Fonte: https://www.strategic-culture.org/

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22 Marzo 2019

 

Il Reichstaat dell’UE in mezzo al caos sistemico: presagi di una ‘lunga guerra’

di Alastair Crooke 

ex diplomatico inglese, fondatore e direttore di Conflicts Forum

Scelto e tradotto da Tonguessy

 

“Se l’euro fallisce, anche l’UE fallisce”, parola di Angela Merkel. “Oggi è davvero possibile che l’intero progetto europeo fallisca: l’unione monetaria non è più considerata irreversibile, così come l’UE” scrive il professor Guido Montani dell’università di Pavia [nell’articolo originale compare Padua, ovvero Padova ma il professore lavora a Pavia, ndt].

D’accordo, ma la natura profondamente strutturale della crisi ed il contemporaneo senso di pericolo legato alla Germania e alle euro-élite suggeriscono che qualsiasi soluzione sarà causa di dolorosi litigi, vedi il caso Brexit. E’ un assaggio e al tempo stesso un avvertimento dell’imminente rottura dei vincoli di coesione nazionali.

Dopo anni di austerità e stagnazione all’interno di alcuni stati europei, è ormai evidente che struttura e cultura della UE (entrambe pretese dalla Germania postbellica) stiano facendo i conti con un crescente senso di fastidio e richieste di cambiamento tanto da parte dei paesi membri quanto, cosa alquanto significativa, persino da parte della Germania.

Sarebbe comunque completamente fuorviante ridurre questi fenomeni esclusivamente a fattori di austerità monetaria e fiscale. La richiesta di cambiamento riflette anche la divisione culturale in atto. Tale divisione giace sia nel cuore della Germania che all’interno degli altri Stati europei.

Dal punto di vista strettamente tedesco viene sfidata la mentalità del Reichstaat [ndt: per Reichstaat si intende la Germania nazista] che ha formato l’unione monetaria europea, e la nozione di ‘impero’ con popoli differenti che hanno convergenze sui ‘valori’ transnazionali europei che si realizzano attraverso le austere direttive emanate dal governo centrale su regole, leggi e controlli fiscali.

Fisicamente la divisione della Germania è simboleggiata dal fiume Elba che marca una linea grosso modo diagonale dal Mare del Nord alla frontiera polacca-ceca e che è stato storicamente ben più di un corso d’acqua per almeno 21 secoli. Gli imperatori romani non osarono avventurarsi oltre l’Elba, che segnò il confine orientale anche dell’impero di Carlomagno. Rappresenta una barriera che ha resistito fino ad oggi con effetti molto tangibili. Tre decenni dopo la caduta del muro la spaccatura tra Germania Est e Ovest è ancora palpabile.

Un leader di Alternative für Deutschland [partito euroscettico di estrema destra, ndt] della Sassonia-Anhalt lo spiega così: “Diciamo le cose come stanno: AfD non vuole alcuna rivoluzione, ma chiediamo profonde riforme che rendano la nazione adeguata alla mentalità della Germania Est e agli stimoli che qui nascono” auspicando un ritorno alle “classiche virtù prussiane quali coerenza, senso di giustizia, onestà, disciplina, puntualità, ordine, lavorare sodo e senso del dovere” in contrapposizione con il contemporaneo liberalismo zeppo di sensi di colpa.

L’emergenza relativa ad una ragionevole alternativa alle politiche ufficiali della CDU [il partito della Merkel, ndt] è importante proprio per il ruolo storico di quel partito nel formare la struttura dell’UE e nell’imporre i propri valori.

Noah Strote, studioso di storia tedesca, scrive così: “I fondatori della CDU, la maggioranza dei quali provenivano dalle regioni occidentali dove il cattolicesimo è storicamente sempre stato più radicato, originariamente supportarono il nazismo. La scelta non fu frutto del caso, ma di paure demografiche: l’uomo che sarebbe diventato il segretario di partito e primo cancelliere, Konrad Adenauer, non era solo nel pensare che la parte nordorientale della nazione -il cuore della Prussia avente Berlino come capitale- fosse popolata da meticci di ogni sorta: asiatici, persone non totalmente di razza bianca la cui cultura non-cristiana rappresentava un pericolo. Mentre Hitler già prima di conquistare il potere destava sospetto per molti motivi, Adenauer almeno si stava dedicando a proteggere l’identità cristiana nazionale da tali elementi perniciosi…. 

