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13 nov, 2019

 

Perché Venezia non ha ancora un piano per affrontare i cambiamenti climatici?

di Alessio Foderi

 

A oggi non esiste ancora una carta ufficiale che coordini la protezione del patrimonio della città, nonostante l'Unesco parlasse del problema già nel 2007

 

I danni dovuti all’allagamento di Venezia delle ultime ore dovranno essere quantificati a emergenza rientrata, ma si parla già di cifre altissime. Danni che toccano soprattutto il patrimonio storico-artistico di una città-museo ammirata e visitata dai turisti di tutto il mondo. Eppure, nonostante il clima stia vistosamente cambiando e episodi di allagamento non siano sconosciuti a una città ovviamente vulnerabile alle inondazioni, non esiste ancora un piano pubblico e ufficiale per l’emergenza climatica e la tutela culturale. Eppure i lavori da parte del comune sarebbero iniziati.

Non è un caso, quindi se il Comitato per il patrimonio mondiale dell’Unesco ha  richiamato ufficialmente l’Italia e la città di Venezia a una maggiore collaborazione per la preservazione del sito. Durante l’ultima sessione di luglio 2019, nella dichiarazione finale, si prende nota della preparazione di un Piano d’azione per il clima, l’Unesco nella parte dedicata a Venezia “nota con preoccupazione la mancanza di una regolare comunicazione fra l’Italia e il World Heritage Centre”. Si invita poi lo stato a “rafforzare il proprio sistema di monitoraggio per la vulnerabilità delle aree del patrimonio ai cambiamenti climatici e al rischio di catastrofi”.

Di fatto, dire che il comune non stia lavorando al tema sarebbe inesatto. Infatti, dal 2014 la giunta del Comune di Venezia ha approvato un documento “Venezia Clima Futuro”, che però altro non è – come si legge sul sito – che “una la traccia preliminare di sviluppo di un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici per la nostra città”. Nel 2018, poi, l’amministrazione comunale ha avviato tramite una delibera la redazione del nuovo Piano di azione per il clima entro il 2020. È proprio di questo piano che prende nota – come citato sopra – il comitato dell’ente legato alle Nazioni Unite. Un piano che sarebbe però ancora in fase di redazione, come si legge sul sito del Comune.

Questo nuovo piano “conterrà come primo step la valutazione del rischio e della vulnerabilità ai cambiamenti climatici per tutto il territorio del Comune di Venezia (Terraferma, Venezia centro storico, isole e laguna), le proposte di azioni di mitigazione e adattamento con orizzonte 2050” si legge sempre sul sito del Comune.

Non è un caso quindi che la dichiarazione del comitato Unesco specifica come ultimo punto quello di presentare “entro il 1 ° febbraio 2020, un rapporto aggiornato sullo stato di conservazione della proprietà per un esame da parte del Comitato del Patrimonio Mondiale nella sua 44a sessione nel 2020, al fine di considerare l’iscrizione della proprietà nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo se le misure di mitigazione implementate e il sistema di gestione adattato non portano a progressi significativi e misurabili nello stato di conservazione della proprietà”.

In maniera quasi premonitoria, nelle dichiarazioni finali dell’Unesco si legge anche la volontà di essere informati sullo stato di completamento del Mose, l’opera ingegneristica che dovrebbe difendere Venezia dall’acqua alta. Il Centro desidera infatti essere informato “sul progetto e la sua manutenzione” e, in maniera più specifica, chiede “di riferire sulla prospettiva a medio e lungo termine per raggiungere l’obiettivo di evitare gli impatti negativi dei cambiamenti climatici, in particolare inondazioni temporanee e innalzamento del livello del mare”.

 

Patrimonio e cambiamento climatico

Allo stato dei fatti, quindi, seppur si consti un lavoro e la redazione di un testo, un piano ufficiale e pubblico non esiste. Potrebbe sembrare un paradosso, visto che già nel 2007 l’Unesco aveva ravvisato la problematica a livello globale, pubblicando un rapporto intitolato “The Impact of Climate Change on World Heritage Sites”, ovvero l’impatto del cambiamento climatico sui siti del patrimonio mondiale. Se, da allora, a livello mondiale la cooperazione fra la scienza e la protezione della cultura non sembrano aver fatto passi avanti, l’Icomos, ovvero l’International Council on Monuments and Sites, proprio in occasione della dichiarazione di luglio scorso ha pubblicato un altro rapporto: The Future of our Pasts, finalizzato a coinvolgere il patrimonio culturale nell’azione per il clima. Quest’ultimo invitava a un approccio multidisciplinare e a una collaborazione fra gestori di siti, scienziati, ricercatori, attivisti climatici e universo politico.

