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Maggio 24, 2019 

 

Un tranquillo colpo di stato

di Francesco Carraro

 

Possiamo andare a votare per il Parlamento europeo con le idee un po’ più chiare su ciò che l’Unione europea rappresenta? Forse sì. E non serve neppure scomodare il “piccolo complottista” che, per fortuna, vigila su di noi, come un provvidenziale angioletto, e ci sveglia quando ci appisoliamo davanti al quella bella fiaba per adulti che inizia, più o meno, così: “C’era una volta il Sogno europeo e c’erano i padri nobili: De Gasperi, Schuman e Adenauer”.

 

Lasciamo in pace i padri nobili, ringraziamo gli angioletti e stiamo ai fatti. 

I fatti ci urlano che la UE e l’euro costituiscono, a tutti gli effetti, il consolidamento sul piano giuridico-istituzionale (e su quello economico-monetario, prodromico al primo) di una congiura ai danni dei popoli europei. In verità, ce lo urlò in tempi (quasi) non sospetti l’ex “picconatore” (nonché Capo dello Stato) Francesco Cossiga, il quale, in una dichiarazione, riportata nel libro di Gabriele Sannino, “Fuga dall’Euro”, disse, a proposito della UE: “L’organizzazione politica più antidemocratica che esiste oggi al mondo è l’Unione europea. (…) Se uno stato sovrano si fosse dato un’organizzazione istituzionale come quella della UE saremmo scesi tutti quanti in piazza. Armati”.

Le affermazioni di Cossiga sono sconcertanti, ma hanno anche la potenza di un elettroshock. Intanto, scuotono le coscienze pigre. Se l’ex Presidente, che ha cominciato la carriera politica al tramonto di una dittatura conclamata, ci ha detto che viviamo gli anni della formazione di una organizzazione politica la più antidemocratica, noi – quelli a cui sarà riservato l’apogeo di una deriva di tal fatta – come abbiamo intenzione di reagire, come pensiamo di comportarci nell’urna? 

Tuttavia, potrebbe sorgere un dubbio: forse Cossiga esagerava, magari era semplicemente afflitto da un complesso di persecuzione dopo una vita passata all’interno di un circuito vizioso in cui lo spionaggio e il controspionaggio erano pane quotidiano.

Poi, però, i dubbi evaporano davanti alle confessioni, in real time, dei protagonisti. Si pensi a quanto disse l’ex presidente della commissione, Josè Barroso, in occasione di un discorso all’Istituto Europeo di Firenze riportato in un articolo di Luciano Gallino su Repubblica del 23 settembre 2014: “Quel che sta accadendo è una rivoluzione silenziosa – una rivoluzione silenziosa in termini di un più forte governo dell’economia realizzato a piccoli passi. Gli Stati hanno accettato – e spero lo abbiano capito nel modo giusto – di attribuire importanti poteri alle istituzioni europee riguardo alla sorveglianza e un controllo molto più stretto delle finanze pubbliche”. 

Barroso è in ottima compagnia. Valéry Giscard d’Estaing, Presidente della Repubblica francese dal 1974 al 1981, nonché presidente della Convenzione europea, da cui scaturì il progetto di Costituzione europea poi abortito, affermò, commentando il trattato di Lisbona del 2007, introdotto dopo che (due anni prima) la Costituzione era stata bocciata da olandesi e francesi: “Il trattato è uguale alla Costituzione bocciata. Solo il formato è differente, per evitare i referendum”. 

Un parlamentare europeo danese, Jens Peter Bonde, è stato anche più chiaro: “I primi ministri erano pienamente consapevoli che il trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum. La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori”. 

Quindi, discorrere di un “golpe bianco” non è né esagerato né fuorviante. Secondo lo Zingarelli, il golpe bianco è un “sovvertimento degli assetti costituzionali attuato senza l’uso della forza”. Proprio quello cui ha accennato Barroso: un colpo di stato col silenziatore. Infatti, non se ne sta accorgendo nessuno. Tranne, forse, il filosofo tedesco Jurgen Habermas che – in occasione della caduta del Governo Berlusconi nel 2011 – parlò di “a quiet coup d’etat”, un tranquillo colpo di stato. 

Timothy Geithner, segretario al Tesoro degli Stati Uniti nell’Amministrazione Obama, a proposito del fatto che alcuni funzionari europei lo avvicinarono proponendogli un piano per far fuori il governo italiano in carica, scrisse: “Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente, ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo coinvolgerci in un complotto come quello. Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani, io dissi”.

 

Alla faccia dei complottisti, verrebbe da dire.

Rileggetevi, o riascoltate, le parole di Jacques Attali, banchiere internazionale e consigliere del Presidente francese Francois Mitterand pronunciate il 24 gennaio 2011, all’Università partecipativa: “Abbiamo minuziosamente dimenticato di includere l’articolo per uscire da Maastricht. (…) Non è stato molto democratico, naturalmente, ma è stata un’ottima garanzia per renderle le cose più difficili, per costringerci ad andare avanti”. 