Dopo la SGM quegli uomini politici si misero in luce per avere offerto una nuova visione della Germania, dell’Europa e delle politiche internazionali stavolta assieme ad un partner più affidabile e potente- gli Stati Uniti d’America. Distanziandosi dal nazismo, si fecero portavoce di politiche di tipo cristiano basate su valori quali libertà individuale, libertà economica e apertura culturale. Tale visione risultò molto attraente per gli occupanti americani che finirono per favorire l’ascesa della CDU…..anche la segreteria della CDU di Adenauer fu segretamente compiaciuta del fatto che il cuore della loro patria fosse sigillato contro l’invasione asiatica…..

Ciò che l’AfD vuole dimostrare è che né la Merkel né la CDU oseranno mai combattere per ciò che è sempre stato il loro valore primario: preservare la cultura tedesca ed europea (cioè fermare l’immigrazione). Così facendo rivelano la tensione (ipocrisia?) inerente il programma politico della CDU: l’assunto rimosso secondo cui si rende necessaria una maggioranza etnica per portare avanti il loro progetto.

Così l’AfD afferma di non meritarsi l’appellativo di “nazionalista bianco” più di quanto non se lo meritarono i sostenitori storici della CDU…e la parola “alternativa” ha il doppio ruolo di definire gli scopi del partito e di essere il vero difensore della identità cristiana della Germania e dell’Europa”.

Ciò che l’AfD dice è che la visione della Merkel e della CDU di uno Reichstaat europeo non sta fallendo solo come veicolo economico (particolarmente per avere concentrato tutto il benessere nella Germania occidentale) ma sta fallendo anche nel preservare la coerenza interna dell’Europa. Fermare la recente immigrazione musulmana è essenziale per garantire una certa omogeneità culturale che non metta troppa pressione alle popolazioni locali (per preservare l’omogeneità nazionale serve cioè sconfiggere la globalizzazione).

Stiamo qui vedendo due divisioni: l’intera Germania Est (che era molto più estesa prima del 1945) è stata per 800 anni una terra contesa tra tedeschi e slavi fino a quando la Prussia conquistò ed annesse l’intera Germania tra il 1866 ed il 1871. L’eredità di questa unificazione è stato il malcelato senso di quell’onnipresente ed ostile Altro, non interamente ‘bianco’ verso cui Adenauer indirizzava le proprie attenzioni.

In altre parole rimane la spaccatura tra la CDU della Germania dei ‘bravi tedeschi’ (liberali, democratici, affidabili e a prova di crisi) e i ‘cattivi tedeschi’ della Germania orientale formati da esperienze molto differenti secondo Konstantin Richter: “Per chi venne istruito nella ex DDR…non esisteva alcun riconoscimento di colpa e nessun senso di espiazione. (I socialisti dell’Est consideravano piuttosto la Germania Occidente come l’unico successore della Germania nazista). Di conseguenza molti tedeschi orientali sentono che l’identità del ‘buon tedesco’ non appartiene loro, e provano un autentico rifiuto verso questa impostazione culturale….la chiamano Schuldkult, ovvero “il culto del senso di colpa”.

Se il lettore dovesse notare delle somiglianze con l’attuale situazione negli USA (i ‘deplorables’ che rifiutano il ‘senso di colpa’ di essere bianchi) e con l’esperienza italiana del ‘Mezzogiorno’ (che rifiuta l’affronto di essere considerato ‘sud arretrato’) avrebbe sicuramente ragione.

Così la seconda fase di questa domanda di cambiamento diventa una seria rivolta contro la visione del Reichstaat tedesco e quanto necessario per farlo diventare (assieme all’Europa) un vero impero economico europeo.

L’aspetto economico relativo alla disaffezione verso l’attuale condizione paneuropea, comunque, trae origine dalla traumatica esperienza dell’iperinflazione presente tra le due guerre, alla Grande Depressione degli anni ‘30 e all’erosione sociale che ne conseguì. Per esorcizzare questi fantasmi la Germania deliberatamente cacciò la UE in un sistema automatico di austera disciplina fatta rispettare dalla BCE, a sua volta controllata dalla Germania stessa.

