e non mi vanno i chiacchieroni. Come Ma Barker. Avete presente, Ma Barker? Be’, è quella che diceva sempre: “A Ma Barker non va di parlare, e non le vanno i chiacchieroni”. E se ne stava seduta lì, con la sua pistola».

Pensavo a questo, e alla misteriosa personalità di David Bowie, mentre un tassista irlandese portava Burroughs e me a casa di Bowie, a Londra, il 17 novembre 1974. Avevo trascorso le ultime settimane a organizzare questa doppia intervista. Avevo comprato e fatto avere a Bowie tutti i romanzi di Burroughs: Pasto nudo, Nova Express, Il biglietto che esplose e gli altri. Lui aveva avuto il tempo di leggere solo Nova Express. Dal canto suo, Burroughs aveva ascoltato appena due canzoni di Bowie, Five Years e Starman, sebbene avesse letto tutti i suoi testi. Ed entrambi si erano detti interessati a incontrarsi.

La casa di Bowie è arredata in maniera fantascientifica: un gigantesco dipinto, opera di un artista a metà tra Salvador Dalí e Norman Rockwell, sta appeso sopra un divano di plastica. Davvero in contrasto con il semplice appartamento di Burroughs, due stanze a Piccadilly adorne delle fotografie di Brion Gysin: un alloggio modesto per uno scrittore così famoso, più vicino al Beat Hotel di Parigi che a qualsiasi altro posto.

Bowie ci ha accolto subito con indosso dei pantaloni alla cavallerizza della Nasa di tre tonalità di colore. Si è gettato a capofitto a descriverci il dipinto e i suoi tratti surrealisti. Burroughs annuiva, e l’intervista-conversazione è cominciata. Siamo rimasti in quella stanza per due ore, parlando e pranzando: un piatto giamaicano di pesce, preparato da un giamaicano dell’entourage di Bowie, con avocado ripieni di gamberetti e un Beaujolais novello, servito da due Bowieani interstellari.

Tra i due sono scattati immediatamente simpatia e rispetto. E in effetti, pochi giorni dopo questa conversazione, Bowie ha chiesto un favore a Burroughs: a Londra, una messa in scena delle Serve a opera di Lindsay Kemp, il vecchio insegnante di mimo di Bowie, era stata fatta chiudere dall’editore inglese del commediografo Jean Genet. Bowie voleva portare la cosa direttamente all’attenzione di Genet. Burroughs è rimasto colpito dalla descrizione che Bowie ha fatto dell’allestimento, e gli ha promesso il suo aiuto. Poche settimane dopo, Bowie era a Parigi a cercare Genet, seguendo le indicazioni fornitegli da Burroughs.

Chissà? Forse è iniziata una collaborazione; forse, come dice Bowie, i due potrebbero diventare i Rodgers e Hammerstein degli anni settanta. [Copetas]

William Burroughs: Segui interamente tu i tuoi progetti?

David Bowie: Sì, sono io ad avere il controllo di tutto. Non posso permettere che nessun altro se ne occupi, perché ho visto che posso fare meglio io. Non voglio che altri si mettano a pasticciare con quel che credono io stia cercando di fare. Non mi piace leggere le cose che si scrivono sul mio conto, perché quello non è il loro mestiere.

La gente guarda me per capire quale sia lo spirito degli anni settanta, almeno il cinquanta per cento della gente. I critici non li capisco. Diventano troppo intellettualistici. Non sono granché portati per il linguaggio di strada; devono ricorrere al vocabolario, perciò la fanno molto più lunga. Io ho frequentato scuole borghesi, ma il mio retroterra è operaio. Ho preso il meglio da entrambi gli ambienti, ho sperimentato le due classi, perciò credo di sapere abbastanza bene come vive la gente e per quali ragioni. Tu come reagisci di fronte all’immagine che gli altri dipingono di te?

Burroughs: La gente cerca di incasellarti. Vogliono ritrovare l’immagine che hanno di te, e se non succede si arrabbiano parecchio. Scrivere è capire quanto puoi avvicinarti a farlo accadere, è questo lo scopo di ogni arte. Che altro pensano si possa davvero volere, un sacerdote che alza il gomito mentre è impegnato in una missione in cui non crede? La cosa più importante al mondo, secondo me, è che gli artisti dovrebbero impadronirsi del pianeta, perché sono i soli in grado di far accadere qualcosa. Perché dovremmo permettere che siano questi fottuti politici da tabloid a togliercelo?

Bowie: Io cambio molto spesso idea. Di solito non sono così d’accordo con quel che dico. Sono un tremendo bugiardo.

