Tratto da:
JESUS, aprile 1998

Una vita per gli altri
di Luigi Bettazzi, Vescovo di Ivrea

Il 20 aprile di cinque anni fa moriva monsignor Tonino Bello, Vescovo di Molfetta e presidente della sezione italiana di Pax Christi. Per monsignor Luigi Bettazzi: "Ricordare don Tonino vuol dire credere alla nonviolenza, impegnandosi nella solidarietà ai più poveri ed emarginati, e operare a qualunque costo per la pace".


Sono passati cinque anni da quel 20 aprile in cui è morto monsignor Antonio Bello, don Tonino, come tutti ormai lo chiamavano: e a lui faceva piacere perché rilevava il tono di familiarità e di vicinanza alla gente che costituiva lo stile della sua vita, di uomo prima ancora che di prete e di vescovo.
Fu una morte preceduta da un’agonia lucida, ma piena di sofferenza, offerta per la sua diocesi e per il “popolo della pace”. Erano le due grandi missioni della sua vita di vescovo, preparate dal suo impegno umano e sacerdotale, ma imposte a lui dal di fuori, dall’alto quella dell’episcopato, dall’attesa dei giovani amanti della pace quella della presidenza di Pax Christi.
E le aveva vissute in pienezza di disponibilità, coerente con quanto il Signore gli ispirava sul piano della fedeltà e della donazione, sfidando anche incomprensioni e ostilità, le prime da parte di chi vedeva la rottura di uno stile episcopale “maestoso”, quasi come la rinuncia alla consapevolezza di una missione essenziale nella Chiesa, le altre da parte di chi capiva che i cammini della pace e della nonviolenza predicati e praticati da monsignor Tonino Bello avrebbero portato a sovvertire posizioni di potere e di profitto, o anche solo abitudini consolidate e più comode.
E se l’incomprensione poteva creare rallentamenti nell’accogliere direttive e nel seguire suggerimenti, le ostilità si manifestavano in attacchi di gruppo o di personalità, sia che lo accusassero apertamente - come fece il ministro dell’Interno d’allora – di sobillare comportamenti illegali in occasione delle prime ondate di albanesi approdate in Puglia, sia che creassero campagne di diffamazione o protestassero con i superiori, come avvenne ripetutamente nelle circostanze più rare, ad esempio di fronte alla militarizzazione di territori delle Murge, o al disimpegno delle Nazioni europee durante la guerra nella ex Jugoslavia, o alla guerra del Golfo. Fu proprio l’essersi schierato con il Papa contro l’intervento armato degli Usa e degli alleati, a provocarli critiche feroci negli ambienti politici italiani (e un po’ anche in alcuni ambienti ecclesiali), tanto da aggravare quel male allo stomaco che poi lo porterà alla tomba. Mentre la malattia lo consumava, fu lui praticamente a guidare la marcia dei 500 pacifisti a Sarajievo – la prima presenza massiccia esterna nella città martire – per esprimere solidarietà, per richiamare la coscienza dell’Europa, per proclamare la nonviolenza.
E il Signore volle che la Marcia di Capodanno 1993, per difficoltà insorte in altre città della Puglia, si celebrasse proprio a Molfetta. Le migliaia di giovani accorsi da tutta Italia, in una notte tormentata da una pioggia violenta, si strinsero attorno a lui per dirgli il loro grazie, il loro impegno, la loro speranza. La pioggia impedì di accendere sul molo – come lui avrebbe desiderato – un grande falò per dare speranza di pace all’Albania e al mondo.
Pochi mesi dopo su quel molo celebravamo il suo funerale. La grande fiamma era lui, don Tonino, per le sessantamila persone giunte ancora una volta da tutta Italia, ma anche da fuori, che riconoscevano in lui un profeta di pace. La brezza che su quel molo sollevava le pagine del Vangelo posto sulla sua bara sembrava indicare che era proprio dal Vangelo che don Tonino aveva ricavato l’ispirazione e la forza della sua vita e del suo apostolato.
"Ascoltino gli umili e si rallegrino" era il motto del suo stemma episcopale, e tutta la sua vita era stata annunciare ai poveri l’amore del Padre celeste e la solidarietà dei fratelli, che erano appunto la fonte e le garanzia della speranza gioiosa per chi è provato dalla vita.
Ricordare don Tonino vuol dire credere alla nonviolenza, impegnandosi nella solidarietà ai più poveri ed emarginati (come non ricordare la sua lettera al marocchino o il fiore portato sulla tomba del giovane ladruncolo ucciso dalla polizia mentre fuggiva e sepolto in solitudine?), vuol dire operare a qualunque costo per la pace.
I pellegrinaggi continui, di giovani e meno giovani, che vanno sulla sua tomba nel cimitero di Alessano—come ha desiderato, nella nuda terra, vicino a sua mamma a cui umanamente tutto doveva- sentono ancora ripetere il suo testamento: "Amate Gesù Cristo, e amate i poveri!".

* articolo recuperato grazie alla preziosa collaborazione di Giuseppe Nappi e Laura Cirillo



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