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16.01.2019

 

Altro che sequestro lampo, di Silvia Romano non si sa più nulla da 60 giorni

di Fabrizio Floris 

 

Nonostante gli annunci e gli appelli per ritrovare la giovane volontaria italiana, le «solide» certezze degli inquirenti si ridimensionano

 

Il rapimento della volontaria italiana Silvia Costanza Romano si appresta a superare la soglia psicologica dei 60 giorni di detenzione in quello che doveva essere un sequestro lampo. Ancora nei giorni scorsi il procuratore di Nairobi, Noordin Haji, incontrando una delegazione italiana ha manifestato l’intenzione di «procedere in maniera più decisa» nelle indagini. Ma nel frattempo si sono lentamente ridimensionate le «solide» certezze degli inquirenti.

Primo, i tre rapitori ricercati sono due, il terzo risulta morto da sei mesi come ha mostrato il giornalista Jari Pilati della Rai mettendosi sulle tracce della famiglia di Yusuf Kuno Adan, il cui figlio ha mostrato il certificato di morte. Secondo, il capo della polizia di Kilifi (area dove è avvenuto il sequestro) ha lasciato il comando delle operazioni, forse sono state fatali per lui le dichiarazioni sugli arrestati considerati elementi chiave per la liberazione; terzo, nonostante gli appelli (di ieri quello del parlamentare Aden Duale che ha invitato i residenti del fiume Tana ad assistere gli agenti di sicurezza per trovare Silvia Romano) e le preghiere, non si è registrata una forte collaborazione tra territorio e forze di polizia; quarto gli «effetti speciali» di cui si sarebbero dotati i militari, droni ed elicotteri, non si sono visti, in ultimo il ministro degli Interni italiano Salvini ha dichiarato «non si paga», confondendo forse lo showdown (resa dei conti) con lo shutdown (chiusura).

C’è poi il tema della stregoneria passata sui media in un misto di sarcasmo e ironia, in riferimento ai poliziotti che pensano di trovare Silvia Romano con «pratiche rituali». Se nella zona di fosse uno «stregone/guaritore» le probabilità di trovare la ragazza sarebbero significativamente più alte perché lo «stregone» è in primis colui che conosce il territorio, conosce le famiglie, le loro storie, la cultura e gli aspetti su cui far leva: un suo intervento è più decisivo di cento droni. Nelle aree remote dell’Africa l’uomo è ancora più importante della tecnica. La stregoneria, per gli antropologi, si avvicinerebbe più alla preghiera che alla scienza, ma necessita anche di una particolare location: ambiente e abitanti. Un luogo dove la «persona» ha il sopravvento sull’«individuo».

E mentre i bambini guardano il video con i maleficium di Harry Potter e i poliziotti invocano la stregoneria è atteso in Kenya, a fine mese, il primo ministro Giuseppe Conte. Chissà che non riporti Silvia a casa.

 

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