H) Analisi Comparativa delle Varie Proposte Analizzate

1) Organismo , o organismi coinvolti, e sue caratteristiche

Le organizzazioni che si sono impegnate in attività di ricerca di soluzioni al conflitto citato, e/o che hanno portato avanti una attività di mediazione, di cui siamo venuti a conoscenza, e che perciò vengono prese in analisi in questo studio, sono sette. Vediamole una per una: a) Transnational Foundation for Peace and Future Research, Lund, Svezia; b) Campagna per una soluzione nonviolenta del problema del Kossovo, Italia; c) Fondazione greca per la politica europea e estera; d) Aspen Report “Unfinished Peace”, International Commission for the Balkans, Berlino, Washington; e) Comunità di Sant’ Egidio, Roma; f) “Toward comprehensive peace in southeast Europe”, Centro per l’Azione Preventiva, New York; g) Bertelsmann Foundation, Monaco, Germania. Nel proseguo di questa analisi, per non usare solo la lettera iniziale, che dice troppo poco, e per non dover ripetere sempre tutto il nome, useremo le seguenti sigle: a) Transnational Foundation for Peace and Future Research, Lund, Svezia, sigla prescelta TFF; b) Campagna per una soluzione nonviolenta del problema del Kossovo, Italia; sigla prescelta CSNK; c) Fondazione greca per la politica europea e estera; sigla prescelta ELIAMEP d); Aspen Report “Unfinished Peace”, International Commission for the Balkans, Berlino, Washington, sigla prescelta ASPEN; e) Comunità di Sant’ Egidio, Roma, sigla prescelta CSE; f) “Toward comprehensive peace in southeast Europe”, Centro per l’Azione Preventiva, New York, sigla prescelta CPA; g) Bertelsmann Foundation, Monaco, Germania, sigla prescelta BF. Da questo momento in poi le citeremo solo con la sigla, ed, in eventuali citazioni testuali, faremo riferimento al numero delle pagine delle schede elaborate per ciascuno di questi organismi, che vengono accluse in appendice a questo testo.
Il primo aspetto che colpisce subito, facendo l’analisi, é il fatto che tutte le organizzazioni su citate hanno un carattere privatistico, o che siano Fondazioni (TFF, ELIAMEP, BF), o singole organizzazioni nongovernative (CPA), od un coordinamento di ONG (CSNK), o comunità con base laica, ma con collegamento stretto con una parrocchia (CSE), od infine un centro di ricerca (ASPEN), ma collegato esso stesso ad una fondazione, tutte comunque hanno un carattere privatistico e ci tengono a sostenere il fatto di non essere legate alla politica o alle politiche dei rispettivi governi. Un altro elemento comune a quasi tutte (fa eccezione solo la TFF che sembra fatta esclusivamente da professionisti interni all’organizzazione stessa) é il collegamento diretto od indiretto con Università degli studi che hanno collaborato, o come istituzioni stesse, o come singoli studiosi impegnati nei gruppi di studio o nelle commissioni di ricerca dei fatti (fact-findings), alle attività di ricerca e di mediazione. Infine, però, altro elemento comune, anche se non del tutto generalizzato, é quello che quasi tutte hanno svolto e svolgono attività di consulenza, per singoli governi, per organizzazioni governative, o per istituzioni private. Le uniche eccezioni, a questo proposito, sono la CSNK, che non ha un ruolo del genere ufficialmente riconosciuto, ma che, attraverso il proprio lavoro di sensibilizzazione del governo e del Parlamento italiano, o del Parlamento Europeo, cerca comunque di svolgere un ruolo di questo tipo; ed anche la CSE, cui ufficialmente non compete questo ruolo, ma che sappiamo essere abbastanza legata al Vaticano (tanto che alcuni la considerano la mano segreta, o informale, della diplomazia vaticana) e che sappiamo anche che é seguita con molta attenzione da parte del governo di questo paese, ed ha collaborato con esso per la soluzione di alcuni conflitti in cui é stata implicata. In tutti gli altri questa consulenza, o con il proprio governo, o con singoli governi non necessariamente propri (ad esempio ELIAMEP, pur essendo greca, ha svolto la ricerca con fondi della Fondazione Ford, ed ha ottenuto ascolto, per quanto ne sappiamo, anche dal governo USA) o con organizzazioni sopragovernative (U.E., ONU), é esplicitamente dichiarata. I fondi per le attività risultano essere arrivati da moltissime Fondazioni (Carnegie, Ford, Aspen, Rowntree, Futura Foundation, Twentieth Century Fund, United States Institute for Peace, Soros, ecc.) od anche da singoli governi (TFF: Ministero degli Esteri Svedese), o da regioni o enti locali (CSNK). Della CSE non sappiamo le fonti di finanziamento, ma si ritiene che esse siano autonome, ma forse anche in parte legate allo stesso Vaticano, od anche al governo italiano. Diversa da tutti, ed originale, la forma principale di finanziamento della CSNK, che é legata ad un atto di disubbidienza civile, e cioè all’obiezione di coscienza alle spese militari, ed alla richiesta, da parte della Campagna OSM Italiana sua principale finanziatrice, di un riconoscimento giuridico della Difesa Nonviolenta del paese, di una legalizzazione della partecipazione di obiettori di coscienza ad interventi internazionali di pace non armati (ad esempio i Corpi Europei Civili di Pace recentemente accettati e finanziati, almeno per studi di fattibilità preliminari, dal Parlamento Europeo), e del diritto delle persone a finanziare questi tipi di interventi e non quelli armati. C’é da dire comunque che la nonviolenza, e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, é esplicitamente citata trai principi di alcune di queste organizzazioni, o almeno negli scopi principali del loro intervento in questo conflitto (TFF; CSNK; CSE; CPA). Tutte , inoltre, fanno esplicito riferimento alla prevenzione dell’esplosione di un conflitto armato.
Per quanto riguarda il carattere più o meno nazionale delle iniziative, i paesi più impegnati in questo tipo di attività risultano essere gli USA (direttamente CPA, indirettamente o in comune con altri paesi: ASPEN, ELIAMEP), l’Italia (CSE, CSNK), Germania (BF, ed in comune con gli USA, ASPEN), Svezia (TFF), Grecia (ELIAMEP).

