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22 giugno 2019

 

Chomsky, vita e pensiero di un uomo in rivolta

di Giuseppe Gagliano

 

Giuseppe Gagliano chiude oggi il trittico di analisi sul socialismo libertarioche dopo aver coperto le origini del movimento e scandagliato la sua versione americana, tocca una figura chiave per il suo sviluppo contemporaneo: il linguista, filosofo e attivista Noam Chomsky.

 

Uno dei più attivi socialisti libertari americani è stato ed è ancor oggi Noam Chomsky, da sempre autodefinitosi anarchico, antagonista dell’imperialismo USA e nemico dichiarato delle forme istituzionali su cui si regge la società capitalistica che ne è alla base. Di essa egli contesta le strutture politiche, il pervicace intrico del business industriale-militare, la stampa asservita al consenso, gli intellettuali più o meno di regime in quella che ama presentarsi come la nazione democratica per eccellenza. Il tutto unito a una vocazione terzomondista che ha sempre caratterizzato il suo pensiero come la sua azione, tradottasi in innumerevoli prese di posizione contro la politica estera di un paese che, soprattutto a partire dalla seconda guerra mondiale in poi, si è sempre presentato come campione della difesa dei diritti delle nazioni, legittimando in tal modo ogni sua azione e intervento a livello mondiale.

Come è noto fu a partire dal 1961 che il brillante Professore di linguistica al Massachusetts Institute of Technology (MIT) promosse una vera e propria campagna di messa sotto accusa della politica estera americana e nel farlo assunse il ruolo di osservatore politico alla ricerca di scandali individuabili in contesti specifici nei quali gli Stati Uniti avevano attuato una violazione dei diritti umani sistematica o strategicamente adatta alle circostanze politico-economiche-militari del momento.

Una delle azioni più clamorose nelle quali Chomsky fu coinvolto fu la celebre marcia di protesta contro il Pentagono nell’ottobre del 1967 contro la guerra del Vietnam insieme ad altri noti intellettuali antagonisti fra i quali Norman Mailer e Paul Goodman, per proseguire poi con le varie denunce fatte in una serie ininterrotta di dibattiti e scritti protrattisi nel corso degli anni contro gli interventi “umanitari” USA nel Golfo persico, nel Medio Oriente e nell’Europa sud-orientale, oltre che nell’America latina.

Chomsky, con alle spalle una formazione di matrice ebraico-libertaria dovuta alla sua famiglia d’origine, cosa che fin da giovanissimo lo aveva spinto a interessarsi alle idee e ai movimenti anarchici tradizionali (già a dieci anni si era accostato attraverso letture e scritti alle vicende della rivoluzione spagnola del ’36), dopo aver aderito a idee sioniste per quella che gli sembrava una felice attuazione nei kibbutz israeliani degli ideali comunitari in cui credeva, ebbe una radicale trasformazione di campo e cominciò a occuparsi della questione israelo-palestinese sotto un’angolazione diversa.

Dopo aver scoperto nei kibbutz un ambiente profondamente razzista e conformista, passando ora attraverso l’esperienza dell’organizzazione sionista libertaria Avukah (anche se il messaggio politico di questa gli giungerà attraverso il filtro di Arthur Rosenberg) ora attraverso il Council for Arab Jewish (organizzazione nata sotto l’auspicio di Harris e Melmann) ora infine attraverso la League for Arab-Jewish Rapprochement, anche per l’influenza esercitata su di lui dalla figura carismatica del suo professore di linguistica Zellig Harris, approdò al socialismo libertario maturo quale si andava affermando nella Nuova sinistra radicale.

Andavano nel frattempo rafforzandosi le sue convinzioni relative alla politica estera degli Stati Uniti. Non fu dunque un caso che all’interno del movimento della New Left degli anni Sessanta l’autore trovasse un pubblico ben disposto a recepire le sue riflessioni e a stabilire alleanze per contrastare la politica estera del suo paese: come ebbe modo di affermare lo stesso Chomsky, le chiese, i salotti, la stampa alternativa costituirono infatti i principali strumenti di diffusione del suo pensiero di intellettuale militante.

Proprio la sua profonda affinità ideologica con la Nuova sinistra – che tuttavia non è mai stata adesione apologetica ma critica – ha indotto Chomsky a scegliere nei suoi scritti una prosa priva di oscurità, dal momento che egli ha sempre considerato l’oscurità come dannosa e spesso volta a nascondere una profonda superficialità di pensiero o incongruenza logica (come nel caso di Jacques Lacan e Louis Althusser).