Il video della performance, disponibile sul web, consente di cogliere il sottotesto di sghignazzamenti divertiti del pubblico che assiste alla sparata di questo ineffabile personaggio dell’alta “aristocrazia” europeista. 

Siamo di fronte a poteri i quali non solo sanno che l’euro è “sbagliato”, non solo sanno che esso è indispensabile per raggiungere i propri scopi, ma sono consapevoli di dover perseguire i loro obbiettivi per gradi, sorvolando a volo d’uccello, per quanto possibile, il circuito “ordinario” delle consultazioni e del consenso democratico. 

Helmuth Kohl, Cancelliere della Germania dal 1982 al 1998, il 9 aprile 2013 commentò così, davanti ai taccuini del Telegraph, l’ingresso nell’euro da parte della Germania: “Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania. Avremmo perso il referendum sull’introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro. Avrei perso sette a tre (…). Nel caso dell’euro sono stato come un dittatore”. 

La situazione da anomalia democratica, da allarme rosso, è talmente evidente che se ne sono accorti persino esponenti autorevoli del PD, partito notoriamente e tradizionalmente europeista. Il sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega agli affari europei del Governo Renzi, Sandro Gozi, il 15 luglio 2015, sul Corriere della Sera, ha dichiarato: “è oramai evidente che non abbiamo un metodo democratico per gestire dei beni comuni come, per esempio, la moneta unica”. 

L’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, sempre del Partito Democratico, ha raccontato, nel 2016, in un dibattito pubblico alla Versiliana (organizzato dal Fatto Quotidiano) i retroscena che portarono al voto sul pareggio di bilancio (e poi, qualche mese dopo, all’insediamento di Mario Monti): “Oggi noi stiamo vivendo un enorme conflitto tra democrazia ed economia. Oggi sostanzialmente i poteri sovranazionali sono in grado di by-passare completamente le democrazie nazionali. Io faccio soltanto due esempi. I fatti che si determinano a livello sovranazionale, i soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto. Faccio un esempio. La modifica – devo dire abbastanza passata sotto silenzio – della costituzione per quanto riguarda il tema dell’obbligo del pareggio di bilancio non fu il frutto di una discussione all’interno del paese, fu il frutto del fatto che ad un certo punto la Banca Centrale Europea, più o meno, adesso la brutalizzo, disse: O mettete questa cosa nella vostra costituzione o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine mese. Io devo dire che è una delle scelte di cui mi vergogno di più. Mi vergogno di più di aver fatto. Io penso che sia stato un errore… Penso che sia stato un errore approvare quella modifica. Non tanto per il merito, che pure è contestabile, ma per il modo in cui si arrivò a quella modifica di carattere costituzionale (…). Non cito questo caso per il merito, cito questo caso per il fatto che, in fondo, si è trattato del fatto che una democrazia, questa come la Grecia, come altre, sono state messe di fronte a dei fatti compiuti che si erano determinati in ambito di carattere finanziario”.

Abbiamo appena “ascoltato” un ministro della Giustizia di uno Stato sedicente sovrano (il nostro) affermare che “soggetti che si sono costituiti a livello sovranazionale, spesso non legittimati democraticamente, sono in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto”.

In proposito, è altrettanto impressionante il racconto del senatore leghista Massimo Garavaglia, reperibile anche su youtube, dove il nostro spiega in modo inequivocabile come organi rappresentativi dello Stato italiano furono sottoposti a un vero e proprio ricatto ai tempi della crisi del 2011.

Ecco le sue parole: “Monti viene fatto senatore a vita il 9 di novembre. Il 10 siamo in commissione bilancio a chiudere la finanziaria in commissione e quello stesso giorno vengono a interrogarci gli ispettori della BCE della banca centrale di Bruxelles, perché eravamo sotto inchiesta. Ci interrogano. Il presidente Giorgetti della Camera, i presidenti e i vicepresidenti delle 2 commissioni. Ci fanno un bell’interrogatorio alla fine l’ultima domanda è: “Ma voi sosterrete il governo Monti?”. “Eh, brigadiere, vedremo… C’è un governo in carica. Se cade vedremo chi verrà nominato e decideremo”. “No, no, no! Verrà fatto il governo Monti e voi lo sosterrete”. Al che ti girano un po’ i santissimi… gli dico: “No, non funziona così. Noi siamo stati eletti in una maggioranza. Se la maggioranza non sta più in piedi si va, si vota e il popolo decide chi governa”. “No no no non ci siam capiti. Se voi non sosterrete il governo Monti, noi non compriamo i vostri titoli per due mesi e voi andate in fallimento.” Ok, questo è giovedì 10 novembre. Venerdì noi chiudiamo la finanziaria al Senato, poi va alla camera. E Stefano con gli altri la vedono la domenica. E lunedì viene incaricato Monti e martedì è premier. Tutto bello semplice quindi… Questo discorsetto che è stato fatto a noi, evidentemente è stato fatto anche ad altri leader, ai leader politici. Noi eravamo solo interrogati in quanto tecnici della materia e tant’è che all’inizio anche Di Pietro era per il sostegno Monti, perché ci aveva creduto anche lui a questo ricatto dello spread e così è andata. Tra l’altro se uno vuole vedere gli acquisti di titoli in quelle settimane, casualmente non ci sono stati acquisti di titoli, lo spread è schizzato su, poi è andato giù. Insomma: tutto ben orchestrato”.