Burroughs: Io anche.

Bowie: Non sono sicuro se sono io che cambio idea, oppure se davvero dico un sacco di bugie. Dev’essere una via di mezzo. Non è che io menta in modo deliberato, è che cambio sempre idea. La gente mi rinfaccia continuamente qualcosa che ho detto, e io dico che non intendevo niente del genere. Non si può rimanere fermi nello stesso punto per tutta la vita.

Burroughs: Solo i politici stabiliscono quello che pensano, e va così. Prendi uno come Hitler, mai cambiato idea una volta.

Bowie: Nova Express mi ha davvero fatto pensare a Ziggy Stardust, che sto per far diventare una performance teatrale. Ci sono quaranta scene, e sarebbe bello se i personaggi e gli attori imparassero le scene e poi le rimescolassimo tutte, a caso, il pomeriggio dello spettacolo e le rappresentassimo nell’ordine in cui vengono fuori. È una cosa che ho preso da te, Bill… Così sarebbe diverso ogni sera.

Burroughs: È davvero una buona idea, un cut-up visivo in una sequenza diversa.

Bowie: Sono uno che si annoia molto in fretta, e questo darebbe alla cosa un nuovo impulso. Sono ancora della vecchia scuola, uno di quelli per cui una volta che un artista ha fatto il suo lavoro, questo non gli appartiene più… sto a vedere che cosa ne fa il pubblico. Ecco perché la produzione televisiva di Ziggy dovrà superare le aspettative del pubblico, andare oltre quel che pensavano di Ziggy.

Burroughs: Potresti spiegare questa tua impersonificazione in Ziggy Stardust? Da quanto capisco, c’entra con il fatto che il mondo, nel giro di cinque anni, arriverà alle soglie della distruzione.

Bowie: Nella storia, siamo a cinque anni dalla fine del mondo. È stato annunciato che il mondo finirà per l’esaurimento delle risorse. [L’album è uscito tre anni prima] Ziggy si trova nella posizione per cui i ragazzi hanno accesso alle cose che pensavano di volere. I più vecchi hanno perso completamente il contatto con la realtà, e i ragazzi possono fare man bassa di ogni cosa. Ziggy faceva parte di una rock band, e i ragazzi non ne vogliono più sapere del rock ’n’ roll. Non c’è neanche più la corrente per suonarlo. Il consigliere di Ziggy gli dice di mettersi a raccogliere notizie e cantarle, perché nessuno dà più le notizie. E Ziggy lo fa, e le notizie sono terribili. All the Young Dudes è una canzone su queste notizie. Non è affatto un inno ai giovani, come ha creduto la gente. È l’esatto contrario.

Burroughs: Da dove viene questa idea di Ziggy, e l’idea dei cinque anni? Naturalmente, l’esaurimento delle risorse naturali non produrrà la fine del mondo. Avrà per risultato il crollo della civiltà. E ridurrà di circa tre quarti la popolazione.

Bowie: Proprio così. Non sarà la causa della fine del mondo, per Ziggy. La fine si avrà quando arriveranno gli Infiniti. Per la verità, sarebbero dei buchi neri, ma io li ho resi delle persone perché sarebbe piuttosto difficile rappresentare un buco nero su un palcoscenico.

Burroughs: Sì, un buco nero su un palcoscenico sarebbe una spesa incredibile. E ne verrebbe fuori una performance continua, che per prima cosa risucchierebbe Shaftesbury Avenue.

Bowie: In sogno, gli Infiniti suggeriscono a Ziggy di scrivere della venuta di un fantastico astronauta, così lui scrive Starman, che è il primo messaggio di speranza che la gente abbia sentito. Così, immediatamente tutti si attaccano a questo. Gli starmen di cui lui parla sono chiamati Infiniti, e sono esseri in grado di attraversare i buchi neri. Ziggy ha parlato di questi stupefacenti uomini spaziali che sarebbero arrivati a salvare la Terra. E loro arrivano, da qualche parte nel Greenwich Village. Non si danno il minimo pensiero, e non ci possono essere per niente d’aiuto. È solo per caso che, attraversando un buco nero, sono capitati nel nostro universo. Passano la vita a viaggiare da un universo all’altro. Nello spettacolo, uno di loro assomiglia a Marlon Brando, un altro è un nero di New York. Ne ho anche chiamato uno Queenie la Volpe Infinita.

