Tratto da: Voci e Volti della Nonviolenza Numeri 360 e 361 dell’agosto 2009

Resistenza Civile
di Anna Bravo

[Nuovamente riproponiamo il seguente saggio di Anna Bravo (che nuovamente
ringraziamo per avercelo messo a disposizione) originariamente pubblicato
come voce "Resistenza civile", in Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano
Sessi (a cura di), Dizionario della Resistenza, 2 voll., Einaudi, Torino
2000-2001]


I. Forme di lotta
Con la significativa eccezione delle enclaves di alto prestigio e potere,
non esistono nella resistenza compiti o settori dove non compaiano donne. E'
cosi' nello scontro armato, nel lavoro di informazione, approvvigionamento e
collegamento, nella stampa e propaganda, nel trasporto di armi e munizioni,
nell'organizzazione sanitaria e ospedaliera, nel Soccorso rosso, la
struttura delegata a sostenere i militanti in difficolta' e le loro
famiglie. Dello schieramento resistenziale fanno parte anche le militanti
dei Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della
liberta', l'organizzazione femminile di massa fondata nell'autunno '43 da
alcune esponenti dei partiti del Cln.
Nell'opera dei Gruppi, e in una certa misura anche delle partigiane,
rientrano molte pratiche tipiche della resistenza civile, un termine oggi
usato per indicare l'area dei comportamenti conflittuali delle popolazioni
che in tutta l'Europa sotto dominio nazista accompagnano, a volte precedono,
la resistenza armata, e che si valgono non delle armi ma di strumenti
immateriali come il coraggio morale, l'inventiva, la duttilita', le tecniche
di aggiramento della violenza, la capacita' di manovrare le situazioni, di
cambiare le carte in tavola ai danni del nemico. Ma le donne attive in
questo campo sono molte di piu' di quelle integrate nella resistenza e
riconosciute come tali.
Il punto di inizio della resistenza civile italiana sono i giorni successivi
all'8 settembre, quando i tedeschi si sono ormai impadroniti dei 4/5 del
paese e decine di migliaia di soldati si sbandano sul territorio cercando di
sfuggire alla caccia degli occupanti. Ne nascono storie splendide, uscite
dall'anonimato solo di recente. Come quella di M. S., una non piu' giovane
donna torinese di classe operaia, che non esita a accogliere e rivestire in
borghese i primi militari che bussano alla sua porta, ma che subito si rende
conto del carattere di massa dell'emergenza. Fa allora incetta di indumenti
borghesi in tutto il quartiere, da conoscenti e vicini fino alle suore di un
istituto di carita', e trasforma la propria casa in un efficientissimo
centro di raccolta dove sull'onda del passaparola gli sbandati si presentano
sempre piu' numerosi. M. S. li sfama, li fa riposare in un dormitorio
improvvisato nelle cantine, li riveste da capo a piedi, preccupandosi
persino di tingere in nero le scarpe militari, punto debole di ogni
travestimento. Poi li accompagna uno per uno alla stazione, dove cerca di
eludere i controlli polizieschi baciandoli e abbracciandoli come fossero
parenti in visita (Bravo-Bruzzone 1995).
Sebbene sia raro incontrare altrettanto spirito imprenditorale e altrettanta
cura per la verosiglianza, in quei giorni un numero imprecisato ma
vastissimo di donne - anche se non solo di donne - si impegna in una
mobilitazione che imprime il suo segno nel paesaggio. Come scrive Luigi
Meneghello, uno dei maggiori protagonisti/interpreti della resistenza, si
vedevano "file praticamente continue di gente (...) tutti abbastanza
giovani, dai venti ai trentacinque, molti in divisa fuori ordinanza, molti
in borghese, con capi spaiati, bluse da donna, sandali, scarpe da calcio.
Abbondavano i vestiti da prete (...) Pareva che tutta la gioventu' italiana
di sesso maschile si fosse messa in strada, una specie di grande
pellegrinaggio di giovanotti, quasi in maschera, come quelli che vanno alla
visita di leva" (Meneghello 1986).
E' una gigantesca operazione di salvataggio, forse la piu' grande della
nostra storia (Galli Della Loggia 1991), che viene condotta in assenza di
direttive politiche e in gran parte ad opera di donne cosiddette comuni; un
fenomeno che non si ripetera' piu' con queste caratteristiche e dimensioni.
