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Il contratto sociale
di Jean-Jacques Rousseau

Un contributo notevole  alle istanze umaniste ed ai principi illuministi della rivoluzione francese  è rappresentato dal Contratto sociale la cui chiara ispirazione è rivolta alla dinamica del pensiero di Platone.

Di fatto Rousseau avversava quella forma di contratto politico, legittimante la nascita dello Stato, basato su di un mantenimento delle disuguaglianze già esistenti nello stato di natura tra i poveri ed i  ricchi, proponendo una alternativa alle disparità inerenti la specie umana.

Elemento centrale della vita democratica è la partecipazione del popolo alle scelte e, primariamente, alle dinamiche che riguardano le elezioni dei propri rappresentanti, di chi cioè debba ricevere il mandato democratico a compiere quelle riforme necessarie per il miglioramento del paese.

Le confessioni
di Jean Jacques Roussea

Ecco il solo ritratto d’uomo, dipinto esattamente ala naturale e assolutamente fedele al vero, che esiste e che mai probabilmente esisterà. – Così Rousseau inizia la sua ricca autobiografia, che ripercorre attraverso un lucido esame di coscienza gli anni della formazione, l’amicizia con gli altri illuministi, la riflessione filosoficha e letteraria, le fughe e i contrasti che sempre caratterizzano la sua vita.

Preziosa testimonianza di un periodo storico fra i più significativi, Le Confessioni sono l’appassionata analisi di uno spirito critico che riflette su se stesso, alternando l’impietoso esercizio della ragione con un intenso intimismo, che si profonde nel vivo senso della natura, negli intenerimenti della memoria e nel commosso rimpianto per le illusioni perdute.

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Jean-Jacques Rousseau
Letterato, musicista e filosofo ginevrino (Ginevra, 1712 - Ermenonville, 1778).

Passeggiatore solitario, Rousseau pensa e passeggia, e lascia che  il suo pensiero si sviluppi spontaneamente  nella natura che percorre, che si formi di fronte alla società che fugge e di cui teme il peggio. Alla ricerca perpetua di un riposo impossibile, il suo spirito si infiamma, sensibile ed appassionato, rigoroso e risentito. Non  potendo proporre al mondo nient'altro  che una rottura radicale, si vedrà respinto  e rinviato al suo Io, alle sue lacrime  ed alla sua austera virtù. «Rousseau non ha inventato nulla, ma ha infiammato tutto», scriverà la sua concittadina M.me de Staël.

Infanzia

È a Ginevra, repubblica indipendente, in mezzo a  cittadini austeri, calvinisti e fieri delle proprie prerogative, che Jean-Jacques Rousseau viene al mondo. Nasce il 28 giugno 1712 sotto il segno della musica e del ritmo per  parte di padre, Isaac, orologiaio, violinista e maestro di danza e  sotto quello della sensibilità e del tragico per  parte di madre, Suzanne, che muore mettendolo al mondo. Jean-Jacques bambino asseconda il padre nel culto della madre  defunta; con lui fa l'apprendistato della lettura, romanzi soprattutto, fino a che Isaac è costretto a lasciare Ginevra, senza potere portare con sé i propri figli: il piccolo mondo ginevrino crolla.

Fughe e viaggi

Allevato fin dall'età di dieci anni presso il ministro del culto Lambercier, apprende l'ingiustizia delle sculacciate non meritate; studiando presso un usciere, a dodici anni, sa che non farà mai l'impiegato; apprendista presso un incisore scappa, a quindici anni, per una prima fuga. Deciso a convertirsi alla religione cattolica, è accolto ad Annecy presso M.me de Warens: la chiamerà  sempre "maman" e l'amore per questa donna più anziana di Jean-Jacques -  ma non aveva che trent'anni!  -  costituirà il punto di riferimento per gli amori ipergamici letterari francesi (Tracce si rinvengono in M.me de Rênal del Rosso e il Nero e  nella Sanseverina della Certosa di Parma di Stendhal, nella Donna di trent'anni di Balzac, nella  M.me Arnoux dell'Educazione sentimentale di Flaubert).