L’intera gestione è stata blindata grazie a specifici automatismi (ovvero dai ‘meccanismi autostabilizzanti’ introdotti dalla UE). Tutto questo fu concesso da parte degli altri Stati europei in quanto era l’unico modo (così fu detto) affinché la Germania concedesse di mettere il proprio pregiato marco nel calderone comune dello SME.

Il professor Paul Krugman lo spiega bene:

Come riuscì l’Europa a realizzare una politica monetaria comune? Grazie ad una ben calcolata dose di ipocrisia. Sebbene lo SME fosse per principio un sistema simmetrico dato che ogni Stato doveva essere trattato in modo uguale, nella realtà fu tacitamente imposta l’egemonia tedesca: la Bundesbank metteva i tassi di interesse che le facevano più comodo mentre le altre banche centrali facevano l’impossibile per mantenere le loro valute ancorate al marco. Questa situazione permise al sistema di mantenere due fattori apparentemente inconciliabili: l’insistenza dei tedeschi che ancora ricordano tanto l’iperinflazione del 1923 ed il miracolo economico che seguì l’introduzione di una nuova moneta stabile nel 1948, che la loro amata Bundesbank amministrò con determinazione; e l’imperativo politico secondo cui qualsiasi istituzione europea deve assomigliare ad una associazione tra pari e non invece, hmm, un Reich. Gli europei sono una razza subdola.

Con l’attuale unione monetaria questa raffinatezza non può funzionare in quanto una autentica valuta unificata deve avere un’istituzione -la Banca Centrale Europea- che ne regola il funzionamento. Come potrebbe questa istituzione garantire ad ogni nazione uguale peso mentre soddisfa le esigenze tedesche di rigore monetario? La risposta consiste nel dotare il nuovo sistema di guida automatica, pre-programmandola in modo da garantire che vengano eseguiti ordini come se la Germania fosse l’unica a comandare. Per iniziare la nuova banca centrale -la BCE- doveva essere un istituto autonomo il più possibile libero da influenze politiche. Poi doveva avere un mandato molto chiaro e stringato: stabilità dei prezzi, punto. Nessuna responsabilità per questioni viscide come occupazione o crescita. Terzo: il capo della BCE con mandato di otto anni doveva essere più tedesco dei tedeschi: W. Duisenberg fu a capo della banca centrale olandese nel periodo in cui il suo lavoro consisteva quasi interamente nel mettere in cattiva luce tutto ciò che la Bundesbank faceva.

Infine per evitare il caso che i governi avessero voluto usare il loro potere per controllare le tasse e le spese per sfidare la BCE sul piano monetario, la Germania impose il ‘patto di stabilità’ che limita la capacità dei governi di eurolandia di disporre di deficit a bilancio. 

 

Der Spiegel in un editoriale del Marzo 2015 nota come non sia sbagliato parlare del sorgere del ‘quarto Reich’: “Può sembrare assurdo dato che la Germania odierna è una affermata democrazia senza più tracce di nazionalsocialismo- nessuno associa la Merkel a Hitler. Ma parlare di ‘Reich’ o impero non è del tutto fuori luogo. Il termine si riferisce ad un dominio con un potere centrale che esercita il proprio controllo su diversi popoli. Sarebbe quindi sbagliato, basandosi su questa definizione, parlare di Reich tedesco in ambito economico?”

Un ambizioso ‘progetto imperiale’ mentre viene messa in discussione sempre di più la verifica dei fatti: “la Germania non ha creato stabilità…ma instabilità in Europa. La retorica tedesca si concentra sulla stabilità: parla di ‘unione di stabilità ed è orgogliosa della propria Stabilitätskultur o cultura della stabilità. Ma la definizione di questo concetto è molto stringata: significa stabilità dei prezzi e niente di più. Nei fatti quando cerca di esportare la propria cultura della stabilità, la Germania crea instabilità in senso ampio…Molti altri paesi dell’eurozona vedono le regole come asservimento agli interessi nazionali tedeschi piuttosto che ai propri, spiega Hans Kundnani nel suo “The Paradox of German Power”.