2) Scopi dichiarati dell’intervento e principi ispiratori

Come già accennato tutti gli interventi, o nel titolo esplicito dei loro lavori (TFF,CSNK, ELIAMEP), o nel nome della stessa organizzazione (CPA), od infine nelle motivazioni sull’essersi impegnate nella ricerca di soluzioni a questo specifico conflitto (tutti gli altri), lo scopo principale é quella della prevenzione di un conflitto armato.
Qualche differenza la si trova negli obiettivi dell’intervento. La TFF, e l’ELIAMEP, escludono, da parte loro, la ricerca della risoluzione del conflitto, motivandolo con il fatto che la soluzione vera e propria può venire soltanto dalle stesse parti coinvolte nel conflitto, e limitando esplicitamente la loro attività alla “mitigazione dei conflitti”, a cercare cioè metodi e sistemi per rendere il conflitto meno acuto e le parti più disponibili ad un confronto reciproco. In tutti gli altri interventi questa specificazione non viene fatta, anche se l’idea che la vera e propria soluzione possa venire solo dalle stesse parti é abbastanza generalizzata, ma con la coscienza, da parte di molti (CPA, ASPEN, CSNK, TFF, ELIAMEP), che il conflitto non riguarda solo le due parti in questione, e cioè la serba e l’ albanese, ma tutti i paesi dei Balcani, ed anche, in fin dei conti, la stessa Europa e tutta la comunità internazionale, che non può far finta di non vedere il problema, né di disinteressarsene, a rischio di dovere intervenire in seguito, come fatto in Croazia ed in Bosnia, quando ormai il conflitto é esploso, quando la guerra ha già apportato danni in esseri umani e risorse materiali e culturali enormi, e quando le possibilità di soluzione sono limitate dall’odio reciproco scatenatosi nella guerra stessa. Un altro concetto che emerge ripetutamente in questo paragrafo é quello di “mediazione”. Sia la TFF che l’ELIAMEP dicono esplicitamente che il lavoro da esse fatto non é quello di mediazione, ma solo di studio preliminare del problema e di ricerca di possibili soluzioni, ma si offrono alle parti, se richiesti, a portare avanti una vera e propria attività di mediazione. Anche la CSE, che é quella che é riuscita a far firmare un primo accordo per il rientro degli studenti albanesi nelle scuole - accordo che però, ad oltre sei mesi della firma, non é stato implementato, e sembra sia in una situazione di stallo - pur sottolineando come la loro attività sia stata richiesta dalle due parti, anche se con qualche dubbio di quella albanese che avrebbe voluto una “terza parte” più forte e più in grado di imporre l’applicazione concreta dell’accordo, non parla di attività di mediazione vera e propria, ma solo di “facilitazione al dialogo, allo scambio di materiale e di documentazione, ed al confronto delle reciproche posizioni”. La CSNK, cosciente dei propri limiti di autorevolezza, limita il proprio lavoro ad uno studio preliminare delle possibili soluzioni, attraverso l’ascolto di tutte le parti interessate al conflitto, ed alla ricerca di un riequilibramento delle parti in causa. Esplicitando questo la CSNK sostiene che, nella situazione attuale, con il Kossovo occupato militarmente da parte serba - secondo i dati dell’ASPEN da circa 95.000 tra soldati, polizia e riserve - qualsiasi attività di mediazione rischia di andare a vantaggio del più forte, a meno che la terza parte non sia essa stessa in grado, non necessariamente in modo militare, ma anche attraverso incentivi positivi (il riconoscimento della statualità, l’offerta di collaborazione economica, ecc.), o negativi (mantenimento delle sanzioni di secondo livello, ecc.), di riequilibrare la situazione attuale e permettere l’apertura di un vero e proprio dialogo alla pari. Per questo l’ attività della CSNK é prevalentemente rivolta a stimolare il parlamento italiano e quello europeo, ed il governo italiano stesso, ed attraverso questi, l’U.E., a farsi parte in causa e non lasciare i due contendenti da soli, a rischio che l’accordo sia introvabile, ed il conflitto esploda in modo più o meno violento in tempi abbastanza ravvicinati. Ma nello stesso tempo cerca anche di lavorare alla riapertura della comunicazione tra le parti, ma a livello di base, non di vertice, con la proposta, ad esempio, di attività culturali cui possano accedere tutti i gruppi etnici della zona senza alcuna distinzione (per il superamento della segregazione e della pulizia etnica). Si, veda, ad esempio, il progetto dell’apertura di un “Centro Europeo di Cultura” a Pristina. Tutte le altre organizzazioni non esplicitano questo concetto, ma svolgono un lavoro abbastanza simile, di ricerca di possibili soluzioni, e di organizzazione di attività che possano portare ad una vera e propria mediazione (ASPEN, CPA, BF) attraverso incontri o seminari cui vengono invitati, oltre agli studiosi stessi, anche i politici coinvolti nel conflitto, e possibilmente, anche quelli delle terze parti potenziali. L’attività più specifica che va avanti in questo senso é quella portata avanti dalla CPA (ma forse anche dall’ASPEN, che ha come finanziatore la stessa Carnegie Foundation che promuove l’incontro) che dovrebbe riunire, in questo periodo, a New York, gli studiosi che hanno portato avanti la ricerca e politici delle due parti in conflitto, con la presenza, annunciata di uno o più rappresentanti del Dipartimento di Stato degli USA. Una attività simile, ma sembra più a livello di studio, é prevista anche nel prossimo futuro a Vienna, portata avanti da un Coordinamento di Organizzazioni Non Governative che si occupano dei Balcani, ma che non risulta aver portato avanti attività proprie ma forse utilizza il risultato dei vari studi su citati. Anche la BF prevede un incontro finale, con a partecipazione dei politici delle due parti, per discutere del lavoro che emerge dai gruppi di studio. Come si vede perciò, pur essendo la parola di “mediazione” un tabù, per le difficoltà implicite nel portare avanti questo lavoro, e la necessità di una autorevolezza del mediatore che, almeno per ora, é limitata proprio dal carattere privatistico delle organizzazioni coinvolte, tutte le attività sono svolte in funzione di questa mitica meta, e nel cercare di convincere organizzazioni potenti (USA, UE, ONU, OSCE, ecc.) a porsi loro come “mediatori”, offrendo loro la gamma delle possibili soluzioni, e delle rispettive posizioni su di esse. E’ certo comunque che questo carattere privatistico, ed il collegamento con istituzioni di ricerca varie (Università, Istituti di Ricerca, ecc.,), se da un lato rende più difficile il passaggio dalla ricerca all’impegno concreto da parte dei decisori reali, dall’altra lascia però più libertà e spazio allo studio senza pregiudizi politici od economici da parte dei ricercatori stessi.
Ed uno dei principi più frequentemente citati dai vari progetti, oltre ai documenti per il rispetto dei diritti umani votati ad Helsinski, a Copenaghen, o dalle Nazioni Unite, c’é quello di arrivare ad una soluzione senza l’uso della forza (almeno di quella armata), in modo consensuale (anche se il consenso non deve essere necessariamente spontaneo, ma può arrivare anche su pressione per incentivi positivi o negativi), in modo nonviolento; il principio di autodeterminazione dei popoli (che però, é specificato in vari progetti, non implica necessariamente la creazione di un nuovo stato, etnicamente colorato; ed infatti a questo principio viene spesso contrapposto l’altro, accettato internazionalmente, della salvaguardia dei confini attuali degli stati); il principio di solidarietà internazionale ; ed anche quello della ricerca non di una soluzione finale, subito, ma dell’avvio di un processo di comprensione reciproca e di ristabilimento della fiducia che possa aprire la strada, in futuro, ad una soluzione più valida e democratica del problema. Il principio democratico é infatti un’altro dei principi di base richiamati con più frequenza.