M.me de Warens lo invia ben presto all'Ospizio dei Catecumeni di Torino per esservi battezzato. Dopo essere stato, senza successo, segretario di alcune signore della città italiana (tra queste la Sig.ra di Vercelli), riprende la  strada fuori,  fuori dalle  città, in perenne rottura, in una eterna bohème (il tema dell'erranza, della natura, della campagna, contrapposte alla stasi e alla corruzione delle città sarà centrale in Rousseau). Ancora uno scacco, il seminario, che abbandona, ed una passione che lo cattura: la musica. Non si fermerà molto nemmeno  presso il coro della cattedrale di Annecy, ma continuerà a cantare e comporre. Nuove strade, nuovi viaggi, lungo gli anni 1730 -1731, infine raggiunge Parigi, per esserne infinitamente deluso (non gli propongono - ad un uomo orgoglioso che sa di essere Jean-Jacques Rousseau e che soffre del complesso del roturier, del plebeo -  che un posto di servo), e ritornare presso "maman", nei pressi di Chambéry, che lo accoglie nel  suo cenacolo, nel  1733. Da  pseudo-madre essa

gli diventa amante, per quattro anni: ma nel 1737 trascura Jean-Jacques per un altro,  pur lasciandogli la sua proprietà, Charmettes, con la sua biblioteca.

Da Lione alla Parigi dei Lumi. Il noviziato letterario

Immerso nella solitudine fa  letture di ogni tipo: filosofia, romanzi, trattati di matematica, il giovane Jean-Jacques divora ogni genere di libro. Abita  per un anno a Lione, diventa precettore, è  licenziato, ma ha già scritto una prima bozza dell'Emilio: teoria e pratica non coincidono sempre, in Rousseau ancor meno. Nuova solitudine alle Charmettes, nuovi tentativi,  delle epistole, un libretto d'Opera, l'elaborazione di un nuovo sistema di annotazione musicale, prima di ripartire per Parigi nella speranza di trovarvi il successo. Incontra  Fontenelle e ne  prende  lezioni di morale, Marivaux con l'aiuto del quale corregge i libretti d'opera. Di Rameau  segue  i consigli di teoria musicale, con Diderot gioca a scacchi. Rousseau  s'impadronisce  molto rapidamente della Parigi dei Lumi. Precettore  dei figli di  un consigliere del re, s'innamora, ancora una volta, della padrona di casa. Si vede nuovamente licenziato, cade malato, e trova, finalmente, nel 1742, un posto di segretario presso l'ambasciatore di Francia a Venezia. Nuovi fiaschi: le donne («Senti Zaneto, lascia star le donne e studia la matematica!», vedi le Confessioni), la diplomazia del piccolo cabotaggio, l'incontro  stordente col bel canto e la musica italiana. Ma  l'ambasciatore è irritato dalle pretese del suo assistente.   Rousseau è di ritorno a Parigi l'anno successivo:  la gloria tarda ad arrivare. Ingaggiato per  adattare alla musica di Rameau un libretto di Voltaire, le Feste di Ramira,  è ferito dalla freddezza mostratagli dall'autore e  dalle resistenze frappostegli al suo lavoro di riscrittura  che poi  Rameau porterà a termine. Ancora solitudine:  lega allora il suo destino a quello di una serva di  ventitre anni, di dieci più giovane, Thérèse Levasseur, che più tardi diventerà sua moglie e che sarà la mansueta e fedele moglie di tutta la vita.

L'impresa dell'Enciclopedia

A fianco di Diderot, di  d'Alembert e di Condillac, partecipa alla lotta filosofica ed all'elaborazione dell'Enciclopedia, dove lavora come segretario e documentarista. Ma il suo apporto sarà marginale e in senso stretto Rousseau non può definirsi un "enciclopedista". Studia chimica. Partecipa ad alcune feste  dove le Gran  Dame si giocano di lui , mentre Thérèse partorisce un bambino che i Rousseau abbandoneranno senza rammarico, come anche gli altri quattro che seguiranno. Fin dal 1747, Diderot gli affida la redazione degli articoli    dell'Enciclopedia riguardanti la musica, e, nel 1749, Rousseau si impegna risolutamente a fianco del suo amico imprigionato a Vincennes nella sua battaglia contro i falsi poteri. È in questo torno di tempo che apprende che l'Accademia di Digione propone come tema da trattare, per il premio dell'anno 1750, di determinare se il progresso delle arti ha contribuito a corrompere o a purificare i costumi.  «Al momento di questa lettura, afferma nelle Confessioni, vedo un altro universo e divento un altro uomo».  Si affretta a redigere, nel suo Discorso sulle scienze e le arti, una  requisitoria vibrante contro la Storia, che, nel suo corso implacabile, respinge il mondo della povertà e nasconde i privilegi scandalosi dei potenti sotto la maschera delle arti e delle scienze. Prende avvio qui la polemica antintellettualistica e anticulturale di Rousseau. Scriverà: «Popoli, sappiate dunque una buona volta che la natura ci ha voluto preservare dalla scienza, come una madre strappa un'arma pericolosa dalle mani del suo figliolo; che tutti i segreti che essa ci nasconde sono altrettanti mali da cui ci garantisce, e che la pena che voi incontrate nell'istruirvi non è il minore dei suoi benefici. Gli uomini sono perversi, ma sarebbero peggiori, se avessero avuto la disgrazia di nascere dotti».   Consegue  il premio, è pubblicato, un successo: accede infine alla gloria. Nel frattempo litiga con D'Alembert cui contesta la voce "Ginevra" dell'Enciclopedia, e abbandona l'impresa.

