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14 Novembre 2019

 

In nome dell’Olocausto?

di Patrizia Cecconi

 

In nome dell’orrore specifico che ha accompagnato l’orrore generale del nazi-fascismo del secolo scorso, a Israele è tutto concesso. Accade da decenni, ma noi, chi legge ci perdoni, non riusciamo ad abituarci. Non riusciamo a non gridare contro una barbarie che non ha alcuna giustificazione storica. La vendetta sui bambini di 7 anni non può essere considerata tale, neppure dal ministro degli esteri italiano e nemmeno dai giornalisti media mainstream che da oltre mezzo secolo copiano e incollano la stessa ignobile riga: Israele ha il “diritto di difendersi”. Difendersi da chi? Quei giornalisti considerano notizie trascurabili il fatto che Israele in una manciata di ore abbia demolito una quindicina di scuole, compresa una delle Nazioni Unite, o abbia distrutto del tutto o in parte alcune dozzine di palazzi, devastato decine di campi agricoli, ucciso (per ora) oltre venti persone ferito (per ora) oltre 80 persone, compresi una trentina di bambini.

 

 Amir Rafat Mohammad, 7 anni, ucciso ieri a Gaza City da un drone israeliano mentre era in motocicletta con suo padre e il fratello, entrambi morti con lui.

Foto Defense for Children

 

Chi dà a Israele il diritto di somministrare la pena di morte ai palestinesi, senza neanche un processo e senza doverne rendere conto? E chi dà a Israele il diritto di arrestare bambini palestinesi, contro ogni norma del diritto universale? Chi dà a Israele il diritto di detenere migliaia di palestinesi  spesso senza capi d’accusa e di infliggere loro torture psicologiche e fisiche spesso conclusesi con la morte o la menomazione a vita? Chi dà a Israele il diritto di comportarsi come uno dei peggiori Stati canaglia pur essendo inserito nella categoria degli Stati democratici?

Domande che ogni osservatore onesto si è posto centinaia di volte e alle quali, purtroppo, centinaia di volte ha ottenuto solo due risposte, sempre le stesse. Una è piuttosto comune non solo a Israele ma a tutti i Paesi con i quali è comodo avere scambi economici o interessi finanziari, l’altra, invece, riguarda esclusivamente  quello  Stato ed è composta di una sola parola: “olocausto”.

In nome dell’olocausto, orrore specifico che ha accompagnato l’orrore generale del nazi-fascismo del secolo scorso, a Israele è tutto concesso. Lo aveva chiaro anche Golda Meir, la cinica statista israeliana cui è dovuta l’idea, poi diventata pratica comune, degli assassinii cosiddetti mirati, ovvero la negazione del diritto in nome della vendetta o della semplice eliminazione di un avversario considerato politicamente pericoloso.

Cioè quel che è successo ancora in questi due giorni a Gaza e Damasco. E Israele, in nome dell’olocausto, risulta intoccabile, pena l’accusa ignobile e strumentale di antisemitismo. I nostri media mainstream fanno scuola e ripetono più o meno all’unisono una frase che, analizzata in base alla pura realtà, risulta illogica, ma il cui effetto soporifero sull’opinione pubblica è assicurato: Israele si difende.

A questo stato di cose, ormai pluridecennale,  si oppone potremmo dire eroicamente  una minoranza di ebrei  che trova disgustoso utilizzare la sofferenza dei padri o dei nonni per schiacciare un popolo al quale si è espropriata gran parte della terra e al quale si  vuole espropriarne il resto.  Sono solo una minuscola minoranza, è vero, e di questa minoranza fanno parte soprattutto  intellettuali o, comunque, persone che legano la propria onestà politica e morale alla conoscenza storica della situazione detta comunemente “conflitto israelo-palestinese”.