Esattamente come la Bundesbank fissò il tasso di cambio 1:1 all’unificazione delle due Germanie nell’eurozona, fatto che precluse ogni possibilità che la parte orientale potesse competere con quella occidentale, così anche l’Italia e altri Stati con surplus diversi dall’export con valute sopravvalutate quando si unirono al nuovo euro hanno assistito a qualcosa di molto simile alla ex-DDR che vide sparire la propria base manifatturiera.

Per molti tedeschi dell’est, l’unificazione del 1990 non fu una fusione di uguali, quanto un Anschluss, un’annessione che vedeva la Germania Occidentale impossessarsi di quella Orientale. Le ragioni del disincanto della ex-DDR possono essere viste dappertutto: la popolazione orientale è calata di 2 milioni, la disoccupazione è salita alle stelle, i giovani se ne vanno a frotte e delle industrie che l’avevano resa una delle nazioni leader del blocco orientale non c’è più traccia.

Ed ecco qui il nocciolo della crisi. Si sono alzate diverse voci per tentare una strada diversa: qualcosa come essere meno severi con le regole fiscali che stanno distruggendo il welfare, o semplicemente provare a riformare il sistema bancario e finanziario.

Questo il risultato: qualsiasi iniziativa di questo tipo è proibita in questo sistema blindato. Si potrebbe pensare di rivedere i trattati, ma è semplicemente impossibile. I trattati sono intoccabili in quanto la Germania crede (o pensa di credere) che allentare la presa sulla ferrea disciplina monetaria aprirebbe il vaso di Pandora da cui uscirebbero i fantasmi dell’inflazione e della instabilità sociale proprio come una volta.

La realtà è che la ‘quarantena’ europea è saldamente controllata da un sistema che ha deliberatamente rimosso ogni potere da governi e parlamenti e stabilito l’automatismo del sistema stesso attraverso trattati che possono essere rivisti solo grazie a procedure straordinarie. Nessuno a Buxelles riesce ad avere prospettive diverse da questa, per cui a Bruxelles si sente il solito disco rotto: ‘There Is No Alternative’ (TINA) se non una Europa più integrata.

Questa impasse sistemica è in rotta di collisione con una montante rivolta contro l’euro-Reichstaat e contro le disuguaglianze e la frammentazione sociale che l’odierno mondo iperfinanziario ha creato.

 

Potrà ma la UE adottare riforme adeguate? Riuscirà a sopravvivere? Ci sono poche opzioni e molto difficili: se il resto dell’Europa non riesce a sopravvivere alla blindatura dell’euro voluta dalla Bundesbank allora l’unica soluzione sarebbe che la Germania e gli alleati con avanzi commerciali se ne vadano. Ma chi riuscirà mai ad obbligare la Germania ad un tale cambiamento? La sostituzione di Draghi a capo della BCE probabilmente sarà a favore di un altro delfino della Bundesbank. Ed il paradigma del mondo iperfinanziario su base fiat credit non è una creazione europea, è integrata anche negli USA. L’UE è al passo con i tempi e chi ne trae beneficio è disposto a fare a pezzi chiunque rappresenti un ostacolo.

Nonostante questo le rivolte non finiranno. Il profondo senso di crescenti disuguaglianze è pari solo al sentimento comune che nota come le reti di protezione sociale siano state smantellate e alla consapevolezza di vivere costantemente sulla soglia dell’estinzione per cause economiche. L’intolleranza ufficiale della UE verso questi sentimenti non fa che esacerbare la polarizzazione e la rabbia.

La Brexit viene vista da alcuni come ‘eccezione’ riguardo a quanto esposto, riflettendo solo l’isolamento storico della Gran Bretagna in quanto isola, e in quanto tale non meritevole di alcuna considerazione. Ma potrebbero sbagliarsi. E’ solo un episodio denso di significati in ciò che sta per diventare una ‘lunga guerra’. I passi successivi sono già abbastanza chiari: i Gilets Jaunes in Francia, la Lega in Italia, l’AfD in Germania, le prossime elezioni europee, il gruppo Visegrad, Vox in Spagna etc…La Brexit è soltanto il canarino all’interno della miniera che mette in guardia sul pericolo imminente. I controrivoluzionari sono decisi a distruggere ogni insurrezione: sarà una strada irta di ostacoli.


Link: https://www.strategic-culture.org/news/2019/03/18/eu-reichstaat-systemic-disarray-long-war-portends.html

18,03.2019

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