Ora anche Ziggy comincia a credere a tutto quanto, crede di essere il profeta che annuncia il futuro starman. Riesce a raggiungere incredibili altezze spirituali, ed è tenuto in vita dai suoi discepoli. Quando arrivano gli Infiniti, prendono pezzetti di Ziggy per rendersi reali, perché il loro stato originario è quello dell’antimateria, dunque non possono esistere nel nostro mondo. E lo fanno a pezzi sul palco nel corso della canzone Rock ’n’ roll Suicide. Non appena Ziggy muore in scena, gli Infiniti prendono i suoi elementi e si rendono visibili. È una storia di fantascienza dei giorni nostri, ed è quello che mi ha fatto letteralmente andare fuori di testa quando ho letto Nova Express, che è stato scritto nel 1961. Forse noi siamo i Rodgers e Hammerstein degli anni settanta, Bill.

Burroughs: Sì, non stento a crederci. I parallelismi sono evidenti, e mi sembra perfetto.

Bowie: Devo avere la raffigurazione completa dello spettacolo. Dev’essere completamente mio. Non mi basta scrivere canzoni. Voglio farlo a tre dimensioni. Scrivere canzoni è una forma d’arte un po’ arcaica. Limitarsi a scrivere canzoni non è abbastanza.

Burroughs: È la performance nel suo insieme. Non è come sedersi al pianoforte ed eseguire un brano.

Bowie: Una canzone deve acquisire un carattere, una forma, un corpo e influenzare la gente al punto che ognuno la possa usare per i suoi scopi. Deve toccarli non come una semplice canzone, ma come uno stile di vita. Le rock star hanno assimilato ogni sorta di filosofia, stile, storia, scrittura, e buttano fuori quel che hanno raccolto da tutto questo.

Burroughs: La rivoluzione si farà ignorando l’altrui atto di esistere.

Bowie: Sicuro. E c’è gente che riesce ad attuarla a ritmi sempre più rapidi. Gente che è presa da gruppi come Alice Cooper, New York Dolls e Iggy Pop, e che nega completamente e irrevocabilmente l’esistenza di chi è preso dagli Stones o i Beatles. Il salto generazionale è sceso da venti a dieci anni.

Burroughs: L’indice di cambiamento in crescita costante. In gran parte, si deve davvero ai media. E gli effetti sono incalcolabili.

Bowie: Una volta, anche quando avevo tredici o quattordici anni, per me si era vecchi tra i quattordici e i quaranta. Fondamentalmente. Ma ora hai quelli di diciott’anni e quelli di ventisei, e ci possono essere discrepanze incredibili, cosa che è davvero allarmante. Non stiamo cercando di unire le persone, ma di chiederci fin dove siamo arrivati. Sarebbe una noia assoluta, un’armonia delle menti. Mi preme di più sapere se il pianeta sopravviverà.

Burroughs: In effetti, accade il contrario: le persone si allontanano sempre di più.

Bowie: A me l’idea di riunire le menti puzza di figli dei fiori. Trovo osceno, per principio, che le persone si mettano insieme. Non è umano. Non è una cosa naturale come alcuni vorrebbero farci credere.

Craig Copetas: E l’amore?

Burroughs: Ah…

Bowie: Non sono a mio agio con la parola «amore».

Burroughs: Io neppure.

Bowie: Mi avevano detto che innamorarsi era fantastico, ma quel periodo non è stato niente del genere, per me. Ho dato troppo del mio tempo e delle mie energie a un’altra persona, e lei ha fatto lo stesso con me, e abbiamo iniziato a consumarci a vicenda. Ed è quello che chiamano amore… la decisione di investire tutte le nostre risorse su un’altra persona. È come avere due piedistalli, e ognuno vuol essere il piedistallo dell’altro.

Burroughs: Non credo che la parola «amore» sia utile. Dipende dalla separazione di una cosa chiamata sesso da una cosa chiamata sesso. È la primitiva espressione del vecchio Sud, dove la donna è messa su un piedistallo, e gli uomini veneravano le loro mogli, poi uscivano a scopare con le puttane. È in prima istanza una concezione occidentale, che poi si è estesa a tutta la storia dei figli dei fiori di amarsi tutti quanti. Be’, non puoi farlo, perché gli interessi non coincidono.

Bowie: La parola è sbagliata, ne sono certo. Sta tutto nel modo in cui si intende l’amore. L’amore tra persone che dicono: «Ci amiamo» è una cosa carina da vedere, ma spesso non è l’amore che attraversa le vite di quelle persone, quanto la volontà di non essere soli, la volontà di avere al fianco qualcuno su cui contare per un po’ di tempo. C’è un’altra parola. Non sono sicuro se sia una parola. Amore è qualsiasi tipo di rapporto a cui tu possa pensare. Sono certo che significa un rapporto, qualsiasi tipo di rapporto ti venga in mente.