Avete un vocabolo migliore rispetto a quella di “golpe” per descrivere quanto denunziato da Orlando? Noi, francamente, facciamo una gran fatica a trovare un’alternativa lessicale. Una potrebbe essere “racket”. Questo crimine viene generalmente perpetrato attraverso minacce e intimidazioni varie all’incolumità personale al fine di estorcere denaro o altre utilità, punendo materialmente chi si rifiuta di sottostare alle richieste. Un altro termine è l’italianissimo “mafia” cioè, secondo il dizionario, un “sistema di potere fondato sul consenso sociale della popolazione e sul controllo sociale che ne consegue; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nel consenso della popolazione e nelle collaborazioni con funzionari pubblici, istituzioni dello Stato e politici, e soprattutto nel supporto sociale”.

Non c’è alcun dubbio che noi respiriamo quotidianamente l’aria inquinata di un sistema politico-economico-sociale tecnicamente ascrivibile, sia pure con tutti gli aggiustamenti del caso, nelle categorie tratteggiate dalle definizioni di cui sopra. Esso, infatti, si nutre del “consenso”, della “collaborazione” del “supporto sociale” di un’enorme numero di cittadini, politici e funzionari i quali – sovente in buona fede, di certo sotto schiaffo del timore delle letali conseguenze di quella lupara bianca chiamata “spread” – chinano la testa e, pur non capendo, si adeguano.

Sul piano del diritto penale, ci soccorrerebbe l’articolo 241 del codice che così recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”. 

Ci siamo in pieno, vero? E allora perché nessun magistrato si è mosso? Forse perché questa norma è stata modificata con riforma del 24 febbraio 2006, n. 85 con la quale sono state introdotte le paroline magiche degli “atti violenti”, in assenza dei quali non può essere integrata la fattispecie criminosa in questione. Una “riforma strutturale” provvidenziale per coloro che pronunciarono le seguenti parole (Orlando dixit): “O mettete questa cosa nella vostra costituzione o altrimenti chiudiamo i rubinetti e non ci sono gli stipendi alla fine mese”.

Sulla convinzione che “golpe” sia un’espressione appropriata, poi, ci conforta un grande giurista italiano, Giuseppe Guarino, già deputato nonché Ministro delle finanze e dell’Industria e professore ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma. Egli, nel suo fondamentale pamphlet “Un saggio di verità sull’euro” – parlando del regolamento 1466/1997 con il quale la Commissione europea, bypassando addirittura il trattato di Maastricht, anticipò i criteri masochisti del pareggio di bilancio poi consolidati, nel 2012, nel Fiscal Compact – scrisse: “Il 01.01.99 è stato effettuato un colpo di stato con fraudolenta astuzia. La costituzione degli stati è stata violata attraverso un regolamento che, a sua volta, viola i trattati e pretende applicazione senza passare attraverso le procedure di ratifica previste per i trattati”.

Come ulteriore riprova dell’esistenza di un disegno oscuro, dai connotati antidemocratici, ricordiamo un testo redatto dal nipote di uno dei più celebri politici italiani del dopoguerra, Paolo Rumor, figlio di Giacomo, attivista democristiano del Vicentino e, soprattutto, nipote di Mariano, varie volte Presidente del Consiglio. Il suo libro mette insieme le memorie del padre a proposito del processo di unificazione europea, si intitola “L’altra Europa” ed è stato edito nel 2010 da Hobby & Work. Merita di essere ricordato anche perché composto in collaborazione con uno dei più noti e apprezzati storici italiani, vale a dire Giorgio Galli.

Stando al racconto dell’avvocato Rumor, il padre era stato incaricato da Monsignor Giovan Battista Montini, futuro papa Paolo VI, di prender parte, per conto del Vaticano, tra il 1943 e i primi anni cinquanta, a incontri di carattere assolutamente riservato destinati a dare corpo e struttura a quel processo poi palesatosi nelle forme ben note delle prime comunità europee, dei successivi trattati, dell’attuale Unione.