Il "cittadino di Ginevra"

Malato nuovamente  tende a isolarsi, lascia i suoi protettori, si fa copista di musica e compone in alcuni giorni un'opera, L'indovino del villaggio (1752), dove canta  l'amore impossibile nella menzogna delle città. Il pubblico è entusiasta, e Rousseau se ne preoccupa. Rifiutando di essere presentato al re, fa ingresso   a corte, per la prima dell'Indovino, travestito con una barba e una buffa parrucca. È riassicurato tuttavia  dal fallimento della prima opera che aveva scritto, Narciso o l'Amante di se stesso - (1752), rappresentato in forma anonima. Anche nell'ambivalenza dei comportamenti verso lo "spettacolo", Rousseau, manifesta, alla sua maniera fortemente contraddittoria, il suo pensiero ricco di umori. Ritiene che gli spettacoli siano fonte di corruzione degli animi e dei costumi (come più tardi i romanzi), ma non resisterà a scrivere testi per spettacoli e più tardi romanzi. È attratto dalla verità e sincerità della natura e della campagna, ma è alla menzognera e artificiale città che chiederà riconoscimenti e gloria...e scriverà un trattato di pedagogia l'uomo che aveva abbandonato i propri figli.

  Per completare il quadro provocatorio del suo pensiero, prende posizione contro la musica francese affermando che al contrario degli italiani i francesi «non hanno affatto musica», e forse aveva ragione se l'inglese Burney  negli stessi anni poteva affermare,  alludendo alla musica spettacolare di Lully, che è «Un paradiso  per gli occhi, un inferno per gli orecchi»

Nel  1755, il suo Discorso sull'origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini in risposta a un nuovo concorso indetto dall'Accademia di  Digione (che non vincerà), gli permette di andare ancora più lontano: la differenza naturale degli uomini non spiega affatto la loro disuguaglianza sociale, è la storia che li rende disuguali, non la loro natura. L'uomo in natura è libero, è in società che è in catene. Colui che tracciando un segno per terra disse: «Questo è mio», aveva posto d'emblée il fondamento della società e della disuguaglianza. Questo Discorso prepara i temi del Contratto sociale.

Il "cittadino di Ginevra", come gli piace firmare, torna allora nel suo paese, abiura dal cattolicesimo per ritornare all'austerità calvinista, ma raggiunge di nuovo Parigi nel  1754 per fare pubblicare il suo Discorso. Voltaire già attaccato nel 1750, ed anch'egli  cittadino ginevrino, lo sfotte meschinamente, lo tratta da cinico, da misantropo, e dileggia il suo orgoglio.