Ma nei venti mesi successivi, la resistenza civile italiana prende altre
forme. Tra queste, sabotaggi e scioperi per ostacolare lo sfruttamento delle
risorse nazionali perseguito dai nazisti; tentativi di impedire la
distruzione di cose e beni essenziali per il dopo; lotte in difesa delle
condizioni di vita; isolamento morale del nemico, una pratica decisiva per
minarne la tenuta psicologica; rifiuto da parte di magistrati e altri
dipendenti pubblici di prestare giuramento alla repubblica di Salo'. Spicca
anche, ed e' probabilmente l'aspetto piu' diffuso, la protezione verso chi
e' in pericolo: basta ricordare la lunga ospitalita' offerta ai prigionieri
alleati evasi dai campi di concentramento italiani dopo l'armistizio
(Absalom 1991); l'aiuto agli ebrei, banco di prova della resistenza civile
in tutta Europa; e, certo non da ultimo, l'appoggio alle formazioni
partigiane attraverso infinite piccole e grandi iniziative - sarebbe dunque
assurdo considerare la resistenza civile come separata e contrapposte a
quella armata, anche perche' almeno in alcuni casi non di rifiuto delle armi
si tratta, ma dell'impossibilita' di procurarsele.
E' vero invece che il termine abbracccia un ventaglio di comportamenti
eterogenei, apparentati essenzialmente dal fatto di essere compiuti senza
armi e ad opera di soggetti a loro volta cosi' diversi che a accomunarli e'
quasi solo la condizione di cittadini di uno stesso paese: sono uomini di
varia eta', ceto, cultura, posizione professionale, politicizzati e non; a
volte bambine e bambini; religiosi/e; ma soprattutto donne, proletarie e
aristocratiche, contadine e borghesi, spinte all'esterno dalla necessita' di
provvedere a se stesse e alla famiglia e spesso piu' capaci di esporsi,
anche perche' contano, a volte illudendosi, sul minore sospetto che
tradizionalmente desterebbe la figura femminile.
Riflettono questa molteplicita' le motivazioni: contano la fede e le
indicazioni politiche, ma spesso contano di piu' la stanchezza della guerra,
la pietas cristiana, l'odio per tedeschi e fascisti, la solidarieta', a
volte l'orgoglio patriottico, di gruppo, di mestiere, ideali anarchici e
antimilitaristi, spirito di insubordinazione e di avventura. L'8 settembre
per le donne c'e' una sfumatura particolare: gli sbandati sono giovani
uomini in pericolo che si rivolgono loro come a figure forti e salvifiche,
vale a dire materne. E proprio a causa di questa vulnerabilita', le donne li
considerano spesso figli virtuali, e per proteggerli danno vita a un
maternage di massa che rappresenta una delle espressioni specificamente
femminili della resistenza civile italiana.
Al suo interno spicca l'azione individuale. C'e' chi opera in modo
estemporaneo, come la parrucchiera che durante una retata nasconde un
partigiano fra le clienti. Chi in modo continuativo, come la diciottenne
impiegata di uno stabilimento ausiliario che va regolarmente al comando
tedesco a chiedere i lasciapassare per gli operai, e regolarmente inserisce
nell'elenco partigiani e qualche ebreo; se la sua collaborazione con il Cln
resta informale, in altri casi il medesimo incarico puo' portare
all'inserimento negli organici, a dimostrazione di quanto sia difficile in
quell'orizzonte concitato e frammentato applicare criteri omogenei.
Frutto ora di una tessitura minuziosa, ora di precipitazioni impreviste, le
lotte collettive sono per lo piu' non violente, ma non sempre: lo
testimoniano gli assalti ai magazzini viveri e a treni carichi di derrate o
combustibili e alcune aggressioni contro esponenti e favoreggiatori di
Salo' - in quest'ultimo caso pero' e' difficile distinguere tra i fatti, le
dicerie, le versioni amplificate.
Variano di molto le modalita' organizzative. La mobilitazione puo'
riecheggiare le parole d'ordine dei partiti antifascisti o dei Gruppi di
difesa, puo' esserne il risultato diretto, puo' valersi dei loro canali;
altre volte - e' il caso di M. S. - nasce da forme di concertazione
informale lontane dal circuito politico e fondate su un tessuto sociale di
paese, di quartiere, di parrocchia, su reti parentali, di colleganza, di
amicizia.