Copetas: E la sessualità: dove sta andando?

Bowie: Dove vada la sessualità è una domanda straordinaria, perché per me non va da nessuna parte. È un lato di me, e questo è quanto. Non è che esca fuori all’improvviso, come una nuova campagna pubblicitaria per la prossima stagione. È sempre lì. Qualsiasi cosa tu possa pensare della sessualità, è sempre lì. Forse ci sono generi diversi di sessualità, forse altri ancora se ne aggiungeranno. Una volta era impossibile essere omosessuali, per quanto riguardava l’opinione pubblica. Ora è una cosa accettata. La sessualità non cambierà mai per chi ha sempre scopato in un certo modo e continuerà così. E verranno alla luce sempre più modi di farlo. Potrebbe accadere persino in uno stato puritano.

Burroughs: Ci sono segnali che potrebbe andare così, in futuro, un autentico contraccolpo.

Bowie: Oh sì, prendi il business del rock. Povero Clive Davis. L’hanno scoperto che stava scappando con dei soldi, e ci sono state anche storie di droga collegate a lui. E questo ha dato inizio a tutta una campagna moralizzatrice tra le case discografiche, che cominciano a scaricare alcuni dei loro artisti.

Io sono visto in maniera asessuata da un sacco di gente. E le persone che mi comprendono sono più vicine a quello che io stesso comprendo di me. Che non è granché, perché sono ancora in piena ricerca. Non so, quelli che in qualche modo arrivano vicino al punto in cui credo di trovarmi io, mi considerano una specie di oggetto erogeno. Ma la gente che invece non sa molto di me, mi considera più su un piano sessuale. Ancora una volta, però, forse è dovuto al disinteresse nei confronti del sesso dopo una certa età, perché quelli che in qualche misura mi sono più vicini sono in genere più vecchi. E quelli che invece mi guardano più come un oggetto sessuale sono in genere più giovani. I più giovani si fanno prendere in modo diverso dalle parole delle canzoni: è un tipo di percezione più tattile, che è quella che preferisco. È così che mi appassiono a quello che leggo, specialmente alle cose di William. Non posso dire di analizzare ogni cosa, e che sia esattamente quello che tu stai dicendo, ma capisco cosa intendi sulla base di sensazioni. Lo sento, ed è un’intera casa delle meraviglie piena di forme e colori strani, gusti, sensazioni.

Devo confessare che fino a oggi non ero un accanito lettore dell’opera di William. A essere sincero, non ero andato molto oltre Kerouac. Ma quando ho cominciato a dare un’occhiata al tuo lavoro, è stato incredibile. Specie dopo che ho letto Nova Express: quel libro mi è davvero entrato dentro. Il mio ego naturalmente ha fatto sì che sentissi mio il capitolo «Ripagate il colore», poi ho iniziato a estrapolare passi dal resto del libro.

Burroughs: I tuoi testi sono davvero acuti.

Bowie: Fanno un po’ classe media, ma va bene, io sono uno della classe media.

Burroughs: È piuttosto sorprendente che siano testi così complessi, e che possano conquistare un pubblico di massa. I contenuti della maggior parte dei testi pop è pari a zero, come Power to the People.

Bowie: Sono abbastanza sicuro che alla gente che ascolta le mie cose non interessano i testi.

Burroughs: Ecco una cosa che vorrei sapere. Li capiscono, i tuoi testi?

Bowie: Be’, passano più a livello mediatico, e solo dopo si mettono tranquilli e si prendono la briga di dare un’occhiata. A qualsiasi livello li leggano, li capiscono perché ricevo i loro commenti su quello di cui parlo, ed è grandioso per me, perché a volte proprio non lo so. Ci sono state delle volte in cui ho scritto qualcosa, che ha cominciato a circolare e poi mi sono arrivate lettere di gente che mi ha detto quel che ne pensava, e io ho preso sul serio le loro analisi, al punto che ho accettato questa cosa, di scrivere quello che il mio pubblico mi dice di scrivere.

Lou Reed è il più importante e autorevole scrittore del rock moderno. Non per quello che fa, ma per la direzione che le sue cose hanno aperto. Una buona metà delle nuove leve non sarebbe in giro se non fosse per Lou. È stupefacente il movimento che si è creato intorno alle cose di Lou. New York è Lou Reed. Quando scrive, Lou sa far parlare la pancia, la strada, mentre gli inglesi tendono più a intellettualizzare.

Burroughs: Da dove viene l’ispirazione della tua scrittura, dalla letteratura?