Nei fatti lo scontro tra i due è spia di qualcosa di più di una semplice insofferenza reciproca. Voltaire è immerso negli splendori del proprio tempo (vedi Le mondain) quanto Rousseau è con gli occhi rivolti all'indietro, verso le prische virtù dei romani, se non verso un ipotetico e ferino stato di natura (Voltaire gli scriverà: «Signore, vien voglia di camminare a quattro zampe quando si legge la vostra opera»). Voltaire ha appreso la lezione liberale inglese, Rousseau insegue i miti della democrazia diretta degli Antichi. Voltaire guarda al futuro, Rousseau al passato. Voltaire sposa  le forme eleganti e raggelate del classicismo, dove l'intelligenza è esercitata con sovrana ironia, Rousseau è avvolto dalle spire di un sentimentalismo tangeroso, romantico e disperato che tutto passa nel suo inconfondibile stile. L'estensore anonimo della lettera-pamphlet al Doct. Pansophe (forse  lo stesso Voltaire) andrà giù piatto, destando in Rousseau l'ossessione del complotto: « Giudizioso ammiratore della bestialità e della brutalità dei selvaggi - scrive - voi avete gridato contro le scienze e coltivato le scienze. Voi avete trattato gli autori e i filosofi da ciarlatani e, per provare con l'esempio, siete stato autore. Voi avete scritto contro la commedia con la devozione di un cappuccino e avete fatto delle cattive commedie. Voi avete scribacchiato un romanzo noioso dove un pedagogo suborna onestamente la sua allieva insegnandole la virtù. Voi vi siete fatto il precettore di un Emilio che formate insensibilmente con mezzi impraticabili»

Spesso spaventato egli stesso  dal suo radicalismo filosofico, regolarmente  infelice per via del  suo concubinaggio con Thérèse (che sposerà soltanto il 30 agosto 1762, un mese dopo la morte di M.me de Warens), perde anche gli amici sempre più insofferenti della sua intransigenza. A  Jean-Jacques non resta che chiudersi  sempre più nella sua solitudine altera, diventare sempre più ciò che è: Jean-Jacques, ma soprattutto  esserlo per gli altri, con tutto il carico della  propria disperata autenticità e con la catena delle proprie contraddizioni. È stato scritto: «La sua personalità è qualcosa di distinto e di emergente dall'opera ma [...] essa conserverebbe integro il proprio significato e il proprio valore anche se l'opera fosse intellettualmente caduca» (De Ruggiero) Vero: caduca sotto più aspetti, eppure siamo qui ad occuparci di Jean-Jacques Rousseau.

Le tre grandi opere dell'eremita Rousseau

Lascia Parigi per meditare in  campagna, non lontano da Montmorency, nell'eremo di  M.me d'Épinay. Nel 1757, litiga con Diderot, che, nel  Figlio naturale, stigmatizza gli eremiti ed afferma che "l'uomo retto vive in  società". Lo stesso anno, è agitato da  un amore infelice e terribile per  M.me d'Houdetot (che si supporrà  essere il modello di Julie de La nuova Eloisa), ma abbandona il campo dinanzi alla passione del suo amico Saint-Lambert per la giovane donna, e lascia l'eremo per andare a vivere nei pressi, a Montlouis, in una casa in rovina, con Thérèse. Di nuovo ridotto in solitudine, si oppone a d' Alembert nella sua Lettera a d' Alembert sugli spettacoli (1758), sostenendo che il teatro asseconda  le cattive  inclinazioni degli uomini e non può portarli alla virtù. Il successo di questa Lettera induce M.de Lussemburgo ad interessarsi delle sue condizioni e  a fargli  ristrutturare con ogni  comfort il suo buon ritiro  di Montlouis  una dipendenza del castello di Montmorency, dove scrive l' Emilio, Il contratto sociale e Giulia o la Nuova Eloisa.

A partire dal 1756, per cinque anni,  lavora al  romanzo epistolare  Giulia o  la Nuova Eloisa, che gli permette di rappresentare, attraverso la passione di Julie e di Saint-Preux, la distanza tra l'amore scritto, letto, e l'amore vissuto; tra l'amore puro, assoluto, e la sua realizzazione sociale. Nel 1761, all'atto della pubblicazione, tutta  Parigi si infiamma e versa lacrime nel constatare lo  scarto delle passioni: Gliulia o  la Nuova Eloisa costituirà per oltre  un secolo  il romanzo più letto e più venduto, e segnerà nella storia del sentimento amoroso occidentale una data spartiacque. Oggi possiamo leggerlo solo come un documento storico (perso è in gran parte il fascino che invece promana dal romanzo epistolare perfetto, Le relazioni pericolose di Laclos). Tuttavia da esso discenderanno i  Sorel, Werther, gli Ortis, gli Adolphe, i René, quel modo nuovo di amare, di vivere la passione amorosa, dove,  alla concezione sensuale e distaccata, galante e gelida del sentimento aristocratico (come quella di Crébillon fils o di Denon)  succede  quella appassionata e "romantica" del ceto borghese in ascesa. Il romanzo si connette anche al risentito mondo morale del filosofo Jean-Jacques. L'amore contrastato fra Julie e Saint- Preux è tale anche per l'incolmabile divario sociale: lei è nobile e lui non altro che un istitutore ("No, basta. Ancora valletto?" Esclamerà Jean-Jacques nelle Confessioni). Può darsi che oggi il differenziale di classe o di reddito non costituisca un impedimento al libero dispiegarsi del sentimento amoroso - e se è così lo è anche grazie al sentimentalismo democratico di  Rousseau, se non è così ancora una volta s'è illuso e ci ha illusi Rousseau -  ma ai tempi di Rousseau e degli istitutori Hegel e Wilhelm Schlegel solo per fare qualche esempio ( a cui occorrerà aggiungere il precettore  Julien Sorel de "Il rosso e il nero") era un ostacolo insormontabile, fonte di risentimento sociale da una parte e di rabbiosa esclusione classista dall'altra.