3) Modalità e durata del lavoro preliminare che ha portato alla/e proposta/e

In questo settore ci sono invece più diversità che in altri aspetti analizzati. Si va infatti dal lavoro quasi decennale di assistenza umana e di contributo al dialogo culturale portato avanti dalla CSE, sviluppatosi nei tempi più recenti in una facilitazione diretta al dialogo tra le due parti in conflitto; ai vari anni di ricerca e di permanenza sul posto, sia pur non del tutto continuativa, della CSNK; ai molti anni di delegazioni e di viaggi di studio, con incontri con le diverse parti in conflitto, della TFF; ad attività più concentrate nel tempo, uno o due anni, in alcuni casi anche meno, con viaggi vari “fact-findings” della CPA, dell’ASPEN, dell’ELIAMEP. C’é da dire comunque che il lavoro dell’ASPEN ha uno spessore tutto particolare, e questo sia per l’autorevolezza della commissione di studio, cui partecipano politici di primo ordine e studiosi su questi temi di vari paesi del mondo (dalla Polonia, Francia, Germania, agli USA), sia per l’ambito della ricerca che ha preso in analisi tutti i paesi dei Balcani e non solo la Serbia ed il Kossovo (ma anche la CPA ha lo stesso ambito), sia infine per il numero ed i luoghi delle missioni (Turchia, Grecia, Bulgaria, Albania, Macedonia, Croazia, Serbia, Kossovo, New York, Washington, Mosca, Bosnia) sia, infine, anche per il fatto di ricollegarsi ad una ricerca organizzata da una delle organizzazioni promotrici, la Carnegie, sulle guerre dei Balcani del 1912-1913. Una particolare, ed interessante metodologia, é quella portata avanti dalla BF che, pur avendo alla base uno studio preliminare di cui non si sa le modalità ed i tempi di svolgimento, si sviluppa nell’arco di circa un anno, ma con modalità tutte proprie. E cioè attraverso la costruzione di scenari diversi sulla possibile soluzione del conflitto, scenari elaborati da studiosi delle due parti in lotta, con una terza parte, sempre uno studioso, che deve svolgere un lavoro di mediazione e di facilitazione del dialogo in modo da trovare dei punti di concordanza su cui portare avanti il lavoro di risoluzione, sia pur graduale, del conflitto. E con la partecipazione dei politici di ambedue le parti alla discussione degli scenari, ed alla discussione finale delle proposte, ma non, almeno non direttamente, alle attività dei gruppi di lavori che sono portate avanti da studiosi o da esperti.

4) Proposta/e specifica/he

Più complessa é l’analisi delle proposte concrete. Anche se ci sono alcune somiglianze tra i diversi progetti, somiglianze cui cercheremo di dare risalto in seguito, la gamma delle proposte é così ampia da rendere difficile un’analisi sintetica. Dato però che il progetto BF prevede un contributo sia da parte serba che albanese, daremo prima uno sguardo sulle proposte delle due parti in conflitto, per poi passare invece all’analisi di quelle fatte direttamente dalle organizzazioni esterne. C’é comunque da chiarire i limiti di questi lavori. Gli studiosi invitati dalla fondazione a scrivere i loro rapporti, o meglio gli scenari di possibili soluzioni al problema, hanno dovuto lavorare secondo degli schemi ben precisi. E cioè come prima cosa sono stati scelti, collettivamente, in un primo seminario (Rodi), gli scenari su cui lavorare. Questi sono stati: 1) il miglioramento della situazione del Kossovo nel quadro di una continuazione dello status-quo politico attuale, e cioè in mancanza di una soluzione politica; 2) i possibili modelli di una soluzione politica all’interno dei confini, riconosciuti internazionalmente, dell’attuale Jugoslavia, suggerita da fattori internazionale, e definita come “larga autonomia”; 3) il modello di ipotetica indipendenza del Kossovo raggiunta in modo pacifico (BF, p.32). Sono stati poi formati tre gruppi di lavoro, uno per ognuno dei tre scenari citati, di cui facevano parte uno studioso serbo, uno albanese ed uno tedesco, con il compito quest’ultimo di svolgere il ruolo di mediatore. Ma é stato precisato che la scelta degli studiosi serbi ed albanesi é stata fatta senza tener conto delle personali predisposizioni verso l’una o all’altra delle soluzioni (ibid.). Per questo le proposte analizzate sono più dei modelli teorici di riferimento, che scelte politiche degli autori. Manca d’altra parte ancora il lavoro dei mediatori, quindi abbiamo per ora solo i documenti degli studiosi di parte, con un limite, e cioè che lo studioso serbo che doveva presentare lo scenario dell’indipendenza del Kossovo raggiunta in modo pacifico, non ha presentato il proprio documento. Non sappiamo, per il momento, le ragioni di questa mancanza. Le ipotesi possono essere varie: semplice ritardo ?, molto dubbio visto che tutti gli altri sono riusciti a farlo; obiezione di coscienza ad uno scenario non condiviso?, può essere, ma se la ragione é questa lo studioso in questione é andato contro la metodologia proposta dagli organizzatori e da lui accettata; l’idea che il raggiungimento dell’indipendenza del Kossovo per via pacifica é impossibile ?, anche questo può essere, ma in tal caso la mancanza del documento é una chiara scelta politica dello studioso in questione. Detti questi limiti vediamo le proposte avanzate dalle due parti:

1) Le proposte da parte serba

Nei due documenti presentanti dagli studiosi serbi, per il primo ed il secondo gruppo di lavoro, vengono avanzate tre proposte: all’interno del primo, sui miglioramenti senza reali soluzioni, a) la regionalizzazione della Serbia, b) la delimitazione interna del Kossovo; all’interno del secondo gruppo di lavoro, dell’ampia autonomia, c) l’applicazione del modello di autonomia dell’Alto Adige (o Sud Tirolo) al Kossovo.
a) la regionalizzazione della Serbia: la proposta prevede l’accettazione da parte albanese della sovranità serba del Kossovo, e la successiva divisione di tutto il territorio della Serbia in unità regionali più piccole, rispetto agli stati o alle provincie attuali, basate sulle caratteristiche economiche della zona, con una popolazione etnicamente mista in ciascuna di esse. In ognuna di queste aree ci dovrebbero essere dei parlamenti a due camere, una con elezione diretta dei membri, e l’altra con una rappresentanza paritaria per ogni gruppo etnico presente nel territorio. Secondo l’autore questo modello implicherebbe però anche l’eliminazione dei diritti delle collettività, e la loro sostituzione con i diritti umani e civili di tutti i cittadini, senza riguardi alla nazionalità o la religione. L’autore fa poi delle proposte per la soluzione di alcuni problemi concreti, come, ad esempio, quello delle scuole. Lui prevede la possibilità degli albanesi di utilizzare gli edifici scolastici pubblici, ma a seconda che essi accettino o totalmente o parzialmente i programmi statali, con finanziamento totale o parziale da parte dello stato; in caso contrario senza oneri per lo stesso.
b) la delimitazione interna del Kossovo: questa prevede la divisione del Kossovo in due unità separate, ambedue interne alla Serbia, ma con soluzioni politiche diverse. Circa il 25 % del territorio, al Nord, con le miniere di Trepça ed altre risorse indispensabili all’economia serba, e la zona intorno a Peja/Pec con i principali monumenti della cultura storica serbo-ortodossa, sarebbe unito al resto della Serbia, e diventerebbe un luogo per il reinsediamento in zona dei Serbi, secondo l’autore “espulsi” dal Kossovo (p. 35). Il resto del territorio sarebbe invece organizzato in una unità separata, sotto autorità albanese, ma sempre sotto la sovranità della Serbia. Per questa seconda zona sarebbe perciò prevista una forma di autonomia, ma non quella della Costituzione del 1974, perché questa, secondo l’autore, non é accettabile dai serbi, di qualsiasi colore e partito politico essi siano (ibid.).
c) l’autonomia tipo Alto-Adige.: questa garantirebbe ampi diritti all’autogoverno della provincia in materia legislativa, amministrativa, e fino ad un certo punto, anche legale. Ed il diritto alla scolarizzazione nella lingua propria. Ma l’applicazione di questo modello al Kossovo implica, secondo lo studioso in questione, che gli albanesi del Kossovo rinuncino alle loro idee separatiste. In caso contrario la Serbia sarà costretta - scrive l’autore - a mantenere la presenza in zona di ingenti forze militari e di polizia, anche se questo può essere la base di movimenti autoritari e di pratiche non democratiche nel paese (ibid.). In attesa di una futura, ma molto lontana, Federazione Balcanica, secondo l’autore una soluzione pacifica del problema del Kossovo, in linea con la richiesta albanese all’autodeterminazione, può essere prevista solo nel quadro di un sotterraneo rimescolamento politico e territoriale dell’intera regione dei Balcani - come é ipotizzabile negli approcci regionali dell’Unione Europea - che coinvolgesse tutti gli stati interessati e che risultasse da un comune accordo.

2) Le proposte da parte albanese

Queste sono tre, a seconda dei gruppi di lavoro rispettivo: a) soluzioni migliorative; b) lo stato del Kossovo nella (Con)federazione Yugoslava; c) il Kossovo come stato indipendente.
a) soluzioni migliorative. L’autore, un noto giornalista albanese, parte della constatazione della mancanza nel Kossovo, attualmente, di un quadro di legalità. La Costituzione del 1974 é stata infatti modificata con la violenza ed unilateralmente, e tali modifiche non sono mai state accettate dagli albanesi che hanno dato vita ad un loro sistema legale “ombra” contrario ed autonomo rispetto a quello serbo. Per ricostituire un quadro di legalità, tenendo conto delle paure dei serbi (di perdere la sovranità territoriale), di quelle degli albanesi (di restare sotto il dominio serbo, o addirittura di una soluzione violenta da parte serba), e di quelle della comunità internazionale (che possa svilupparsi uno stato di instabilità e di guerra nella regione, a causa sia dell’indipendenza del Kossovo che della persistenza della situazione attuale) egli prevede la messa in opera di un processo che, sulla base di alcuni principi accettati mutuamente (esclusione della forza, e dell’imposizione, per la soluzione del conflitto; autodeterminazione; accettazione degli standards internazionali sul rispetto dei diritti umani e sulla democrazia; soluzioni ad interim per non pregiudicare i risultati finali) sviluppi la fiducia reciproca e diminuisca il livello delle paure. Ma per far questo sarebbero necessari dei garanti internazionali che assistano allo sviluppo del processo, che sarebbe portato avanti da un corpo politico formato da rappresentanti statali della Serbia, del Kossovo, e delle organizzazioni internazionali o dei paesi del dopo Dayton. Questo organismo, per prima cosa, dovrebbe elaborare un nuovo sistema legale, o sulla base dell’ultimo accettato da ambedue le parti, o costruendone uno del tutto nuovo, e dovrebbe gradualmente rimettere in moto la istituzioni democratiche, e normalizzare la vita nel Kossovo, favorendo la prosecuzione del processo che porti ad un accordo finale tra un Kossovo ed una Serbia ambedue democratiche.
b) lo stato del Kossovo in una nuova con/Federazione Jugoslava. L’autore vede questa soluzione come un compromesso tra la richiesta albanese di completa indipendenza, e quella serba, e della comunità internazionale, sulla inviolabilità dei confini. Egli sottolinea la contraddizione tra struttura etnica dell’attuale federazione, composta da tre diverse nazionalità, la serba, l’albanese e quella montenegrina, e la struttura giuridica che dà spazio solo a due repubbliche a base etnica, la Serbia ed il Montenegro. E richiama i documenti politici degli USA e dell’U.E. che parlano per il Kossovo del ristabilimento dell’ampia autonomia all’interno della Jugoslavia (e non della Serbia), il principio delle Nazioni Unite di autodeterminazione, ed il diritto internazionale, per sostenere che questa è la soluzione più valida alla questione Kossovo. Ed indica una serie di impegni delle due parti - assistite dalla comunità internazionale - per la costruzione della fiducia reciproca e per la messa in atto dello status federale del Kossovo all’interno della RFJ.
c) il Kossovo come stato indipendente. L’autrice non elabora le modalità con cui questo processo di indipendenza si dovrebbe sviluppare pacificamente, ma costruisce piuttosto un modello di statualità sui generis e nuova. In questo stato i diritti delle minoranze sarebbero rispettati al massimo riconoscendo il diritto alla doppia lingua (albanese e serba), ed alla scolarizzazione anche nelle lingue delle altre minoranze, e prevedendo un organo apposito per la sorveglianza di questo rispetto. Ci sarebbe inoltre una rappresentanza all’interno del governo e del Parlamento basata anche sull’ etnia. E lo stato rinuncerebbe alle forze armate, eccetto per una limitata guardia di frontiera collegata alle forze di polizia ed alla difesa territoriale.