Variano anche i risultati: si salvano persone e si vanificano i piani
nazisti, come quando le donne di Carrara resistono agli ordini di
sfollamento totale emanati nel luglio '44 per garantire alle truppe tedesche
una via di ritirata attraverso territori sgombri (Commissione pari
opportunita' Massa-Carrara 1994); si strappano miglioramenti delle
condizioni di vita e si delegittimano le istituzioni di Salo'. Ma l'azione
e' in ogni caso frutto di una decisione personale non meno difficile della
scelta partigiana. Cosi' come solo una minoranza prende le armi, solo una
minoranza si impegna infatti nella lotta senza armi, e sarebbe ingiusto
usarla per accreditare il mito di un'unanime mobilitazione antifascista e
antinazista - vale invece la pena sottolineare che da noi la solidarieta'
verso gli ebrei scatta nel momento in cui e' chiaro che e' la loro vita a
essere in pericolo, ma anche che la Germania ha ormai perso la guerra.
Su questo sfondo, il significato della resistenza civile trova ancora piu'
risalto. Si tratta nel suo insieme di un enorme lavoro di tutela e
trasformazione dell'esistente, vite, rapporti, cose, che si contrappone sul
piano sia materiale sia simbolico alla terra bruciata perseguita dagli
occupanti; di un rifiuto di sottomettersi le cui conseguenze possono andare
dalla denuncia alla deportazione e alla pena di morte per chi fornisca
documenti falsi ai ricercati, dia aiuto a partigiani o, recita un decreto di
Salo' del 9 ottobre 1943, dia rifugio a prigionieri e militari alleati o ne
faciliti la fuga. Alcune donne di Carrara vengono arrestate; alcune/i
soccorritori dei prigionieri di guerra sono uccisi. La piemontese
quindicenne Natalina Bianco, "colpevole" di aver portato viveri ai fratelli
partigiani, finira' a Ravensbruck; cosi' la studentessa padovana Milena
Zambon, attiva in una rete che fa passare in Svizzera i prigionieri alleati
(Gios 1987). Del resto, nell'ordine senza diritto imposto dall'occupazione,
basta un rifiuto occasionale di obbedienza a innescare ritorsioni gravi.
L'impegno nella resistenza civile puo' dunque contare e costare quanto
quello nella resistenza armata. Ma dei suoi protagonisti e del loro destino
sappiamo ancora poco, e quel poco a volte emerge per caso, come avviene nel
'98 con la storia dell'agente di custodia di san Vittore Andrea Schivo,
deportato e ucciso a Flossemburg per aver "agevolato i detenuti politici
ebrei coi loro bambini (...) soccorrendoli con delle uova, marmellata,
frutta, di tutto quanto poteva essere possibile e utile" (Laudi 1998).
*
II. La resistenza e la figura femminile
Consapevoli di quanto sia importante la conflittualita' diffusa, le forze
della resistenza la sollecitano in varie forme; la considerano, pero', piu'
un indispensabile complemento della lotta armata che l'espressione di un
antagonismo che germina dalla societa'. Nelle interpretazioni allora piu'
seguite, la politica si identifica infatti con l'azione delle avanguardie
organizzate, non con la transeunte iniziativa popolare; la vera battaglia
contro il nazismo e' quella che si combatte con le armi in pugno, mentre le
lotte inermi e "spontanee" sono ritenute una forma minore dell'antifascismo,
una componente utile ma secondaria, in qualche caso guardata con diffidenza
da chi ricorda le non lontane mobilitazioni reazionarie delle masse
italiane.
Quanto alle donne, la resistenza offre loro la prima occasione storica di
politicizzazione democratica (Mafai 1987; Guidetti Serra 1977), e dunque le
contraddizioni sono ancora piu' forti. Sebbene la guerra sottoponga l'intera
struttura sociale a tensioni fortissime, non ne smantella infatti l'impronta
patriarcale: restano forti sia l'ideologia secondo cui le donne appartengono
alla famiglia e al privato e sono incompatibili con la sfera pubblica e la
politica, sia i luoghi comuni sull'inaffidabilita' femminile. Partecipe di
quella cultura anche se intenzionato a cambiarne molti aspetti, il movimento
resistenziale da un lato teme l'"egoismo" familistico delle donne,
dall'altro cerca di guadagnarle alla causa, ma soprattutto in quanto "madri
e spose" (Pieroni Bortolotti 1978). Nasce da qui una prevalente ottica
"continuista", che vede nell'opera delle donne il prolungamento di ruoli
naturali di assistenza e di cura, espansi al di fuori del privato in deroga
alla "normale" divisione degli spazi. Che a singole esponenti politiche
siano assegnati incarichi di rilievo in qualcuno dei territori
provvisoriamente liberati dai partigiani e amministrati dai Cln, e' un
segnale importante, ma coesiste con il fatto che in nessuna di queste zone
viene riconosciuto alle donne il diritto di voto per l'elezione degli
organismi di autogoverno.