L'Emilio,

scritto dal 1758 a 1762, è un trattato pedagogico che si avvale delle lunghe esperienze di precettore  fatte da Rousseau. Vi sostiene che occorre preparare soprattutto un futuro cittadino alla virtù, ma che la virtù non è possibile senza una società equa. Affermando che il bambino già possiede la giusta legge naturale e che si tratta di rivelargliela  senza rudezza, trasforma l'insegnante in un amico e fa del vicario savoiardo un uomo di fede che apre il bambino a dio, in piena libertà.

Il  contratto sociale

Alla società corrotta Rousseau oppone Il Contratto sociale (1762), con il quale intende rovesciare i pensieri politici:  "(..) trovare un modulo d'associazione che difenda e protegga con tutta la forza possibile la persona ed i beni di ogni socio, e per la quale ciascuno unendosi a tutti non obbedisca tuttavia che soltanto a se stesso  e resti così libero come prima". È nell'ambito della dottrina giusnaturalistica (Grozio, Pufendorf, Hobbes) che  Rousseau fonda la sua dottrina sociale. Il Lanson ha scorto una triade dialettica nel Contratto: lo stato di natura la tesi, l'antitesi lo stato sociale, la sintesi il contratto. Una volta che gli uomini sottoscrivono il patto sociale differiscono alla sovranità tutta la propria volontà e libertà. La sovranità così costituita, non essendo che l'esercizio della volontà generale , non può essere alienata, né divisa. E se qualcuno non è d'accordo? Non è possibile che qualcuno non sia d'accordo quando è tutto il suo bene  che la collettività promuove. Il dissenziente non è previsto nello stato roussoviano: che sia allontanato o messo a morte. « Pur non obbligando nessuno a credergli, può  bandire dallo stato chiunque non vi creda; può bandirlo non come empio, ma come asociale. Che, se qualcuno, dopo aver riconosciuto pubblicamente questi dogmi, si comporta come se non vi credesse, sia punito a morte; egli ha commesso il più grande dei delitti: ha mentito dinanzi alla legge». Fatte salve le buone intenzioni, nei fatti, è il certificato di nascita della democrazia totalitaria. (J.L.Talmon). La democrazia, ci hanno insegnato gli inglesi, non ha per fine come costruire il consenso, ma come gestire il dissenso, non  fondare una maggioranza, ma prevedere un'opposizione.

Gli autodafè e il complotto Le Confessioni

Dinanzi al successo, allo scandalo e alla malattia, è tempo per Rousseau di fare il bilancio della propria vita. Tenta di riparare al proprio comportamento nei confronti dei suoi cinque bambini abbandonati cercando di riconoscerli, innanzitutto; assicurandosi che Thérèse abbia sempre di che vivere, in seguito. Ma arriva a considerare che il mondo intero complotta per perderlo. Al limite della paranoia, nella sua sempre più nevrotica personalità,  giunge  la presunta persecuzione della "cricca di d'Holbach", fonte di insanabile dolore negli ultimi anni.