Bowie: Non penso.

Burroughs: Be’, ho letto questa tua Eight Line Poem, e ricorda molto T.S. Eliot.

Bowie: Mai letto.

Burroughs: [Ride] Davvero, ricorda La terra desolata. Ti arriva mai qualche idea dai sogni?

Bowie: Spesso.

Burroughs: Io ricavo il settanta per cento delle mie, dai sogni.

Bowie: C’è questa cosa, che quando vai a dormire, se tieni i gomiti sollevati, non scenderai mai al di sotto della fase onirica. L’ho fatto parecchie volte, e così ho sognato molto di più che se mi fossi semplicemente rilassato.

Burroughs: Io faccio un sacco di sogni, e siccome ho il sonno leggero, mi sveglio e butto giù solo qualche parola, che poi però mi restituisce l’intera idea.

Bowie: Io tengo un registratore vicino al letto, e se mi si presenta qualcosa, non devo far altro che ripeterla nel registratore. Per quanto riguarda la mia ispirazione, la penso come quando avevo dodici anni, sul serio. Ho la mentalità di un dodicenne. Quando andavo a scuola, mio fratello era presissimo da Kerouac, e mi ha dato da leggere Sulla strada. Quella è sempre una grande influenza.

Copetas: Le immagini che entrambi producete sono molto grafiche, quasi fumettistiche.

Bowie: Be’, sì, mi trovo meglio a scrivere dei piccoli quadretti; se provassi a fare qualcosa di più sostanzioso, sarebbe fuori dalla mia portata. Non riuscirei ad arginare il mio discorso. E comunque, qualcosa che sia davvero più sostanzioso non lascia molto altro tempo alla lettura, all’ascolto, alla visione. Se la gente legge per tre ore quello che tu hai fatto, poi l’analizzerà per sette ore e si ritroverà con sette ore di pensieri suoi… mentre se tu dai loro trenta secondi della tua roba, di solito si ritrova lo stesso con sette ore di pensieri suoi. Prendono dai libri le immagini di ciò che fai. E si mettono a pontificare sui libri. Il senso dell’immediatezza dell’immagine. Le cose devono colpire sul momento. È uno dei motivi per cui mi sto appassionando al video, le immagini devono colpire istantaneamente. Adoro il video e tutto il discorso del montaggio.

Quali sono i tuoi progetti, in questo momento?

Burroughs: Ora come ora, sto cercando di mettere su un Istituto di Studi avanzati da qualche parte in Scozia. Il suo obiettivo sarebbe quello di ampliare la consapevolezza e alterare la coscienza in direzione di una maggiore disponibilità, flessibilità ed efficacia, in un momento in cui le discipline tradizionali hanno fallito nel proporre soluzioni praticabili. Vedi, l’avvento dell’era spaziale e la possibilità di esplorare galassie ed entrare in contatto con forme di vita aliena rendono necessarie, con urgenza, soluzioni radicalmente nuove. Noi ci occuperemo soltanto di metodi non chimici oggi in uso nel mondo orientale e in quello occidentale, unitamente a metodi che al momento non sono impiegati, per ampliare la consapevolezza e aumentare le potenzialità umane.

Sappiamo con precisione che cosa vogliamo fare e come muoverci per farlo. Come dicevo, non è prevista alcuna sperimentazione con le droghe, né sarà permessa nell’istituto la circolazione di alcuna sostanza al di fuori di alcol, tabacco e farmaci per uso personale ottenuti attraverso la prescrizione di un medico. Fondamentalmente, gli esperimenti che proponiamo sono a buon mercato e facili da eseguire. Cose come meditazione ed esercizi stile yoga, esperimenti di comunicazione, con il suono, con la luce, con i film in camere di deprivazione sensoriale, piramidi, generatori psicotronici e accumulatori orgonici di Reich, esperimenti con gli infrasuoni, esperimenti sul sonno e sul sogno.

Bowie: Affascinante. In sostanza, ti interessano le forme di energia?

Burroughs: Le espansioni della consapevolezza, che finiscono per portare mutazioni. Hai mai letto I miei viaggi fuori dal corpo? Non è il solito libro sulle proiezioni astrali. Un tipo americano, un uomo d’affari, si è reso conto che aveva queste esperienze, per cui usciva dal proprio corpo, e non ha mai preso un allucinogeno. Ora sta organizzando una sorta di squadra per viaggi astrali. Adesso negli Stati Uniti vanno tutti pazzi per questa cosa psichica. Lo hai notato, quando sei stato da quelle parti?