3) Le proposte delle organizzazioni esterne

Le proposte delle varie organizzazioni internazionali che si sono interessate e si stanno interessando della questione del Kossovo possono essere, dopo una loro prima analisi, distinte in due grosse categorie: a) Le proposte di contenuto; b) le proposte di processo. Ma vediamo meglio le une e le altre.

a) Le proposte di contenuto. Le due organizzazioni che fanno anche, ma non solo, proposte di contenuto sono la CSNK e l’ELIAMEP.
La CSNK analizza, discutendone con le controparti, varie proposte possibili, tra queste la spartizione del territorio (ma contrariamente a quanto proposto nella seconda proposta serba la spartizione avverrebbe tra una parte che resterebbe in Serbia ed un’altra che otterrebbe l’indipendenza); la Confederazione Balcanica, che potrebbe cominciare dai Balcani del Sud che sono quelli, a causa della divisione degli Albanesi e dei Macedoni in vari stati, più interessati a portare avanti un processo aggregativo; ed infine quella che la CSNK chiama la Mini-confederazione Yugoslava, simile alla proposta b da parte albanese. Ma alla fine giunge alla conclusione di indesiderabilità (la spartizione, perché comporterebbe movimenti di popolazione notevolissimi fattibili solo con le armi) o di scarsa realizzabilità (Confederazione, bella ma per il momento utopistica; Miniconfederazione, perché in contrasto con la storia e la legislazione precedente, ma sicuramente più realistica ed interessante dell’altra - si veda, a questo proposito, la seconda proposta albanese). Ma la proposta su cui concentra di più la propria attenzione, e che é anche in linea con le richieste delle diplomazie occidentali, é quella di una autonomia speciale per la quale però scarta del tutto il modello Alto-Adige (che sarebbe per gli albanesi una retrocessione) e punta invece su quello delle isole Åland, (nel mare Baltico, tra la Svezia e la Finlandia). E’ questo sicuramente uno dei modelli di autonomia più avanzati nel mondo, molto apprezzato anche dall’Ex Segr. Gen. delle N.U. Boutros Ghali che ne vede le potenzialità per rispettare il principio di autodeterminazione senza necessariamente dar vita a nuovi stati (che comportano quasi sempre rischi di guerra). Queste isole, storicamente svedesi e di lingua svedese, sono state assegnate dalla Lega della Nazioni (l’antecedente delle N.U.) alla Finlandia, ma con fortissimi diritti di autonomia (salvaguardia della propria lingua e cultura, scuole in lingua svedese, proprio parlamento e governo, e recentemente, anche bandiera propria e partecipazione diretta ad organizzazioni sovranazionali) (p.10), e collegata ad accordi internazionali che riconoscono a queste isole uno status di demilitarizzazione e di neutralità. Secondo la CSNK questo modello corrisponderebbe alla richiesta della leadership albanese di dare vita ad uno stato senza armi e con frontiere aperte, e sotto protezione internazionale, ma, per farlo accettare dalla Serbia, sarebbe necessario fare una notevole pressione (positiva e/o negativa) verso questo stato dato che, come abbiamo visto anche nelle proposte precedenti, non vorrebbe nemmeno restituire al Kossovo l’autonomia tolta nel 1989 con le armi e con la frode (ibid.).
L’ELIAMEP distingue le possibili soluzioni in tre categorie, quelle che essa definisce soluzioni radicali (tra cui pone l’indipendenza o la divisione del territorio tra la RFY e l’Albania); varie forme di relazione all’interno della RFJ; proposte ambedue che rientrano in questa categoria, ed invece i processi interattivi a conclusione aperta, che rientrano invece nell’altra categoria, e saranno analizzati in seguito. In rapporto alle soluzioni definite radicali gli studiosi di questo organismo sostengono che malgrado la prima soluzione sia rifiutata dai serbi, e la seconda dagli albanesi, esse corrisponderebbero, in fin dei conti, alla volontà della Serbia di creare uno stato nazionale serbo. Dato che gli albanesi sono considerati da loro “nemici implacabili” (p. 13) una di queste due soluzioni potrebbe essere accettabile e percorribile pacificamente, soprattutto se gli albanesi si impegnassero (anche con accordi internazionali) a non unirsi all’Albania, a rispettare scrupolosamente i diritti delle minoranze rispetto ai serbi del Kossovo, a riconoscere uno status speciale ai monumenti storici serbi, a concedere libero accesso e persino il controllo e la proprietà serba ad essi, ad avere rapporti economici aperti ed estesi e collaborazione con la RFJ ( ibid.). Per quanto riguarda invece la seconda categoria di soluzioni da loro studiate l’ELIAMEP ne vede parecchie, e cita moltissimi casi di soluzioni che potrebbero servire come esempio (questi vanno da autonomie tipo Alto-Adige, a sistemi federali con una maggiore o minore uguaglianza tra le parti, ma garanzie particolari per le reciproche minoranze, - gli Albanesi in Serbia, i Serbi nel Kossovo - iscritte anche nella Costituzione). Ma secondo gli autori in tutti questi possibili modelli gli albanesi devono essere visti come una nazione costituente e non come una minoranza nazionale (p. 14). Essi ritengono inoltre che possano essere necessarie garanzie internazionali, con l’istituzione di un team di osservatori, e/o di un commissario internazionale per i diritti umani