Egli scrive: “Mi è stato spiegato che il gruppo dei veri ispiratori dell’Unione non corrisponde a quelli citati nei resoconti storici, perché i primi sono rimasti sempre nell’ombra e hanno preferito dare l’impulso in modo mediato”. 

Un’altra frase notevole è questa: “Mio padre mi diceva che pochi uomini politici conoscevano il lavoro che si era svolto ‘dietro le quinte’ per preparare poco per volta il nuovo volto dell’Occidente”, o, ancora: “Il senso generale di ciò che ho potuto capire dalla lettura dei documenti di mio padre, come pure dalle sue spiegazioni orali, è che esisteva (e forse esiste ancora), ad un livello molto alto e diverso da quelli conosciuti, un Gruppo o un’Entità (…). Tali persone non esitano a ricorrere a tecniche di suggestione o dissimulazione per pilotare l’emotività dell’opinione pubblica, le sue aspettative, le sue aspirazioni mentali, e conseguentemente far accettare cambiamenti strutturali che coinvolgono le comunità nazionali”. 

È una testimonianza assai utile, anche perché conferma un filone carsico, mai raccontato e che, pure, un osservatore intelligente riesce a intuire. 

Chiunque abbia assistito agli sviluppi della crisi di questi anni non può non aver notato due fattori che poi Rumor certifica nel suo memoriale. Primo: ciò a cui stiamo assistendo non è il risultato di un disordinato affastellarsi di fatti tra loro scollegati, di caotiche coincidenze, di confuse e contraddittorie decisioni “democratiche”. È un preciso progetto condotto con tempi e modi decisi a tavolino e poi adottato a prescindere dal (anzi, spesso contro il) volere dei popoli europei. Secondo: le forze che recitano il ruolo di attori protagonisti nel proscenio della storia spesso sono solo delle “persone” nel senso squisitamente etimologico del termine: sono delle maschere, degli “attori”. Non è un caso che tutti i politici cimentatisi con l’impresa di invertire il corso degli eventi partano incendiari e fieri e finiscano tutti pompieri, come cantava Rino Gaetano. 

Nel corso dell’ascesa all’empireo dei grandi, essi comprendono che questa storia non si può cambiare. E se non lo capiscono da soli, gli viene fatto capire. Gli “annali della patria” annoverano illustri nomi, sia pure relativi a tempi e vicende diverse da quella qui trattate, di uomini di spicco fatti fuori per non aver saputo rinunciare al “gioco” quando la posta in palio si era fatta troppo alta (Mattei e Moro, due esempi su tutti). 

Nel risvolto di copertina di un suo libro, il già menzionato Jacques Attali, parlando dell’ipotesi di una futura, e unica, governance mondiale (una specie di Unione Europea al cubo, insomma), afferma: “Un governo del genere esisterà un giorno. Dopo un disastro o nel migliore dei casi al suo posto. È urgente iniziare a pensarci per il bene del mondo”. 

Questo signore, lo abbiamo già ricordato, è stato consigliere di stato di Mitterand e presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Ci sta svelando che molti degli “ingegneri” del grande disegno unitario, europeista ma anche mondialista, non si limitano a cercare soluzioni alla crisi. “Vogliono” la crisi (e magari la auspicano o approvano) perché solo la crisi può indurre le masse ad accettare il giogo; così come vogliono l’austerity e la totale e incondizionata sottomissione delle masse ai diktat del grande capitale transnazionale: lo “scippo della cassa” a danno degli Stati, e cioè la sottrazione agli stessi del governo della moneta e della sua scaturigine, va proprio in questa direzione. Essi pretendono di raggiungere il loro scopo, come preconizza Attali, “dopo un disastro o, nel migliore dei casi, al suo posto”. 

Ed è inutile covare illusioni sul fatto che qualcuno verrà a toglierci le castagne dal fuoco. A voler parafrasare proprio Attali, è urgente che iniziamo a pensare al futuro in un modo radicalmente diverso da quello già deciso dalla “loro” agenda. Per il bene del “nostro” mondo.

Un buon modo per incominciare è quello di addestrarci all’autodisciplina di una nuova etica “del risveglio”. Abbiamo – se non altro, e fosse anche solo questo – il dovere di ridestarci alla consapevolezza e di “capire”, prima ancora che di agire. Dobbiamo partire, in definitiva, da quell’esercizio critico di dignità patria (personale, intellettuale e civile) cui si riferiva il compianto Pierpaolo Pasolini scrivendo: “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. 

Promemoria per chi crede di averci già vinto: la speranza non è l’ultima a morire, perché la speranza non muore mai. La speranza vive nelle nostre coscienze, che precedono le nostre azioni. E il cambiamento, apparentemente impossibile, partirà proprio da noi.

Facciamo dunque nostro il monito di Margaret Mead: “Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta”.

 

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