Bowie: No, per la verità me ne sono tenuto deliberatamente alla larga. Studiavo il buddhismo tibetano, quand’ero più giovane, sempre per l’influenza di Kerouac. Il Tibetan Buddhist Institute era aperto ai visitatori, perciò me ne sono andato là a dare un’occhiata. Per puro caso, giù nel seminterrato, incontro il tizio a capo della rete che trova una sistemazione per i rifugiati in Scozia, e io mi sono lasciato coinvolgere su un piano meramente sociologico, perché volevo aiutare i rifugiati a venir via dall’India, dove in quel momento se la passavano di merda, morivano come mosche per via delle diverse condizioni atmosferiche rispetto all’Himalaya.

La Scozia non era male, per trovare loro un posto, ed ero sempre più attratto dal loro modo di pensare, o di non pensare, e per un po’ mi ci sono trovato coinvolto piuttosto seriamente. Sono arrivato al punto di voler diventare un novizio, ma circa due settimane prima di compiere a tutti gli effetti quel passo ho mollato, sono uscito a ubriacarmi e non ci ho mai più ripensato.

Burroughs: Come Kerouac…

Bowie: Torni spesso negli Stati Uniti?

Burroughs: Non ci torno dal 1971.

Bowie: Sono cambiati da allora, te l’assicuro.

Burroughs: Quando ci sei stato l’ultima volta?

Bowie: Circa un anno fa.

Burroughs: Hai visto qualcuno dei film porno che danno a New York?

Bowie: Sì, più di uno.

Burroughs: Quando ci sono stato l’ultima volta, ne ho visti più o meno una trentina. Dovevo far parte della giuria del festival del film erotico.

Bowie: I migliori erano quelli tedeschi, erano davvero incredibili.

Burroughs: Io pensavo che quelli americani fossero sempre i migliori. Mi piacciono sul serio i film… Se non ho capito male, potresti interpretare Valentine Michael Smith nella versione per il cinema di Straniero in terra straniera.

Bowie: No, il libro non mi piace granché. In effetti, lo trovo orribile. Mi era stato suggerito di farne un film, e alla fine ho trovato il tempo di leggerlo. Mi pare una cosa un po’ da figli dei fiori, e questo mi ha reso un po’ diffidente.

Burroughs: Neanche io sono molto entusiasta di quel libro. Sai, la fantascienza non è stata tutto quel gran successo. Si pensava che avrebbe dato inizio a una nuova stagione, ma non è successo niente. Per via degli effetti speciali in qualche film, come 2001, se ne è fatto un gran parlare. Ma è finito tutto lì.

Bowie: Sì, ho la stessa sensazione. Sto facendo 1984 di Orwell per la televisione: c’è dentro una tesi di ordine politico e fa capire come si viva in un altro paese. Una cosa del genere avrà un maggiore impatto in televisione. Non credo nel cinema vero e proprio; non ha la forza della televisione. Il fatto che la gente debba uscire di casa per andare al cinema è davvero qualcosa di superato. Preferisco starmene seduto a casa mia.

Burroughs: Ti riferisci all’idea stessa di pubblico?

Bowie: Sì, è una cosa antica. Non ha il minimo senso di immediatezza.

Burroughs: Esattamente, ci riporta indietro all’immagine e a come la si usa.

Bowie: Giusto. Mi piacerebbe fondare un’emittente televisiva.

Burroughs: È dura trovare un programma che valga ancora qualcosa. La tv britannica è un po’ meglio di quella americana. Quello che gli inglesi sanno trattare meglio è la storia naturale. C’era un documentario la scorsa settimana, con le otarie che mangiavano i pinguini, davvero incredibile. Non c’è motivo di trasmettere programmi insulsi, la gente già si annoia parecchio a forza di edilizia popolare e scioperi dei minatori.

Bowie: Il livello medio di interesse è all’incirca di tre secondi. È il tempo sufficiente per agganciare la frase successiva del telecronista. Ed è questa la premessa su cui tutto si basa. Ho intenzione di radunare tutte le band di Stati Uniti e Inghilterra che reputo più importanti, e di fare su di loro un programma di un’ora. È probabile che la maggior parte della gente non abbia mai sentito parlare di queste band. Fanno e dicono cose diverse dalle altre. Cose tipo la musica portoricana al Cheetah Club di New York. Vorrei che la gente sentisse un musicista come Joe Cuba. Uno che è seguito da intere masse di portoricani. La musica è fantastica e importante. E voglio anche cominciare a trasmettere in tv i film di Andy Warhol.

Burroughs: Hai mai conosciuto Warhol?

