http://www.zavagli.it

http://www.pellizza.it

Pellizza da Volpedo

Il primo maggio 1892, anno di fondazione del Partito Socialista Italiano, Giuseppe Pellizza da Volpedo scriveva nel suo diario: “La questione sociale s’impone; molti si son dedicati ad essa alacremente per risolverla. Anche l’arte non deve essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti”.  

Era il periodo in cui l’artista stava lavorando, con profondo impegno artistico e culturale, al bozzetto di Ambasciatori della fame che aveva come tema la protesta di un gruppo di lavoratori  e che già anticipava, a grandi linee, quella che sarebbe stata l’idea poi sviluppata nel Quarto Stato. 

            Il tema delle lotte operaie era già stato trattato da diversi altri artisti dell’epoca. Dal 1880, artisti come Emilio Longoni, Giovanni Sottocornola e Arnaldo Ferraguti - con opere come:  L’Oratore dello Sciopero (Longoni), L’uscita delle operaie dallo stabilimentoPirelli  (Sottocornola) e Alla vanga (Ferragutti) - avevano posto la questione sociale al centro della loro produzione. Queste, ed altre opere di analogo tema esposte alla prima triennale di Milano del 1891, influenzarono molto il giovane Pellizza che a Milano aveva già avuto modo di avvicinarsi alle problematiche legate alla protesta operaia.  

Già in precedenza, Pellizza era rimasto molto turbato dalla pittura socialmente impegnata di Plinio Nomellini, conosciuto agli inizi del 1888, quando entrambi furono allievi alla scuola di Fattori e col quale intrattenne da allora un rapporto di amicizia.

Nomellini, non aveva realizzato solo opere ispirate al lavoro agricolo o di fabbrica come Il fienaiolo o I mattatori, ma anche

quadri più impegnati dal punto di vista del contenuto sociale come Sciopero del 1889 o Piazza Caricamento a Genova. Il nuovo incontro tra Pellizza e Novellini a Genova nel 1892 consentì ai due amici di avere l’opportunità di mettere di nuovo a confronto le loro esperienze. Sui temi di base c’era una certa convergenza poiché anche Pellizza aveva già mostrato interesse in schizzi  e  disegni  del  1890/91 per temi legati alla questione sociale e alle proteste operaie e popolari.  La convergenza si estese anche alla sperimentazione di nuove ricerche pittoriche, e in particolare alla sperimentazione della tecnica divisionista con cui Nomellini aveva accompagnato la sua tematica sociale. Pellizza era meno preparato dell’amico, ma pronto a tentare la divisione del colore per sperimenti empirici, nell’intento di ottenere il massimo risultato luminoso. 

Le opere eseguite da Pellizza nel 1892, segnarono il passaggio dagli schizzi o dai piccoli abbozzi con scene di sciopero alle prime tele, con lo studio dell’inquadratura dell’area di Volpedo in cui ambientare la marcia di protesta dei lavoratori (la Piazza Malaspina, oggi Piazza Quarto Stato), e la messa a punto dell’articolarsi stesso di questa protesta sociale. 

In quell’epoca aveva preso corpo in lui l’idea di realizzare una grande tela, che propugnasse le sue idee sociali, con una tecnica pittorica che, nascendo da un serrato confronto con i grandi capolavori del 600, da Leonardo, a Raffaello, a Michelangelo, fosse in grado di dare dignità e forza all’opera e di innalzare a livello di protagonisti i lavoratori impegnati in una civile lotta per la conquista di un futuro più dignitoso. Il ricorso alla tecnica divisionista, avrebbe secondo lui dato più efficacia e credibilità a forme e gesti tipici delle abitudini popolari 

“Quarto Stato – che fu nella mia mente Fiumana prima, quindi Il cammino dei lavoratori – fu una delle mie primissime concezioni, fu il pensiero continuato di un decennio e non riuscii a concretarlo che dopo aver evoluto la mia arte con molto, moltissimo lavoro e con altrettanto pensiero. Ma quando pensiero e forma si fusero nella mia convinzione nulla mi trattenne: non le rampogne della famiglia, non i consigli degli amici, non le maldicenze dei meno benevoli e altre maggiori difficoltà. Fu quale l’avevo voluto. L’avanzarsi animato di un gruppo di lavoratori verso la sorgente luminosa simboleggiante nella mia mente tutta la grande famiglia dei figli del lavoro”.(Lettera di Pellizza a Matteo Olivero del 29 ottobre 1904). 

Giuseppe Pellizza era nato a Volpedo in Lombardia il 28 luglio 1868 da una famiglia agiata, proprietaria di alcuni terreni situati nei pressi del paese. Già verso i 15 anni aveva preso lezioni di disegno da  Giuseppe Puricelli e ben presto – visti i promettenti risultati - suo padre lo aveva iscritto all'Accademia di Brera.  Qui si era  dedicato soprattutto alla copia dal vero e alla realizzazione di ritratti e nature morte. Dal 1886 iniziò a prendere lezioni da Pio Sanquirico e da questi imparò lo studio dal vero su modelli viventi.