b) le proposte di processo. Ma la maggior parte delle proposte delle organizzazioni esterne interessate rientrano invece in questa seconda categoria. Di questo tipo é infatti il lavoro della CSE che cerca di concentrare il dialogo tra le parti alla soluzione di alcuni problemi concreti , immediati, rimandando a periodi successivi, dopo ottenuti i primi successi, la discussione sulle possibili soluzioni finali. Ed anche la metodologia proposta dalla BF che cerca di concentrare l’attenzione delle due parti in conflitto su eventuali punti o interessi comuni, e di introdurre, pezzo a pezzo, delle forme cooperative di risoluzione del conflitto, lasciando, almeno inizialmente, da parte le differenze sullo stato finale. (p.32).
Rientra in questa categoria anche la proposta della TFF dell’UNTANS, e cioè dell’istituzione di una “Autorità Temporanea delle Nazioni Unite per una Soluzione Negoziata”. Questa infatti assumerebbe, per un periodo di tre anni, l’amministrazione quotidiana della vita nella regione, verrebbero ridotti, alla pura difesa nazionale, i contingenti dell’esercito e della polizia, che verrebbero rimpiazzati da una polizia civile internazionale e da osservatori legati alle N.U., e si darebbe vita ad un gruppo permanente per la negoziazione. Secondo gli autori la RFY sarebbe immediatamente ammessa nella comunità internazionale e nelle organizzazioni intergovernative (compreso l’OSCE) come prerequisito dell’accettazione dell’UNTANS, o simile. L’Amministratore temporaneo, per conto delle N.U. dovrebbe essere accettato dalle due parti, e venire da un paese che non ha interessi espressi nella zona. Questa soluzione permetterebbe, secondo la TFF di mettere in pratica delle misure transitorie per ricostruire la fiducia e la confidenza reciproca che sole possono permettere , in seguito, di raggiungere soluzioni di lunga durata (p.4). Ma questo non é possibile senza l’intervento di terze parti, come l’U.E. o le N.U., che aiutino la messa in moto del processo.
Pure in questa categoria rientra la proposta, elaborata dalla CSNK, in collegamento con un gruppo di lavoro apposito del Parlamento Europeo, della costituzione di un “Corpo Civile Europeo di Pace” e di un suo possibile intervento nel Kossovo. Questo corpo, del tutto disarmato, di cui il Parlamento Europeo ha finanziato degli studi di fattibilità, sarebbe costituito da persone bene addestrate alle tecniche della nonviolenza e della risoluzione nonviolenta dei conflitti, ed avrebbe lo scopo principale di intervenire a prevenire l’esplosione dei conflitti armati, o di aiutare il processo di riconciliazione nella fase di superamento dei combattimenti. Secondo la CSNK un corpo di questo genere, intervenendo nel Kossovo (ma per far questo ci vuole l’accordo, od almeno l’accettazione, delle due parti) potrebbe aiutare il processo di normalizzazione del paese, dopo l’accettazione da parte serba di smilitarizzare la zona: monitorando il rispetto dei diritti umani da ambedue le parti; favorendo le occasioni di dialogo e di confronto aperto nella ricerca di soluzioni nonviolente e improntate a giustizia; aiutando la ripresa della vita economica, sociale e culturale della zona; favorendo il rientro delle persone emigrate per non partecipare alla guerra o per ragioni economiche; aiutando l’organizzazione di elezioni che permettano alla popolazione di questa aerea di esprimere la propria volontà rispetto ai destini della regione. Ma il problema di fondo di questa proposta, oltre quella dell’accettazione da parte serba, é quello dei tempi di costituzione di corpi di questo genere, sicuramente non breve Per questo la CSNK propone che nel frattempo possano rientrare gli osservatori dell’OSCE, che aumenti la presenza in zona di persone di paesi dell’Unione Europea, o attraverso la costituzione di un Centro di Informazione dell’U.E., od almeno di un Centro Europeo di Cultura che usi la cultura come strumento di dialogo, di scambio e di confronto, e che aiuti la comunicazione tra le parti.
Come abbiamo già accennato anche l’ELIAMEP, come terza proposta, parla di processi interattivi a conclusione aperta. Gli studiosi di questa organizzazione ritengono che qualsiasi possa essere la soluzione finale, nella possibile gamma di scelte da loro presentate nel paragrafo precedente, queste devono essere prodotte dal dialogo e da negoziati estesi tra le due parti, con o senza una terza parte come intermediario. Ma per arrivare a questo sarebbero necessari, all’inizio, dei gesti di pace unilaterali da entrambe le parti per costruire la fiducia reciproca. Ma data la situazione attuale, con richieste delle due parti completamente opposte, gli autori ritengono che le prospettive migliori possano venire da una mediazione o facilitazione di una terza parte non-ufficiale (informale, o di “diplomazia di secondo livello” come scrivono gli autori), soprattutto nella fase dei pre-negoziati che portino le parti intorno ad un tavolo con intenzioni serie. Questo approccio, utilizzato nel “problem solving”, non offre soluzioni specifiche alle parti, ma cerca di promuovere una soluzione graduale cui le parti arrivino da sole, cercando di capire le cause del conflitto e le reciproche paure, nel tentativo di raggiungere una soluzione accettabile da ambedue le parti (p.14). Ma nel concludere gli autori sostengono che “in ogni caso bisogna accettare, per essere realistici, che nei negoziati il ruolo della comunità internazionale sarà decisivo” (ibid.). Ma essi sottolineano anche dei punti di partenza per i negoziati, che in realtà vanno contro la metodologia prima citata, perché prefigurano quasi completamente la soluzione finale. Questi sono il mantenimento dell’integrità territoriale della RFJ; la nazionalità albanese del Kossovo come parte costituente della RFJ; la garanzia da parte della comunità internazionale del carattere federale della Jugoslava, e del Kossovo come parte di essa. Ma per raggiungere la soluzione finale l’Unione Europea e gli Usa dovrebbero offrire alla Serbia - scrive l’ELIAMEP - garanzie per accordi di cooperazione e per aiuti finanziari. (p.15).