Bowie: Sì, un paio di anni fa sono stato invitato alla Factory. Siamo entrati nell’ascensore, siamo saliti su, e quando si sono aperte le porte c’era un muro di mattoni, davanti a noi. Abbiamo battuto qualche colpo sul muro, ma non credevano che fossimo noi. Così siamo scesi e risaliti finché non hanno aperto un passaggio nel muro, e tutti erano intenti a scrutarsi l’un l’altro. Era dopo che gli avevano sparato. Ho incontrato quest’uomo, che era un morto vivente. Colorito giallo, una parrucca del colore sbagliato, occhialini. Gli ho teso la mano, lui ha ritratto la sua, e ho pensato: «Questo tipo non ama la carne, è ovviamente un rettile». Ha tirato fuori una macchina fotografica e mi ha scattato una foto. E ho provato a farci due chiacchiere, ma la conversazione non decollava.

Poi però ha visto le mie scarpe. Avevo un paio di scarpe giallo-dorate, e lui fa: «Adoro quelle scarpe, dimmi dove hai trovato quelle scarpe». Così ha cominciato tutta una tirata sul disegnare scarpe, e il ghiaccio si è rotto. Le mie scarpe gialle hanno rotto il ghiaccio con Andy Warhol.

Adoro quello che faceva una volta. Credo sia stato veramente importantissimo, oggi bisogna sforzarsi parecchio per apprezzarlo. Ma Warhol voleva diventare un cliché, voleva farsi trovare da Woolworth, che si parlasse di lui in quella maniera superficiale. Sento che ora vuol girare dei veri film, una cosa molto triste perché i suoi di prima erano proprio quel che ci voleva. Quando me ne sono andato, sapevo di lui come persona quel poco che sapevo prima di entrare.

Burroughs: Non credo ci sia nessuna persona. È davvero una cosa aliena, completamente, totalmente priva di emozioni. È un personaggio fantascientifico. Di uno strano colore verde.

Bowie: È quello che mi ha colpito. Ha il colore sbagliato, per un essere umano. Specie sotto quella luce al neon così cruda che c’è nella Factory. Sembra che vederlo alla luce del giorno sia un’autentica esperienza.

Burroughs: Io l’ho visto sotto ogni tipo di illuminazione, eppure non ho idea di che cosa combini, sebbene sia senz’altro qualcosa di significativo. Non è energico, ma piuttosto insidioso, completamente asessuato. I suoi film saranno i film di mezzanotte del futuro.

Bowie: Esatto. Hai presente Pork? Vorrei farlo trasmettere in tv. La tv si è mangiata tutto, e ci restano solo i film di Warhol, il che è favoloso. Pork potrebbe essere il prossimo Lucy ed io, la grande sitcom americana. Mostra come la gente vive davvero, non come Lucy, che non ha mai lavato i piatti. Mostra come la gente vive e si arrabatta per sopravvivere.

Pork parla di questo. Fa a pezzi lo spettacolo. Anche se mi piacerebbe fare una mia versione di Sinbad il marinaio, che credo sia un classico assoluto. Ma andrebbe fatto a livelli straordinari. Sarebbe un lusso incredibilmente costoso. Si dovrebbero utilizzare i laser e tutte quelle cose che succedono in un vero film fantastico.

Anche l’uso di ologrammi. Gli ologrammi sono importanti. La nuova frontiera sono i videotape, poi verranno gli ologrammi. Gli ologrammi entreranno nell’uso comune tra circa sette anni. In questo interregno, bisognerebbe sviluppare al massimo gli archivi di videocassette. Dalla tua tv non puoi videoregistrare materiali accettabili. Io voglio avere la mia personale scelta di programmi. Il software necessario dev’essere reso disponibile.

Burroughs: Io registro su audiocassette tutto quello che mi riesce.

Bowie: I media saranno la nostra salvezza, o la nostra fine. A me piace pensare che possano essere la nostra salvezza. Il mio chiodo fisso è scoprire cosa si può fare con i media, e come si possano usare. Non puoi ammassare la gente insieme come in una enorme famiglia, la gente non vuole questo. Vuole l’isolamento, oppure una cosa tribale. Un gruppo di diciotto ragazzini preferirebbe restare unito e odiare altri diciotto ragazzini dell’isolato successivo. Ma non riuscirai ad avere due o tre isolati che si uniscono e si amano l’un l’altro. C’è davvero troppa gente.