 Dopo essere entrato in contatto, alla mostra nazionale di Venezia del 1889, con le principali tecniche espressive delle varie scuole artistiche italiane, Pellizza decise di trasferirsi a Roma per frequentare l'Accademia di San Luca e – non soddisfatto dei corsi che seguiva – si spostò poi a  Firenze. Molto Importante per la sua visione dell'arte fu  la mostra universale di Parigi nel 1889, dove si era recato spinto dalla necessità di approfondire lo studio degli effetti di luce.

Fu in questo periodo che decise di ritornare al suo paese natale e rimanere lontano dai circoli artistici delle grandi città. Il suo ritorno a Volpedo  sancì nei fatti un rapporto stretto e indissolubile con gli uomini e con le atmosfere della sua terra.

 Per fare un'arte pura, un'arte che corrispondesse al cento per cento a se stesso, Pellizza divenne consapevole che l'artista non deve subire l'influenza degli altri artisti, ma deve invece isolarsi  per concentrarsi sui valori essenziali. Maturò in lui la convinzione che per ritrarre la natura si debba vivere nella natura e non in città. Pellizza vedeva piena identità della vita e dell'arte e riteneva pertanto che l’artista dovesse vivere i soggetti dell'arte per essere capace di ritrarli adeguatamente.

Al suo paese, Pellizza predilesse dipingere all'aperto e in campagna e sperimentare nuove ricerche cromatiche. Si stava formando in lui il suo personale stile artistico. La sua gamma cromatica diventò più chiara, eliminò le terre e cercò di ottenere la massima luminosità.   Dal 1892, come visto, Pellizza tentò i primi esperimenti di divisionismo per raggiungere la piena luminosità della luce solare e ricorse sempre più a questa nuova tecnica che aveva già ammirato  nelle opere di Segantini, di Morbelli e di Previati alla prima Triennale di Brera del 1891.  

La tecnica innovativa del divisionismo, che nacque dall'esigenza di rappresentare il vero e gli effetti della luce, accostava i colori puri sulla scia di quanto era già stato elaborato dal puntinismo francese. Diffusosi in più parti d'Italia, ma con principale centro artistico a Milano, il movimento nacque ufficialmente nel 1891, proprio in seguito alla prima Triennale di Brera. Il divisionismo prese spunto dal Pointillisme (Puntinismo) francese. Quest'ultimo, derivato dalla corrente impressionista, accostava nella tela attraverso puntini e non pennellate, colori puri senza mischiarli. Tale tecnica consentiva di ottenere la massima luminosità accostando i colori complementari ma rivelava anche un interesse scientifico: in questo modo l'artista si prefiggeva di ottenere la scomposizione retinilica del colore, ovvero otteneva una scomposizione dei colori così come accade in natura. Sarebbe stata poi la retina dell'osservatore a ricomporre la tonalità. Nel divisionismo invece venne a mancare l'interesse scientifico rivolto al colore e alla percezione, e si trasformò questa tecnica in uno stile differente: i puntini diventarono filamenti frastagliati che invece di accostarsi spesso si sovrapponevano. In questo modo le superfici sembravano vibrare di luce. Anche le tematiche si differenziavano dalla corrente francese: sebbene in un primo periodo venissero anche da noi riproposti paesaggi e scenari all'aria aperta, questi lasciarono presto posto a problematiche sociali e vita quotidiana. Oltre a Pellizza, i principali maestri del divisionismo furono Giovanni Segantini, Gaetano Previati, Angelo Morbelli, Filippo Carcano, Plinio Nomellini e Alessio Di Lernia.

La decisione di ritornare a lavorare al suo paese, non impedì a Pellizza  di tenere i collegamenti coi più importanti centri culturali italiani. In un suo nuovo trasferimento a Firenze entrò in contatto con Fattori e Segantini che influenzarono, non poco, la sua piena maturazione artistica.

Dal 1891 Pellizza iniziò a lavorare sul suo quadro “sociale”, prima intitolato Ambasciatori della fame, poi Fiumana e Il cammino dei lavoratori e alla fine Il quarto stato, cambiando tanto il titolo quanto la tecnica e il colore. L'evoluzione dei quadri mostra bene le diverse influenze artistiche, dal divisionismo al simbolismo (corrente con la quale era entrato in contatto verso la metà degli anni novanta), che confluiscono in un'arte personale.

Il Quarto Stato, opera a cui aveva dedicato dieci anni di studi e fatica, non ottenne il riconoscimento sperato, anzi scatenò polemiche e sconcerto presso molti dei suoi amici. Deluso, finì per abbandonare i rapporti con molti letterati e artisti

Nel 1904 intraprese un viaggia in Engandina, luogo segantiniano, al fine di riflettere maggiormente sulle motivazioni e sull'ispirazione del pittore da lui considerato suo maestro. Nel 1906, grazie alla sempre maggiore circolazione delle sue opere in esposizioni nazionali e internazionali, fu chiamato a Roma, dove riuscì a vendere un'opera perfino allo Stato: ‘’Il sole’’, destinato alla Galleria di Arte Moderna. Sembrava l'inizio di un nuovo periodo favorevole, in cui finalmente l'ambiente artistico e letterario riconosceva i temi delle sue opere. Ma nel 1907 l'improvvisa morte della moglie gettò l'artista in una profonda crisi depressiva. Il 14 giugno dello stesso anno, non ancora quarantenne, si suicidò impiccandosi nel suo studio di Volpedo. 

top