Anche la proposta dell’ASPEN rientra nella categoria da noi definita di “processo” perché pone al centro del proprio interesse il come dar vita ad un dialogo genuino tra Belgrado e gli albanesi del Kossovo. Ma questo é possibile, secondo gli autori, solo con una maggiore comprensione da parte dei paesi occidentali dell’alta posta in gioco, e con una loro onesta mediazione a lungo termine. Ma per i relatori non é necessario avere chiara fin dall’inizio la forma finale della soluzione, ma solo alcuni principi di partenza. Questi prevedono : il ritiro da parte della Serbia della legge marziale (effettuando unilateralmente il ritiro graduale delle truppe e della polizia), prima dell’inizio dei negoziati; da parte della leadership albanese la disponibilità ad entrare nei negoziati senza porre la precondizione di discutere solo sull’indipendenza ; la presa in considerazione, da parte di tutte e due le parti, delle legittime preoccupazioni dell’altro, riconoscendo agli albanesi il diritto all’autogoverno (compreso il diritto a controllare la polizia, la giustizia, e le istituzioni culturali, educative - in particolare sulla ricostituzione dell’Università di Pristina come istituzione aperta e pluralistica - e della salute) ed ai Serbi del Kossovo delle garanzie affidabili per la protezione dei loro diritti (p.19). Ma gli autori prevedono il rientro della missione OSCE per il monitoraggio dei diritti umani, e che, se non si riesce a raggiungere un accordo in un tempo ragionevole, che essi valutano in due anni, il futuro status del Kossovo dovrebbe essere sottomesso ad un arbitrato legalmente obbligatorio e, se gli arbitri lo raccomandano, ad un referendum in tutto il Kossovo sulle varie opzioni.(ibid.).
Restano infine da analizzare le proposte, per il Kossovo, degli studiosi del CPA. Anche loro, come tutti gli altri, hanno trovato le posizioni delle due parti sullo status finale troppo distanti per poter raggiungere un accordo definitivo, e propongono perciò di arrivare ad un accordo ad interim che possa sciogliere le tensioni e permettere discussioni attualmente impossibili (p. 28). Per far questo esse propongono una strategia in tre fasi, anche se non del tutto distinguibili l’una dall’altra, e cioè: a) misure per costruire la fiducia reciproca; b) dialogo e negoziati; c) accordo ad interim. La prima fase, quella della costruzione della fiducia, dovrebbe prevedere, da parte di Belgrado: la cessazione della violazione dei diritti umani; il rispetto della libertà di stampa e di associazionismo; il permesso all’incremento della presenza internazionale (compreso l’OSCE) nel Kossovo. Da parte della leadership kossovara: la riaffermazione all’impegno all’uso della nonviolenza; il chiarimento sulle garanzie da dare al rispetto dei diritti della minoranza serba nel Kossovo - incluso un monitoraggio internazionale; l’ accettazione a differire la discussione sull’indipendenza mentre si portano avanti le discussioni sulle misure ad interim. Da parte della comunità internazionale: il far pressione sul governo della RFJ a permettere la riapertura della missione permanente dell’OSCE; l’installazione di centri operativi nel Kossovo di organizzazioni umanitarie internazionali (Alto Commissariato delle N.U. per i rifugiati; il Comitato Internazionale della Croce Rossa, ecc.,) che - insieme con le Organizzazioni Non Governative - dovrebbero aiutare le comunicazioni ed il dialogo tra i leaders delle due comunità, e tra gli attori non ufficiali ed i leaders sociali (p.29). Dopo questo lavoro, se viene portato avanti seriamente dalle due parti, gli autori sperano si possa passare ad una seconda fase di discussione, di dialogo e di negoziazione tra le due parti in conflitto. Una difficoltà di questa fase é legata alla richiesta degli Albanesi della presenza di un mediatore internazionale, e dal rifiuto di Belgrado ad interferenze in un problema che esso considera interno. Per questo gli autori ritengono che in una prima fase questo ruolo può cadere su organizzazioni non-governative, e cioè sulla “diplomazia di secondo livello”, che sviluppi dialoghi informali e dia vita e generi idee per le misure di costruzione della fiducia e per l’implementazione di arrangiamenti ad interim (ibid.). La terza fase, quella dell’accordo ad interim vero e proprio, potrebbe includere, secondo il CPA: un assenso, da parte della Serbia, a riaprire ed a riportare sotto il controllo locale degli Albanesi le istituzioni culturali ed educative del Kossovo (comprese le scuole e l’Università di Pristina); ed un accordo, da parte kossovara, a partecipare (anche votando nelle prossime elezioni di questo tipo) alle istituzioni politiche della RFJ, che dovrebbero comunque essere condotte secondo standard accettati e controllati dall’OSCE. Ma un accordo di questo tipo dovrebbe portare ad una normalizzazione della vita nel Kossovo attraverso: il ripristino delle istituzioni pubbliche; il ritorno al lavoro delle persone licenziate o dimessesi per ragioni politiche; l’avvio di una riforma costituzionale che ridefinisca, a lungo termine, lo status del Kossovo, e la struttura dello stato Yugoslavo; ed infine anche l’avvio di un processo, a lungo termine, di una maggiore integrazione economica dell’intera regione dei Balcani, al suo interno e verso tutta l’Europa, che deve essere incoraggiato dagli attori internazionali (ibid.).