Non solo: perdurano - ed e' stupefacente se si pensa agli sconvolgimenti
della guerra - l'assimilazione fra vita quotidiana e routine e quel suo
risvolto simmetrico che identifica emergenza e caduta peccaminosa nel
lassismo. Nessuna delle forze in campo si dimostra immune dall'uno o
dall'altro stereotipo. La Chiesa rimprovera alle donne di sfuggire la
domesticita' con il pretesto della situazione eccezionale, di non saper piu'
educare cristianamente le figlie, di indulgere a sregolatezze di ogni tipo,
da abbigliamenti provocanti a frequentazioni scandalose. All'estremo
opposto, in una lettera della XL brigata Matteotti "alle Compagne" (Archivio
centrale Udi 1996) le si invita a impegnarsi per procurare quanto necessario
alla formazione, "abbandonando la vita metodica e casalinga" (sic).
Che nella lettera della Matteotti ci si rivolga alle militanti di un
organismo riconosciuto dal Cln mostra che i pregiudizi non colpiscono
soltanto le donne cosiddette comuni. Ne scontano gli effetti sia le donne
dei Gruppi sia le stesse partigiane, gran parte delle quali sono impegnate
nel lavoro logistico, un insieme di compiti complesso e pericoloso senza il
quale nessun esercito potrebbe esistere. Meno che mai quello resistenziale,
in cui il rapporto fra chi combatte e chi e' impegnato in compiti di
sostegno supera di molto lo standard delle truppe regolari. Eppure le
partigiane vengono comunemente definite con il termine vago e
miniaturizzante di staffetta, il che non esclude affatto amirazione e
gratitudine, ma conferma la difficolta' a vedere le donne fuori da un ruolo
ancillare.
Quanto ai Gruppi di difesa, il loro intervento investe terreni cruciali per
la vita materiale e simbolica della collettivita' e per una prospettiva di
maggiore giustizia. Basta citare le lotte di fabbrica e contro le
deportazioni, la gia' citata resistenza agli sfollamenti forzati, gli onori
resi pubblicamente e collettivamente ai partigiani caduti e alle vittime dei
tedeschi, la difesa intensiva delle condizioni di vita condotta con grande
attenzione a principi di equita' nella gestione delle poche risorse
(Archivio centrale Udi 1995). E' un'assunzione di responsabilita' che mette
in campo pratiche e attitudini storicamente associate alle donne e fatte
proprie dal primo emancipazionismo; ma lo sforzo di trasformarle in compito
politicamente riconosciuto rappresenta un passo in piu', una opzione forte
per la presenza femminile nei futuri organismi democratici. Peccato che
questa potenzalita' non trovi risposte adeguate (Rossi-Doria 1994).
I criteri che regolano il riconoscimento della qualifica di resistente
dicono molto sulla cultura e mentalita' dell'epoca. E' dichiarato partigiano
chi ha portato le armi per almeno tre mesi in una formazione armata
"regolarmente inquadrata nelle forze riconosciute e dipendenti dal Comando
volontari della liberta'", e ha compiuto almeno tre azioni di guerra o di
sabotaggio. A quanti sono stati in carcere, al confino, in campo di
concentramento, la qualifica viene riconosciuta solo se la prigionia e'
durata oltre tre mesi. Almeno sei sono necessari nel caso di servizio nelle
strutture logistiche, mentre a chi, dall'esterno delle formazioni, abbia
prestato aiuti particolarmente rilevanti viene attribuito in qualche regione
il titolo di benemerito. Resta dunque saldo uno dei fondamenti tradizionali
della cittadinanza, che lega la sua esprressione piu' alta al diritto/dovere
di portare le armi, facendo degli inermi per necessita' o per scelta figure
secondarie quanto meno sul piano simbolico. Si sancisce anche l'assoluta
dominanza del legame politico - di partito, di gruppo, di organismo di
massa - rispetto ad altri tipi di vincolo e mediazione. Nello stesso
schieramento antifascista si fatica a prendere coscienza delle implicazioni
di questo dualismo.
