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14/11/2019

 

Deir El Balah. Massacrati nel sonno

di Patrizia Cecconi

 

Deir el Balah è una cittadina e un campo profughi, uno degli otto campi profughi che si trovano in quel pezzetto di terra lungo il Mediterraneo palestinese, chiamato Striscia di Gaza, che in 360 kmq raccoglie circa due milioni di abitanti, i tre quarti dei quali sono rifugiati, ovvero cacciati o costretti a fuggire dalle loro case dalla violenza armata e dalla fame di terra dello Stato di Israele,  nato per autoproclamazione il 14 maggio del 1948.

 

Deir el Balah significa il palazzo delle palme ed è famoso proprio per le sue palme, ora molto meno numerose in seguito ai tanti bombardamenti  israeliani e alle malattie che ne hanno distrutte un buon numero. Da un tipo particolare di queste palme, che producono datteri piccoli, rossi e dolcissimi, si ricava un miele unico al mondo, il miele di fiori di palma di Deir el Balah che, da solo, potrebbe essere una buona fonte  di reddito, ovviamente se l’illegale assedio israeliano venisse spezzato.

 

Deir el Balah è regolarmente sotto tiro.  Anche quando i media non ne parlano. Oggi invece ne parleranno. A modo loro ma ne parleranno, almeno un po’, perché questa notte, mentre con la mediazione egiziana tra Israele e le formazioni del Jihad si stabilivano le condizioni per il cessate il fuoco, l’aviazione israeliana ha voluto dare il suo saluto, proprio come un killer assetato di sangue, ed ha bombardato la casa della famiglia Malhous a Deir el Balah.

Era passata la mezzanotte, si parlava di cessate il fuoco. Israele aveva già ucciso in poche ore 26 persone, compresi alcuni bambini. Aveva iniziato assassinando un esponente politico della Jihad, Baha Al Ata, poi aveva proseguito uccidendo dei fratelli, dei padri con i figli, dei bambini. Aveva ferito oltre 80 persone e distrutto scuole e palazzi.

 

Le formazioni della Jihad avevano risposto agli omicidi lanciando centinaia di missili che avevano prodotto panico in Israele e condanne incredibilmente unilaterali  contro Gaza da parte della UE e delle istituzioni di tanti paesi cosiddetti democratici, tra cui l’Italia.

 

In Italia il nostro giovane e sicuramente inesperto ministro degli esteri aveva ripetuto il ritornello “Israele deve difendersi”, come se solo Israele avesse diritto alla difesa e come se le vittime e le distruzioni fossero in campo israeliano e non palestinese. Come se non Gaza bensì  Israele fosse sotto assedio, come se non Gaza bensì Israele vedesse continuamente i suoi pescatori colpiti in mare, i suoi agricoltori fucilati durante i lavori in campagna, la sua acqua potabile rubata, il suo aeroporto distrutto, i suoi confini blindati e via dicendo.

 

Certo, il ministro Di Maio è giovane e inesperto, ma un giovane inesperto, se la ruota della fortuna lo ha portato su uno scranno tanto importante, ha il dovere di studiare prima di parlare, altrimenti diventerà, col passare degli anni, un “anziano inesperto” e seguiterà a dire cose che un’osservazione onesta della realtà smentirebbe immediatamente lasciandolo nella vergogna della sua errata dichiarazione.  

 

“Israele ha il diritto di difendersi”, certo! Come tutti i Paesi e tutte le Comunità del mondo, ma la prima regola  per una difesa paritaria e legittima è quella di rispettare i principi sanciti dal Diritto internazionale e dal Diritto umanitario universale. E questo Israele NON lo ha mai fatto e non lo fa. Anzi, i suoi rappresentanti istituzionali più volte hanno pubblicamente dichiarato di riconoscersi al di fuori e al di sopra della legge. Una sorta di Israele ùber alles che niente c’entra col diritto a difendersi e che,  anzi,  si fa pericoloso esempio di disprezzo dei valori democratici.