5) Follow-up delle proposte

Come abbiamo visto tutte queste proposte vengono da parte di organizzazioni non governative, o Fondazioni, o istituti di ricerca, o coordinamenti di associazioni messe a punto ad hoc per il problema, oppure anche da una comunità laico-religiosa. Tutte comunque hanno collegamenti, più o meno indiretti, con organizzazioni statali o sovra-statali, o a livello di consulenza, od a livello di partecipazione diretta di alcuni politici ai loro lavori . E’ importante perciò vedere se e quali proposte qui analizzate, potranno passare dalla fase di progetto a quella operativa. Quello che é certo é che i mesi prossimi saranno caldi in rapporto al follow-up di queste proposte. Nel mese di aprile sono previsti tre incontri specifici per discutere di una o più di queste proposte.
Il 7/8 aprile a New York ci sarà un incontro, cui parteciperanno politici di primo piano sia da parte serba che albanese (sia di governo - ma il governo serbo si é poi rifiutato di partecipare - che di opposizione) organizzato dalla Fondazione Carnegie, che ha finanziato due dei lavori analizzati (ASPEN, CPA), lavori che (il condizionale é dovuto al fatto che non abbiamo il programma dell’incontro) molto presumibilmente saranno oggetto della stessa discussione. E’ interessante, a questo proposito, notare un incidente diplomatico che ha preceduto l’incontro. Il 25 marzo c.a. i giornali locali hanno annunciato il rifiuto di Demaçi, Presidente del Partito Parlamentare (che é l’attuale partito di opposizione nel Kossovo), di partecipare all’incontro a causa di uno squilibrio di rappresentanza tra serbi (7) ed albanesi (5), e del rifiuto degli organizzatori di modificare la situazione. Il 27 marzo i giornali hanno invece annunciato che la questione é stata risolta, accettando la proposta di aumentare la rappresentanza albanese a 7 (uno in più del Partito Parlamentare, ed uno del Partito Democristiano). Come si vede la nonviolenza serve anche nell’organizzazione dei colloqui di follow-up. Su questo incontro c’é una grande aspettativa, anche se si comincia già a cercare di smorzare le speranze sottolineando il carattere di scambio di idee ed opinioni, più che di incontro con carattere decisionale. Fa cioè parte di quella diplomazia di secondo livello di cui parlano varie ricerche prese in analisi cui viene dato il compito di preparare il terreno, ma non di sostituire quella ufficiale.
Un secondo incontro é previsto a Vienna (Austria) il 18/19 aprile. Questo é organizzato da un organismo che non conosciamo ma che si definisce in modo abbastanza forte “Consiglio europeo di azione per la pace nei Balcani”, ma anche questo con l’appoggio della Fondazione Carnegie di Washington, che risulta perciò la grande finanziatrice di questi studi e dei follow-up successivi. Nel comitato di consulenza dell’ organismo che promuove l’incontro c’é il Principe Sudrussin Aga Khan, che ha svolto varie missioni per conto dell’ONU, Bernard Kouchner, parlamentare europeo e presidente del Forum Europeo per la prevenzione dei conflitti, ed anche alcuni politici e studiosi che hanno direttamente partecipato ai lavori dell’ASPEN. Per l’Italia fa parte di questa organizzazione, che sembrerebbe composta prevalentemente da Organizzazioni Non Governative, Maria Pia Fanfani che risulta esser la Presidente della Croce Rossa Italiana. Nella lettera di invito gli organizzatori scrivono: “ Mentre l’attenzione internazionale in rapporto ai Balcani si focalizza prevalentemente sul processo di pace in Bosnia ed Erzegovina e, più recentemente, sui disordini post-elettorali in Serbia, lo status del Kossovo rimane un problema irrisolto. Trascurando la risoluzione della situazione del Kossovo si rischia, in modo pericoloso, di far scoppiare un conflitto che può estendersi al di fuori dei confini del Kossovo. Malgrado i Governi Occidentali e le Organizzazioni Internazionali siano coscienti dell’alta posta in gioco e considerino cruciale la soluzione del problema del Kossovo, i decisori politici non hanno ancora definito una politica internazionale precisa. In vista della situazione dinamica in Serbia, come pure delle sfide verso l’attuale leadership albanese nel Kossovo, riteniamo che sia ormai tempo per la comunità internazionale di sviluppare un approccio comune di fronte allo status futuro del Kossovo” (Lettera di invito, del 13 febbraio, ai 50 esperti invitati, tra cui il sottoscritto). Nella lettera gli organizzatori parlano di un piccolo incontro tra esperti per valutare i vari aspetti e le possibili soluzioni al problema di questa area. E precisando gli scopi dell’incontro scrivono: “Il nostro scopo é quello di definire una strategia internazionale per il Kossovo ed articolare un programma di azione da presentare ai governi Occidentali dell’Europa e degli USA, ed alle Organizzazioni Internazionali”. Tra gli invitati gli italiani Emma Bonino, e Dell’Alba Gianfranco, Parlamentare Europeo (dell’ICG che non so cosa significhi); alcuni dei nostri amici come Janjic, Surroi, Maliqi; Daniel Cohn-Bendit, parlamentare europeo, che fa parte del nostro gruppo di lavoro per i “Corpi Europei Civili di Pace”; ed alcuni degli esperti o dei dirigenti dell’ASPEN, del CPA, della SOROS, e delle organizzazioni promotrici. Nel programma di massima si prevede l’analisi dei fattori determinanti del conflitto, delle possibili soluzioni, delle strategie da portare avanti nei riguardi dei diversi attori; e l’individuazione di una strategia di follow-up.
Un terzo incontro é previsto il 28-29 aprile a Bruxelles organizzato dai Parlamentari Verdi con la collaborazione del FEPAC (Forum Europeo per la prevenzione attiva dei conflitti). Sono previste varie relazioni sulla politica di prevenzione e sul ruolo in questo campo dell’UE; una sulla proposta dei “Corpi Europei Civili di Pace” (di Arno Truger, del “Centro Studi Austriaco per la Pace e la risoluzione dei conflitti”); una sessione su esempi concreti in questo campo (le esperienze concrete saranno sul Nagorno Karabash, sul lavoro dell’OSCE sulla Moldavia, e forse anche - attendo conferma su questo - sul lavoro della CSNK in Kossovo); concluderà l’incontro un panel sulle riforme da portare avanti, con la partecipazione prevista, ma non confermata, di Emma Bonino, Commissario della Comunità Europea, del Ministro degli Esteri Olandese, di Van Der Stoel dell’OSCE, e di M. Rocard, noto politico francese.
Ultimo incontro previsto, di cui sembra però non sia stata ancora fissata la data (si parla dell’estate prossima), é quello organizzato dalla BF a conclusione dei suoi lavori. Come già accennato comunque ci sono vari problemi per questo incontro: la non presentazione da parte dello studioso serbo dello scenario per una via pacifica all’indipendenza del Kossovo; le parole minacciose conclusive dell’altro studioso serbo che ha presentato una relazione sull’ampia autonomia; e l’intenzione dei politici dell’LDK che sono stati invitati agli incontri preliminari ed anche a quello conclusivo, di non partecipare a quest’ultimo, se non ci sono tutte le relazioni previste; ed infine la mancanza, per il momento, di documenti degli studiosi tedeschi che dovrebbero mediare e trovare punti comuni tra relazioni che, in realtà, sono estremamente divergenti se non addirittura opposte. Vedremo il seguito.
Un altro problema di questo settore é lo stallo dell’accordo mediato dalla CSE. Per quanto ci hanno detto i componenti della Commissione mista dell’LDK questo é dovuto alla richiesta di Milosevic di un po' di tempo per riflettere sull’implementazione. E’ certo che il ritardo nel portarlo avanti sta raffreddando molto le speranze che esso aveva suscitato, e si parla anche di un possibile rifiuto della CSE di portare avanti il proprio impegno a causa delle difficoltà incontrate nell’implementare l’accordo. E si pone perciò il problema se la “terza parte” non debba avere più strumenti a sua disposizione, di quelli della CSE (e forse anche del Vaticano), per assicurare la realizzazione concreta degli accordi firmati.

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