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9 giugno 2019

Illustrazioni
di Marisa Dipasquale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Taxiwriter 3. Ibrido

di Andrea Panzironi   

                       

Tra una corsa e l’altra alla guida del suo mezzo, Andrea Panzironi riflette, discute e osserva gli angoli di città in cui la storia ha lasciato delle tracce. Il terzo racconto per dinamopress

 

Sto guidando il mio taxi, le mani sul volante, la mente chissà dove. Le due clienti alle mie spalle colloquiano su soldi da dare e avere, affari di famiglia, figli adolescenti e suocere dementi. Destinazione San Giovanni, il Colosseo, nell’immobilità secolare della sua mole eccezionale, scorre alla mia destra, svolgendosi come un nastro rosa alla luce del tramonto di fine aprile. Il semaforo ordina di andare, un clacson sgarbato schiaffeggia i miei timpani attutiti dal vizio del mestiere, sfriziono pigiando violentemente il piede sul pedale, che stavolta precipita nel vuoto. È andata, finita come doveva finire, troppo a lungo l’ho sfruttata.

Frizione ormai bruciata. La discesa aiuta l’inerzia per andare avanti ancora un po’, giusto lo spazio per togliersi dal traffico feroce e senza pietà per chi sta morendo. Accosto in via Labicana, quattro frecce giustificano una fine decorosa di una macchina valorosa e mia fedele compagna in un lavoro a me distante eppure sentimentalmente consono, come certi amori che non t’aspetti ,come l’apparire di questo arcobaleno dopo il temporale che tra i palazzi ocra unisce col suo arco vite sconosciute le une alle altre.

Ibrido è il futuro prossimo. Giapponese o coreana sarà la prossima vettura, mi dico mentalmente dopo aver telefonato al fido Leprotto, che col suo carroattrezzi diesel e basta, gli occhiali reiban a specchio e la Malboro rossa stretta tra le dita, verrà a prendermi per l’ennesima volta. E la sua prima frase sarà “ Ao, ma ancora nun ta sei fatta la machina ibbrida ?” E nell’attesa, poggiato sul cofano penso che ibrida è sempre più ogni cosa dove né destra né sinistra sono al loro posto, non segnano più un confine certo. Ibrido è sempre più il sesso, la distinzione di genere è incerta a volte, irriconoscibile al primo sguardo, quando la moda è essere unisex ma senza sex.

Ibrido è ora anche il pensiero, debole e forte insieme, basso e alto, profondo e superficiale, laddove filosofi sparlano in TV e tronisti filosofeggiano in parlamento. Ibrida e pure ‘sta città , Capitale per decreto e Suburra per degrado. Ibridi sono gli aperitivi, un po’apericena un po’aperipranzo a volte apricolazione. Ibrido è il ristorante, un po’ristobar,un po’ristoteatro, un po’ ristolibreria. Ibrida è la musica pop, un po’ suonata, un po’ parlata, un po’ gesticolata. Ibrida è persino la cucina, un po’tradizionale, un po’fushion ,un po’ flexi. Ibrido è il parrucchiere, dove si fanno messe in piega, tagli corti oppure lunghi e barbe d’artista. Ibrida è persino l’amicizia , per niente frequentata e molto facebookata.

“ Scusa ,sei libero?” , mi chiede repentina e dal tono mascolino una voce alle mie spalle. “No, ibrido!”, esclamo colto di sorpresa nei pensieri, rispondendo di riflesso. Mi volto per scusarmi del mio errore e invece di un uomo trovo una “donna”, incredibilmente alta, dalle spalle larghe . Mi sorride e dice con cadenza brasiliana:” Dranquillo, amigo. Ciaamo todi ivridi…. A stu Mundo! “, e ancheggiando sotto l’ampia gonna se ne va.

E io qui che sto aspettando il carro attrezzi e non vorrei arrivasse un carro funebre adattato, ibrido anch’esso, buono per tutto e per tutti una volta per tutte.

 

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