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08/03/2016

 

Matteo Renzi, Massimo D’Alema e il Mossad. Che combina il Leader Maximo?

 di Francesco Damato

 

Salvo smentite al Corriere della Sera, mancate sino al momento in cui scrivo, a più di 24 ore dalla notizia, Massimo D’Alema ne ha fatta un’altra delle sue, anche se a propria insaputa, per ripetere un’espressione che nel glossario politico appartiene ormai, a torto o a ragione, all’ex ministro berlusconiano Claudio Scajola. Al quale capitò di acquistare, appunto a sua insaputa, un appartamento a Roma con vista sul Colosseo ad un prezzo ultra-scontato grazie all’onere assuntosi in parte da un imprenditore amico. Vicenda che costò il posto di governo all’acquirente, dimessosi sotto la spinta delle polemiche politiche e mediatiche, ma poi risoltasi a suo favore sul piano giudiziario.

Con D’Alema questa volta non c’è niente di edilizio, e neppure di vinicolo, vista l’attività enologica di famiglia. C’è un pesante giudizio sul presidente del Consiglio e segretario del Pd attribuitogli sul Corriere della Sera lunedì 7 marzo dalla notista Maria Teresa Meli: “Renzi è un uomo del Mossad. Bisogna sconfiggerlo”. Cosa – la sconfitta – ch’egli peraltro ha appena cercato di procurare votando nelle primarie del suo partito per Roberto Morassut come candidato a sindaco di Roma, principale concorrente del renziano Roberto Giachetti. Che però, come si sa, ha non vinto ma stravinto la partita

 prenotandosi per quella vera, che si giocherà fra tre mesi, quando saranno chiamati alle urne gli elettori veri.

 

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Per quanto espresso in una sede e in una occasione private, “nel corso di una cena”, convinto forse che non venisse divulgato, il giudizio di D’Alema su Renzi è a dir poco bizzarro. E, una volta diffuso, a dir poco imbarazzante, visti anche i ruoli istituzionali svolti in passato dall’autore: già presidente del Consiglio, fra il 1998 e il 2000, e poi ministro degli Esteri.

 

Il Mossad non è notoriamente un club sportivo o un circolo, di un cui socio possa essere auspicata la “sconfitta”, magari in una partita di poker o di burraco. Si tratta invece del potente, ed efficientissimo, servizio segreto dello Stato d’Israele: una specie di Cia ebraica. E immaginarne legami con un politico che è oggi il capo del governo italiano, peraltro in un contesto internazionale caldissimo come questo, con tutto ciò che è accaduto, accade e potrà accadere in Medio Oriente e, diciamo così, dintorni, comprendendovi la Libia, significa lanciare nella polemica politica, e persino nei rapporti diplomatici, volente o nolente, a sua insaputa o no, qualcosa che non si può liquidare come un petardo. È una bomba.

 

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Non è d’altronde la prima volta che D’Alema parla di Israele in termini e modi da provocare reazioni tanto dure quanto imbarazzanti per sé, ma anche per gli uomini che gli sono succeduti alla guida del governo e della diplomazia d’Italia.

 

Meno di due mesi fa, intervistato proprio dal Corriere della Sera, D’Alema parlò di Israele come di “un problema, più che un alleato” per via del “ruolo negativo” che svolge sull’altra sponda del Mediterraneo. E all’ambasciatore d’Israele a Roma, Naor Gilon, azzardatosi a scrivere al Corriere per dolersi della “ossessione” avvertita “da molti anni dal signor D’Alema” nei riguardi dello Stato ebraico, scambiato più per la causa, o concausa, che per la vittima del terrorismo che insanguina il Medio Oriente, il nostro rispose contestandone il lavoro che svolge in Italia. Un lavoro, ad avviso di D’Alema, più “attivo” e “dinamico” che diplomatico, più di partecipazione alla politica italiana che di rappresentanza del proprio governo.

 

In particolare, l’ex presidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano accusò l’ambasciata israeliana a Roma di essere diventata “un centro di iniziative politiche che dispensa giudizi su questo o quell’esponente” della politica italiana. E chiese sarcasticamente di quante pagine di giornali avrebbe bisogno l’ambasciatore della Russia a Roma se contestasse tutte le critiche che si muovono in Italia al presidente Vladimir Putin.

 

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È proprio in riferimento alla recente e pubblica polemica avuta con il governo israeliano e il suo ambasciatore a Roma che è apparso particolarmente clamoroso il giudizio su Renzi come “uomo del Mossad” attribuito a D’Alema con tanto di virgolette dalla notista politica non certo ultima del giornale neppure esso ultimo d’Italia. Un giudizio comunque al quale Renzi sembra che abbia reagito a modo suo, con una scrollatina di spalle, come alle polemiche sul salotto televisivo da lui scelto domenica pomeriggio per fare un bilancio dei suoi primi due anni di governo e frenare sulle pressioni, internazionali e forse anche interne, per un intervento militare italiano in Libia: il salotto del berlusconiano Canale 5 condotto con toni e in modi per lui amichevoli da Barbara D’Urso.

 

Il pubblico peraltro ha mostrato di gradire il passaggio televisivo di Renzi più di quanto non avessero forse previsto o voluto i critici: quasi tre milioni di spettatori, pari al 18,32 per cento di share, contro lo scarso 12 per cento del salotto domenicale della rete ammiraglia della Rai. È la concorrenza, bellezza, come la stampa evocata dal mitico Humphrey Bogart nell’altrettanto mitico film Casablanca.

 

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