Grazie al suo senso d’indipendenza critico e alla matrice libertaria delle sue idee politiche, l’autore fu sempre molto vicino ai militanti di base piuttosto che agli intellettuali della sinistra: non ebbe infatti alcuna remora nel considerare l’opera di Marcuse di scarso interesse, come non ebbe alcuna remora nel valutare l’opera di Fromm abbastanza superficiale.

Al contrario, Chomsky ha sottolineato come uno dei contributi di maggiore rilievo – nel contesto dell’antagonismo – fu quello di Peggy Duff ritenuta, fin dagli anni ’60, fondamentale sia in relazione alla lotta per il disarmo nucleare sia in relazione alla questione israelo- palestinese.

Alla luce di questa impostazione controcorrente non sorprende la proficua collaborazione dell’autore con la rivista Z Magazine né sorprende il fatto che a partire dalla fine degli anni Sessanta al MIT egli avesse costituito veri e propri collettivi collocabili a metà strada fra quelli libertari e quelli di estrema sinistra. Proprio in quest’ottica, Chomsky ebbe come suo obiettivo principale quello di sviluppare una coscienza critica nei confronti del sistema capitalistico, considerato uno dei più efficienti strumenti di sfruttamento da parte di una minoranza nei confronti di una maggioranza.

D’altronde, l’autore non ha mai messo in dubbio l’esistenza di un’oligarchia mondiale di matrice neoliberista – che si concretizza nel WTO, nel FMI e nelle multinazionali – che sta ormai privando la società civile della capacità di decidere. Né d’altro canto hai mai omesso di sottolineare come il dissenso, all’interno della società civile, venga ora represso ora riassorbito.

Ecco che allora- nell’ottica chomskiana- il libero scambio viene letto come concentrazione del potere, le corporations vengono interpretate come istituzioni totalitarie e i finanziamenti alle industrie militari come necessità per far crescer l’economia e non per aumentare la sicurezza del paese.

Alla luce di queste brevi considerazioni, non sorprende come l’autore ritenga che la finalità occulta ma non poi tanto di chi governa sia quella di manipolare e di blandire il popolo, di promuovere guerre nell’interesse della tecnocrazia statale. Non può neppure destare sorpresa il fatto che Chomsky valuti la necessità di promuovere la guerra come una necessità sorta dall’utilità di avere un nemico esterno per mettere a tacere il contribuente o più semplicemente per il gusto inebriante del potere fine a sé stesso.

Sul fronte della sua adesione all’anarchismo, va detto che egli fu seguace della forma tradizionale.Gli autori e le correnti che lo segneranno profondamente saranno infatti: Michail Bakunin, Camillo Berneri e la sua interpretazione della guerra civile spagnola, l’anarcosindacalismo, Rudolf Rocker, Rosa Luxemburg, Karl Korsch, Geoge Orwell (in particolare l’analisi da lui svolta della guerra civile spagnola e le sue riflessioni critiche nei confronti del socialismo autoritario di matrice leninista e stalinista), Anton Pannekoek, il ruolo dei consigli comunisti e dei soviet come spazi alternativi sia al capitalismo che al totalitarismo sovietico, James Madison, antesignano della libertà e critico implacabile del centralismo politico e giuridico americano (centralismo che finì per tradire lo spirito federalista originario), la Comune di Parigi e la guerra civile spagnola del ’36 ( eventi storici letti dall’autore come pratiche di concreto libertarismo), A.J. Muste ( per il suo ideale di non violenza rivoluzionaria, per la sua polemica tenace contro l’acquiescenza ad obbedire, per la condanna della guerra vista come null’altro che un conflitto per la sopravvivenza e il predominio), il maggio del sessantotto e la rivolta degli studenti in Europa e in America, come esperienze volte a riacquistare spazi di libertà e di democrazia, Alexander Von Humboldt, che oltre a stimare come linguista, Chomsky considerò un importante e misconosciuto antesignano del radicalismo politico, la Snnc e il movimento dei lavoratori Usa.

Per quanto concerne l’antagonismo contemporaneo – e in particolare il movimento di Seattle – la sua valutazione è stata certamente positiva, poiché ha espresso un’ampia opposizione alla globalizzazione consentendo una partecipazione ampia e variegata che è stata necessaria a causa della erosione della democrazia. In questo senso, secondo l’autore, può considerarsi un movimento ispirato a ideali di sinistra, ideali che esprimono problemi popolari: infatti –ha avuto modo di precisare l’autore in numerose interviste-se l’orientamento di sinistra ha un significato, questo è senza dubbio quello di occuparsi dei diritti dei cittadini.