 

Qualcuno glielo dica tutto questo al ministro DI MAIO, prima che la sua giovane età cresca al punto di non poterlo più giustificare per ragioni anagrafiche.

 

Certo, va ricordato che i media mainstream  hanno fatto un buon lavoro di mala-informazione che forse ha inciso sulla sua dichiarazione.

Hanno quasi all’unisono commentato,  commossi e commoventi,  la fuga precipitosa degli israeliani nei loro rifugi al suono delle sirene e, al tempo stesso, hanno sottaciuto l’impossibilità per i palestinesi di trovare un qualsiasi rifugio, restando alla mercé delle potentissime armi assassine di Israele.  

 

Hanno  sottaciuto o filtrato  - attraverso l’uso di termini a “bassa empatia” -  il massacro che Israele stava compiendo , inserendo  il tutto in una cornice composta di due elementi : il diritto alla difesa di Israele, di Israele e basta, va da sé, e l’aggettivazione di terrorista, diretta o velata, attribuita alle vittime del fuoco israeliano quando, ovviamente solo quando, di queste hanno fatto menzione.  Al momento si contano 32 o 34 morti e 111 feriti, non da spavento ma da bombe.

 

Questo ve lo diciamo noi e le nostre fonti sono certe.

 

Ma stanotte, proprio mentre si sperava in un cessate il fuoco, e Yousra e suo marito a Deir El Balah avevano messo a dormire i loro bambini e avevano a loro volta scelto di dormire affidandosi ad Allah, l’ingordigia dell’IOF ha voluto chiudere questa due giorni di sangue e terrore con un dessert di fine pasto sapendo che tanto il sangue palestinese, come dice anche un giornalista israeliano critico del suo governo, è la merce a più basso costo che ci sia per qualunque israeliano e, così, hanno sganciato un potentissimo missile sulla palazzina in cui viveva la famiglia Malhous.

 

Probabilmente i soldati dell’IOF avranno esultato per l’ottimo colpo, una sorta di strike al bowling, con una sola palla hanno ucciso madre, padre e sei bambini. Un piccolo di pochi mesi, sopravvissuto alla strage, se riuscirà a farcela non avrà memoria consapevole di questo terrore. Tutto resterà nel suo inconscio. Ma ci penserà chi si occuperà della sua crescita a raccontargli come sono morti i suoi genitori e i suoi fratelli e magari fra 16 o 17 anni, se ancora Israele non sarà stato costretto a rispettare la legalità internazionale – condizione minima per raggiungere una forma di pace –  ci saranno ancora valletti mediatici a chiedersi come mai c’è un ragazzo che odia Israele e ci sarà ancora un Di Maio non più giovanissimo a ripetere che Israele ha diritto di difendersi.

 

Intanto, un esame dei vari media di più larga audience letti e ascoltati durante la mattinata, ci riconferma che la parzialità della comunicazione circa questa impari battaglia tra Israele e la resistenza palestinese non è cambiata. Neanche dopo queste ultime vittime assassinate nel sonno. La strage gratuita della famiglia Malhous  viene derubricata a “ultimi morti”, ridotta di numero e immediatamente coperta dal lancio di razzi da Gaza.

 

Chiunque conosca le regole della comunicazione capisce l’inganno e, legittimamente, deduce che c’è un ordine superiore a dettare precise regole affinché l’opinione pubblica - da una parte svilita e sprezzata ma che ha comunque il suo peso - non prenda consapevolezza e, magari, non decida di  interpretare i fatti secondo logica, storia e verità.  Vale perfino per il ministro degli affari esteri, figuriamoci se non vale per l’opinione pubblica!