Infatti, la violenza delle sue opinioni religiose e politiche preoccupa sempre più  i suoi protettori ed amici che si sfilano rapidamente e lo tengono distante. Lo stesso  Malesherbes  - suo entusiasta ammiratore  e direttore della Censura, non è più in grado  di difenderlo. La corte e le istituzioni religiose tuonano, il Parlamento condanna l'Emilio  a essere strappato  e bruciato e Rousseau a essere arrestato. Occorre fuggire da Parigi, la Svizzera. Il principato prussiano di Neuchâtel lo accoglie a Môtiers-Travers e Federico II gli  garantisce la sua protezione,  mentre l'Europa cattolica e calvinista, dalla Sorbona a Roma, ad Amsterdam, condanna le sue tesi e brucia i suoi lavori. Ginevra lo respinge: Rousseau si dimette dai suoi diritti  di borghese e di cittadino della Repubblica calvinista e, in nome di un cristianesimo tollerante, si difende, nel 1764, con le  sue Lettere scritte dalla montagna contro tutti coloro che censurano l'Emilio. Redige nel 1764 un Progetto di costituzione per la Corsica, su richiesta di emissari venuti dall'isola, dove tuttavia nessuno leggerà il suo lavoro sulla democrazia contadina. Voltaire colpisce ancor più: rivela l'abbandono dei cinque bambini di Rousseau alla ruota; gli dà del sedizioso, cosa che avrà per effetto di mettere all'indice le sue Lettere scritte dalla montagna. Cacciato da Môtiers, esiliato nell'isola San Pietro, sul lago di Bienne, gli resta la botanica, la scrittura e l'autobiografia: saranno le Confessioni. Libro indimenticabile, vero romanzo di una vita quando invece pretende d'essere solo il racconto sincero di un'intera esistenza, che non ha davvero uguali. Intus et in cute porta in esergo il grosso libro, e mai così "dentro e sulla pelle" ha colpito, come in quest'uomo, il dolore di vivere. Il racconto di una vita:  la fiera attestazione di un'esistenza come nessun'altra condotta tra sentimento e ragione. «Due cose quasi inconciliabili - scrive qui - si uniscono in me, senza che io possa concepirne il modo: un temperamento ardentissimo, delle passioni vive e impetuose, e delle idee lente a nascere, imbarazzate, le quali non si presentano che après coup. Si direbbe che il mio cuore e il mio intelletto non appartengano allo stesso individuo». È l'enigma Rousseau: passione commista a ragione, sensibilità quasi femminea saldata a una acuta logica  (arricchita da tutte le astuzie retoriche di uno stile haletant quasi sempre teso a colpire più  l'immaginazione che l'intelletto), ragione imbevuta di sentimento. Ma, anche, è il momento dell'epopea personale, di un uomo che ha guadagnato la considerazione del mondo, dell'aristocrazia, delle teste coronate, con la sola forza del pensiero, da semplice valletto che era. Un modello per tutti i sognatori, i déracinés, i malnati. (Julien Sorel porta sempre al seguito,  come talismano, le Confessioni di Rousseau)

Ritorno a Parigi. Epilogo

Espulso dalla sua isola, erra nuovamente, tra Strasburgo, che lo festeggia nel 1765 e Parigi, che deve tuttavia lasciare (nella sua condizione di  proscritto non può dare all'occhio). Raggiunge  l'Inghilterra, dove moltiplica gli incidenti nonostante la buona volontà degli inglesi e di Hume che lo ospita. Sente attorno a sé stringersi  il "complotto",  paventa i rischi reali ed immaginari di indagini poliziesche, teme le offese dei nemici di sempre, la cricca di d'Holbach. Ritorna infine a Parigi nel  1770, dopo avere errato quasi due anni in Francia sotto falsa identità. Si stabilisce un tacito accordo con le autorità: se non pubblica non è perseguito. Allora si dà al  suo vecchio lavoro di copista, mai abbandonato, compone delle  canzoni, scrive  lettere sulla botanica e redige  un lavoro politico destinato a salvare la Polonia smembrata, istruisce  il processo dei suoi detrattori, i suoi vecchi amici. Le letture in pubblico delle Confessioni, nei salotti parigini, colpiscono  a tal punto che M.me d'Épinay riesce a farle proibire. Termina Rousseau giudice di Jean-Jacques nel 1776, e compone, per frammenti, Le fantasticherie di un  passeggiatore solitario, testo che rimarrà incompiuto.

Stanco di Parigi, dove vede con piacere solamente  Bernardin de Saint-Pierre, accetta l'invito del marchese di Girardin a Ermenonville. Esausto, deluso e sempre perseguitato, passeggia, erborizza, riprende la redazione delle Fantasticherie, muore tra le braccia di  Thérèse, il 2 luglio 1778, non senza avere appreso, due mesi prima, la morte del suo grande nemico Voltaire.

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