As-Safir
31/05/2014

Santa Sofia: un monumento schiavo della storia e della politica
di Maurice Kodeih
Tradizione e sintesi di Omar Bonetti.

Il destino della basilica riflette il bivio della politica turca, tra laicità e islamizzazione

Sembra che i problemi dell’eredità storica, certe volte, si cristallizzino intorno a un simbolo preciso. Uno di questi è la Basilica di Santa Sofia a Istanbul, voluta nel 532 da Giustiniano, durante l’Impero Romano d’Oriente. Nel corso dei secoli, questa grandiosa costruzione ha assunto per i cristiani, e specialmente per gli ortodossi, una valenza inestimabile, mentre, per i turchi e per i musulmani è divenuta l’effigie di un trionfo storico: la conquista ottomana di Costantinopoli del 1453. Nello specifico, la settimana scorsa, durante le celebrazioni di questo evento, Recep Tayyip Erdoğan ha rilanciato l’idea di trasformare la Basilica di Santa Sofia in una moschea, invitando i leader dei Paesi musulmani a pregare in questo luogo.

Santa Sofia, infatti, è stata una chiesa e la sede del Patriarcato Ecumenico fino all’arrivo degli ottomani, quando fu trasformata in una moschea e rimase come tale fino al 1935, allorché Mustafa Kemal Atatürk la convertì in un museo, donandola all’intera umanità. Questa decisione era solo un tassello che componeva il processo di laicizzazione voluto da Atatürk, che voleva fondare un nuovo contratto sociale, per cui lo spazio pubblico fosse immunizzato dall’influenza della religione e delle forze islamiche conservatrici. Inoltre, rendere Santa Sofia un museo significava togliere ai greci la possibilità di avanzare qualsiasi richiesta d’autonomia, il che avrebbe potuto innescare un nuovo conflitto tra i due Paesi.

In ogni caso, Erdoğan non è stato il primo a usare Santa Sofia per proclami politici. Questo è già successo nel 1953, durante il 500° anniversario della caduta di Costantinopoli, quando il premier Adnan Menderes, uno dei fondatori del Partito Democratico, fece reinstallare nel museo le grandi tavole che recano i nomi dei Califfi Ben Guidati e che erano state rimosse nel 1935.

Resta comunque il fatto che l’idea di Erdoğan non è stata immune da reazioni, provenienti dalla Turchia stessa, dal suo sistema legale e dall’estero, specialmente dalla Grecia, dove il ministro degli Esteri ha sottolineato che campagne di questo tipo potrebbero scuotere i sentimenti di milioni di ortodossi in tutto il mondo.

“La storia è il prodotto più pericoloso che la chimica dell’intelletto abbia mai elaborato. Fa sognare, inebria i popoli, genera in loro falsi ricordi, ne esaspera i riflessi, ne alimenta le antiche piaghe, li tormenta nel riposo, li trascina al delirio di grandezza o a quello di persecuzione, e rende le nazioni amare e superbe, insopportabili e vane. La storia giustifica qualsiasi cosa”. Questa una citazione tratta da “Sguardi Sul Mondo Nuovo” di Paul Valéry.

Di fronte alla decisione di trasformare Santa Sofia in una moschea, le parole del poeta-filoso francese riecheggiano così attuali, poiché fanno riemergere lo spauracchio del genocidio dei cristiani armeni, greci, siriaci e assiri, e sottolineano un’ostinazione che, attraverso una narrativa imperiale, che d’imperiale non conserva nulla se non una fatale tragicommedia, sembra voler negare la riconciliazione con i cristiani rimasti in Turchia.

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