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13 nov, 2019

 

A che punto è la costruzione del Mose a Venezia

di Alessio Foderi

 

Un'opera ingegneristica pensata negli anni Ottanta, iniziata nel 2003 e ancora incompleta avrebbe dovuto proteggere Venezia dall'acqua alta, anche se non tutti dicono che ce l'avrebbe fatta

 

Il maltempo che da ieri sta colpendo Venezia, e provocando vittime e enormi danni in tutte le parti della città, riapre il dibattito sulla complessa opera ingegneristica studiata proprio per separare la laguna di Venezia dal mare Adriatico e scongiurare così gli allagamenti durante l’alta marea, ovvero il Mose. Letteralmente MOdulo Sperimentale Elettrotecnico, una volta a regime, dovrebbe constare di 78 paratoie installate nelle tre bocche di porto della laguna: Lido, Malamocco e Chioggia.

La costruzione dell’opera era iniziata nel 2003, sotto la presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi, ma aveva subito uno stallo nel 2014 quando alcuni membri del concessionario del ministero delle Infrastrutture per la realizzazione dei lavori – il Consorzio Venezia Nuova (Cvn) – erano stati indagati per fondi illeciti. A distanza di cinque anni, la data per la consegna dell’opera ingegneristica era stata fissata per il 2021, come specificato nel bilancio 2018 del Consorzio. Sempre qui si specificava che il completamento degli impianti era previsto per fine giugno 2020 con il conseguente avvio dell’ultima fase, quella della gestione sperimentale.

 

Lo stato dell’arte

Se anche il primo cittadino di Venezia chiede delucidazioni sullo stato dell’opera, oltre allo stato di calamità, per capire a che punto sono i lavori è interessante recuperare quanto detto durante un’audizione alla Camera dello scorso anno, quella del 26 luglio 2018. Qui, l’ingegner Francesco Ossola, amministratore straordinario del Cnv, aveva dichiarato che “ad oggi, sono completate le opere per una percentuale del 93 per cento ed entro la fine dell’anno saranno depositate tutte le paratoie”. L’opera, pensata sin dagli anni Ottanta per difendere Venezia dall’acqua superiore a 110 centimetri, è però, sedici mesi dopo, ancora incompleta e quindi non può attivarsi in circostanze come quelle di questi giorni.

Anzi, il 4 novembre scorso era anche saltato il collaudo del sistema di barriere mobili, meccanismo direttamente coinvolto nel bloccaggio dell’acqua alta. Come riporta Il Fatto Quotidiano la motivazione è la seguente “alcuni tubi che immettono aria e acqua per consentire l’innalzamento e l’abbassamento dei portelloni, hanno manifestato vibrazioni anomale. E quindi, in via precauzionale, si è preferito ordinare controlli prima di procedere”. Le operazioni, come specificato l’ordinanza della Capitaneria di porto di Venezia dello scorso 18 ottobre, erano previste dal 21 ottobre al 4 novembre 2019.

 

Una protezione sufficiente?

Sul sito del progetto si legge che il Mose “può proteggere Venezia e la laguna da maree alte fino a 3 metri e da un innalzamento del livello del mare fino a 60 centimetri nei prossimi 100 anni”. Eppure sui social network molti veneziani si sono sfogati dopo quanto accaduto reputando l’opera inutile e non idonea al suo obiettivo. Soprattutto, molti sostengono che anche se in attività il Mose non avrebbe evitato il disastro. Secondo il progetto, sarebbero infatti necessarie cinque ore per permettere al Mose di attivarsi e proteggere la città dall’acqua alta. Certo è che, non essendo ancora completato e in funzione, è difficile dare un giudizio sul suo funzionamento. Per alcuni infatti la critica è andata principalmente alla spesa pubblica – oltre sette miliardi – destinata a un’opera incompleta, dopo decenni di lavori.

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