In proposito possiamo ricordare le parole dello storico americano Norman Filkenstein, i cui genitori furono tra i pochi superstiti  di un campo di sterminio nazista, o degli storici israeliani Shlomo Sand e Ilan Pappe, o del filosofo americano Noam  Chomsky, o dei giornalisti israeliani Amira Hass, Gideon Levy o Zvi Shuldiner, o del drammaturgo italiano Moni Ovadia, o degli ebrei americani di  Mondoweiss o dei rabbini di Neturei karta,  solo per citarne alcuni ai quali l’appartenenza religiosa e la discendenza familiare non hanno fatto perdere di vista l’orrore che Israele produce da oltre 71 anni nella terra di Palestina contro i palestinesi. Orrore che NON può essere giustificato o tacitato in nome dell’olocausto senza essere profondamente disonesti e oltraggiosi verso la sofferenza subita dagli ebrei perseguitati “in quanto ebrei” durante gli anni più ignobili del “900.

I nostri media più popolari ci stanno raccontando con partecipazione commossa della grande paura degli israeliani costretti a correre nei rifugi per salvarsi dalle centinaia di missili lanciati da uno dei gruppi della resistenza palestinese, il partito del Jihad, ma si guardano bene dal dire che la lotta dei palestinesi per ottenere SEMPLICEMENTE i diritti loro riconosciuti dalla stessa ONU è regolarmente e brutalmente schiacciata da Israele, oppressore al quale si dimenticano regolarmente di attribuire questo dovuto e veritiero aggettivo.

La notizia che ieri all’alba Israele ha lanciato un potente missile sull’abitazione di Baha Salim Abu Al Ata, uno dei capi del partito Jihad, uccidendolo insieme a sua moglie, viene fornita come un fatto normale.

A Israele tutto è concesso. Poi ci sono altre due parole magiche, ausiliari sempre presenti,  a facilitare la comunicazione pro-Israele, “sicurezza” e “terrorista”:  Israele agisce per la sua sicurezza e l’ucciso o gli uccisi sono “solo” dei terroristi. Basta scorgere i commenti sulla  pagina di qualche media online per rendersi conto di come l’umanità tanto invocata, in particolare in questi giorni, contro l’odio, venga del tutto annientata di fronte a queste due ancelle comunicative.

Sulla pagina di Rainews, ad esempio,  che ieri forniva la notizia dell’uccisione “di Baha Abu Al Atta in un omicidio mirato in cui è morta anche la moglie” i numerosi commenti  spaziavano dal “grazie Israele” con diverse variazioni sul tema, al disumano dire di una certa signora A. Sadun che assolveva Israele scrivendo  testualmente che “Comunque non ammazza ‘persone’ i terroristi NON sono persone”.

Normale è anche la notizia che un missile abbia centrato e colpito la moto guidata da signor Ayad, sulla quale questo ignaro padre di famiglia viaggiava con i suoi figli di 25 e 7 anni. Tutti uccisi, ovviamente. Forse anch’essi in odor di terrorismo e tanto basta a cancellare l’habeas corpus che sembrava una grande conquista ormai acquisita per sempre, la cui violazione  nessun convinto e onesto democratico, se portato a riflettere, potrebbe accettare.

E in modo altrettanto normale veniva data la notizia che un aereo da guerra israeliano avesse raggiunto la città di Damasco andando a bombardare la casa di un altro esponente del Jihad uccidendo chi ci stava dentro. I bravi giornalisti delle nostre TV si sono soffermati sul fatto che forse il ricercato se l’è cavata e, quindi, l’operazione pur avendo fatto morti e feriti è fallita, ma non hanno fatto riflettere sulla violazione dello spazio aereo di un altro Paese sovrano, né sulla somministrazione della pena di morte da parte di uno Stato, Israele, che a furia di effettuare omicidi mirati, si è ridoto ad essere un vero e proprio Stato serial killer, cosa che cozza con il concetto di Stato democratico, concetto già piuttosto inappropriato in considerazione di quanto scritto sopra, nonché dell’illegale occupazione da ben 52 anni di Territori palestinesi.

 

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