Naturalmente l’ottica nella quale Chomsky legge la sinistra è quella anarchica e l’anarchismo è indubbiamente il fondamento di tutte le sue riflessioni politiche. A tale proposito, l’autore ha dimostrato ripetutamente di essere consapevole del fatto che l’anarchismo sia informe e utopistico. Tuttavia, ribaltando le argomentazioni tradizionali, ha provocatoriamente sostenuto che sta a coloro che sostengono la validità del dominio e della autorità provare la validità del loro punto di vista.

Ad ogni modo, la prospettiva anarchica non può non avere una dimensione ampia e non può non comprendere anche le relazioni personali. L’anarchismo investe infatti profondamente la riflessione sulla natura umana e giunge alla conclusione che gli elementi centrali di questa includono sentimenti di solidarietà, supporto reciproco, simpatia, interesse per gli altri. Al contrario, secondo Chomsky, la dottrina leninista ritiene che un partito di avanguardia debba assumere il potere statale e guidare la popolazione allo sviluppo economico, e, per qualche miracolo inspiegato, alla libertà ed alla giustizia. Ebbene, il socialismo libertario non può prendere seriamente in considerazione questa prospettiva perché il leninismo rappresenta una sua esplicita negazione.

Una lettura più attenta delle proposte politiche chomskiane ci consente tuttavia di comprendere chiaramente come la realizzazione dell’utopia socialista e libertaria si debba dispiegare su tempi lunghissimi, mentre a breve termine l’intellettuale militante deve perseguire obiettivi più realistici come, ad esempio, la strenua difesa dello stato sociale.

Sotto il profilo delle modalità operative antagoniste che l’intellettuale dovrebbe praticare e incoraggiare, l’autore si è pronunciato a favore dell’azione diretta del sabotaggio contro la guerra, della disubbidienza civile complessivamente parlando – soprattutto se attuata in relazione al rigetto della leva obbligatoria- dello sciopero generale e naturalmente dell’uso della controinformazione sia attraverso pubblicazioni storiche ampie e documentate- come d’altronde dimostra la stessa produzione dell’autore sul Vietnam, sulle Filippine e su Cuba, che può essere letta come una vera e propria controstoria rispetto alle versioni ufficiali- sia attraverso la realizzazione di media alternativi.

Quanto al ruolo dell’intellettuale militante è naturalmente una conclusione scontata secondo l’ottica chomskiana, di matrice schiettamente libertaria, che esso non possa svolgersi al servizio del potere. In particolare Chomsky, soprattutto nei saggi degli anni Settanta, ha preso di mira la tecnocrazia americana e i suoi più noti rappresentanti (Henry Kissinger, W.W.Rostow, Zbigniew Brzezinki, Robert Mcnamara, MacGeorge Bundy, Arthur Schlesinger, William Kristol, Herman Kahn), oltre naturalmente ai centri di ricerca, come la Rand Corporation o l’Ida e i dipartimenti universitari- a cominciare da quelli della sua stessa università- posti al servizio del potere militare, mentre al contrario la ricerca all’interno degli istituti universitari dovrebbe essere condotta indipendentemente, se non in alternativa o contro il complesso militare industriale.

Per l’autore infatti la tecnocrazia non è in fondo altro che un’ideologia volta a coprire interessi di potere attraverso un linguaggio tecnico astruso che cela la realtà spietata e crudele delle guerre imperialiste da essa promosse. Certo, da un punto di vista storico, tutto ciò non desta alcuna sorpresa poiché l’intelligentsia ha sempre avuto un rapporto naturale con il potere statale. Al contrario il compito dell’intellettuale militante deve essere quello di dire la verità ai senza potere perché contribuiscano anch’essi ad abbattere il potere.

L’’intellettuale deve contribuire a far pensare la gente da sola (anche se questa finalità non è raggiungibile fino a quando la scuola e l’università premieranno la disciplina, l’obbedienza e la competizione che favorisce l’integrazione) e quindi non deve imporre la propria visione delle cose alla società civile ma semmai farsene interprete, evitando dunque di cadere nel modello bolscevico.

Insomma, l’intellettuale militante deve sicuramente creare delle alternative, ma secondo un approccio graduale, non potendo certo pretendere di cambiare la società dall’oggi al domani. In tale senso, la creazione di collettivi all’interno delle scuole e delle università, centrati su problemi specifici, costituisce un passo importante verso un progressivo allargamento della libertà.