 

Bene, noi, operatori della comunicazione realmente indipendente, non abbiamo padroni  ed  affidiamo all’ottimismo della volontà, in senso gramsciano, la speranza che il piccolo sopravvissuto non abbia motivo per odiare gli assassini dei suoi genitori e dei suoi fratellini e, quindi, non possiamo che sperare che qualche media main stream, prima o poi,  sappia allontanare la pesante mano della hasbara nello stabilire i parametri per una corretta informazione dell’opinione pubblica e che, soprattutto, la legalità internazionale faccia il suo dovere.

 

Per ora su Gaza è tutto. Hamas ha detto la sua scegliendo di restare in disparte. Su questo, al momento, non abbiamo nulla da aggiungere.

 

 

http://www.asianews.it/it.html

13/11/2019

 

Gaza, nuovi raid di Israele in risposta al lancio di razzi: morti due palestinesi

 

Prosegue l’escalation di violenze fra esercito israeliano e jihad islamica, dopo l’uccisione ieri di un comandante del gruppo. In due giorni si contano almeno 12 vittime nella Striscia. L’inviato speciale Onu al Cairo alla ricerca di una mediazione. La Corte di giustizia Ue impone l’indicazione di provenienza delle merci, specificando se sono prodotte nei territori occupati. 

 

Una serie di raid dell’aviazione israeliana nelle prime ore di oggi, in risposta a un nuovo lancio di razzi dalla Striscia, ha causato due nuove vittime a Gaza. È quanto riferiscono fonti del ministero della Sanità dell’enclave controllata dal movimento estremista palestinese Hamas, a poco più di 24 ore dall’inizio di una nuova ondata di violenze nell’area.

 

A innescare la tensione, l’uccisione di un comandante della Jihad islamica (assieme alla moglie) nella Striscia, durante un'operazione delle forze di sicurezza israeliane. Egli era sospettato di aver progettato e di continuare a progettare attacchi verso Israele.

Con le due vittime di oggi sale a 12 la conta dei morti fra i palestinesi.

Analisti ed esperti sottolineano che si tratta della peggiore ondata di violenze degli ultimi mesi nella zona. Tuttavia, al momento gli scontri coinvolgono l’esercito israeliano e i membri della Jihad islamica nella Striscia, mentre Hamas sembra restare fuori dai combattimenti. Una fonte diplomatica afferma che l’inviato speciale Onu per il Medio oriente si sta dirigendo al Cairo, in Egitto, per mediare un cessate il fuoco. 

 

Questa mattina l’aviazione israeliana ha colpito diverse postazioni della Jihad islamica a Gaza. Da ieri almeno 220 razzi sono partiti dalla Striscia verso il sud di Israele, senza causare vittime. Il 90% di questi sono stati intercettati dalla contraerea. L’allerta è scattata anche a Tel Aviv, principale centro economico e commerciale del Paese. Nelle cittadine di Netivot e Ashkelon, anche questa mattina gli abitanti si sono risvegliati al suono delle sirene di allarme. 

 

Nel frattempo la Corte di giustizia Ue in Lussemburgo ha emesso ieri una sentenza destina ad alimentare le polemiche. Secondo i giudici, infatti, un consumatore dell’Unione deve poter conoscere l’origine di un prodotto e sapere se proviene da uno dei territori occupati. Per le giurisdizioni europee l’ingresso di una merce sarà dunque condizionato all’indicazione sulle etichette di alimento proveniente da “insediamento israeliano” situato in uno dei “territori occupati dallo Stato di Israele”. 

 

Per la Corte, in mancanza di una simile indicazione il consumatore potrebbe essere ingannato e non esprimere in modo libero la propria scelta. Non basta dunque la dicitura “Made in Israel”, ma servirà una ulteriore specificazione. Immediata la reazione del governo israeliano, che parla di decisione ingiusta e discriminatoria. Per i giudici vale invece il diritto del consumatore alla scelta consapevole, al valore etico della merce e al rispetto del diritto internazionale. Israele teme che in questo modo i suoi prodotti verranno boicottati, come richiedono da tempo molte ong.

 

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