Burroughs: Troppa gente. Ci troviamo in una situazione di sovrappopolamento, ma il fatto di avere meno persone, non significa per forza che il gruppo sia più omogeneo. Non sono affatto uguali. Tutte quelle chiacchiere su una «famiglia mondiale» sono fesserie. Ho lavorato con i cinesi perché sono molto simili.

Bowie: E adesso un cinese su quattro possiede una bicicletta, e questo è davvero notevole, se si considera tutto quello che non hanno mai avuto. È un miracolo, per quanto li riguarda. È come se qui ognuno di noi avesse un jet.

Burroughs: È perché sono come la personificazione di una singola identità, che riescono a vivere insieme senza attriti. Noi evidentemente non lo siamo.

Bowie: Ed è per questo che non hanno bisogno del rock ’n’ roll. Le star del rock inglesi che hanno suonato in Cina hanno dato l’anima e sono state trattate come uno spettacolo di bassa lega. Donne anziane, bambini, teenager, prendi chi vuoi, sono venuti tutti, li hanno incrociati per la strada, li hanno visti sul palco. Non ha avuto nessun significato. Ci sono popoli che non hanno bisogno di rock ’n’ roll perché formano come un’unità familiare. La Cina ha la sua figura materna-paterna: non sono mai riuscito a decidere quale, per me è come se fluttuasse tra le due. Per il mondo occidentale, Mick Jagger è certamente una figura materna, ed è come la chioccia del gruppo. Non è un galletto, è più come la tenutaria di un casino, una madame.

Burroughs: Oh, è proprio così.

Bowie: È incredibilmente sexy e molto virile. Ma lo trovo anche molto materno, uno che si stringe maternamente al petto il suo blues etnico. È un ragazzo bianco di Dagenham che cerca di fare del suo meglio per risultare etnico. Vedi, cercare di mettere un po’ di trucco al mondo del rock significa avvicinarsi proprio a quello che piace ai ragazzi, perché mi sono reso conto che, per parlare in termini di rock, parecchio dipende dal sensazionalismo, e i ragazzi sono più sensazionali delle stesse rockstar. Il mondo del rock è una pallida ombra rispetto alla vita che mediamente fanno i ragazzi. L’ammirazione arriva nel senso opposto. È tutto ribaltato, specie in questi ultimi anni. Fa’ due passi in Christopher Street, e ti chiederai che cos’è andato storto. La gente non è come James Taylor, esteriormente possono anche sembrare fatti con lo stampino, ma nelle loro teste c’è qualcosa di totalmente diverso.

Burroughs: La politica del suono.

Bowie: Sì. In un certo senso siamo arrivati a quello. Ha assunto la vaga forma di una politica del suono. Il fatto che oggi si possa suddividere il rock in diverse categorie è qualcosa che dieci anni fa non era possibile. Ma oggi posso sciorinare almeno dieci suoni che rappresentano un tipo di persona più che un genere di musica. Ai critici non piace ammetterlo, perché ai critici piace fare i critici, e la maggior parte di loro vorrebbe fare la rockstar. Ma quando fanno delle classificazioni, stanno parlando di persone, non di musica. È tutta una cosa politica.

Burroughs: Come gli infrasuoni, i suoni al di sotto della soglia dell’udibile. Sotto i 16 hertz. Alzati a tutto volume, tirerebbero giù le case nell’arco di cinquanta chilometri. Puoi andare all’ufficio brevetti in Francia e depositare il brevetto per quaranta centesimi. Lo strumento in sé può essere messo insieme in maniera molto economica, con cose che si trovano in una discarica.

Bowie: Come il rumore nero. Mi chiedo se esista un suono in grado di ricomporre le cose. C’era un gruppo che faceva esperimenti del genere: credevano di poter far vibrare l’intero pubblico.

Burroughs: Oggi esiste un rumore per controllare i disordini, basato su queste onde sonore. Ma se si potesse fare musica con gli infrasuoni, non si dovrebbe necessariamente uccidere il pubblico.

Bowie: Giusto sfigurarlo.

Burroughs: L’arma dei «Ragazzi selvaggi» è un coltello Bowie, un coltello Bowie da quarantacinque centimetri, lo sapevi?

Bowie: Un coltello Bowie da quarantacinque centimetri… certo che tu non fai le cose a metà, no davvero. No, non sapevo che fosse la loro arma. Il nome Bowie mi ha attirato quand’ero più giovane. Avevo sedici anni, ero in una profonda fase filosofica, e cercavo una cosa immediata, che facesse subito pensare al recidere la menzogna, una cosa così.

Burroughs: Be’, può tagliare nei due sensi, sai, in punta la lama è doppia.

Bowie: Non mi ero reso conto, finora, che la lama fosse doppia.