Vengono cosi' esclusi molti soggetti, dai reduci dei lager agli oppositori
non collegati alle formazioni ufficiali e ai partiti del Cln; e la
grandissima parte delle donne. Le cifre ufficiali di 35.000 partigiane e
70.000 operanti nei Gruppi di Difesa sono ragguardevoli, a maggior ragione
se si tiene conto che il desiderio/bisogno di sottrarsi ai bandi di
arruolamento nelle truppe della Repubblica sociale non riguarda le donne; ma
per ammissione ormai generale sottorappresentano ampiamente la presenza
femminile.
Non mancano ambivalenze neppure verso le partigiane combattenti,
protagoniste di una rottura tanto piu' perturbante perche' segue al
ventennio fascista di enfasi sfrenata sulle funzioni materne. Quanto allarme
cresca intorno alla figura della donna in armi e' mostrato dalle leggende
che circolano tra tedeschi e fascisti come fra la popolazione, narrando di
reali o immaginarie condottiere sempre bellissime e sempre ferocissime. E'
una riemersione dei miti sulla guerriera che ha il suo rovescio nella
diffidenza con cui molti guardano alle partigiane concrete, donne per lo
piu' giovani uscite dalla casa per entrare non solo nella sfera della
politica, ma in quella della violenza armata, ritenuta massimamente
incompatibile con la femminilita'.
Puo' essere cosi' anche fra i resistenti. Il coraggio con cui la dirigenza
partigiana bolla come arretratezze i pregiudizi maschili (Pavone 1991) e
apre alle donne, non azzera i dubbi sulla loro attitudine al combattimento
ne' i timori di promiscuita' nelle bande, e convive con una pratica di
divisione dei compiti modellata sulla gerarchia di genere. Per molte che
combattono, poche accedono a ruoli politici o militari di rilievo,
pochissime diventano comandanti o commissari politici (l'equivalente del
vicecomandante). Il grado piu' alto attribuito alle donne e' quello di
maggiore, che riguarda comunque una piccola minoranza; quelli piu' diffusi,
tenente e sottotenente. L'avarizia nell'assegnazione di riconoscimenti
militari riguarda tutta la resistenza europea, ma nei paesi latini si arriva
a casi limite: da noi una donna si vede attribuire la qualifica di soldato
semplice proprio dal giovane partigiano che lei stessa aveva messo a capo di
una formazione di quartiere quando esercitava in via provvisoria il comando
del I settore della piazza di Torino; a un'altra classificata come
partigiana semplice viene riconosciuto dal comando alleato il grado di
ufficiale superiore e la liquidazione in denaro corrispondente
(Alloisio-Beltrami 1981).
Nell'insieme, il modo con cui nel mondo resistenziale si guarda alle donne
registra un interessante intreccio fra volonta' ugualitaria, slanci
innovativi e cedimenti ai vecchi stereotipi. Non per caso: sono in gioco la
divisione sessuale dei compiti e la separazione degli spazi fra donne e
uomini; nodi principali del sistema di genere resi piu' dirompenti dalle
materie che investono: partecipazione politica, uso delle armi, rapporti
uomo/donna nella vita di formazione e in prospettiva nel futuro. Della
complessita' della situazione non tutti si rendono conto; su come
affrontarla si danno a volte indicazioni opposte. Emerge cosi' un quadro
movimentato, dove giocano in modo decisivo le differenze culturali,
politiche, geografiche, ideologiche, e le inclinazioni personali. Gioca,
soprattutto, la volonta' delle protagoniste di contrattare spazi di
autonomia e di autoaffermarsi di fronte ai compagni.
E' significativo che i Gruppi di difesa della donna insistano di continuo
per sostituire il termine staffetta con definizioni professionali
(informatrice, collegatrice, portaordini, infermiera) utili per superare
l'immagine indistinta della donna che aiuta, da' una mano, si presta; che
invitino caldamente le militanti a esigere la presenza femminile negli
organismi politici e in ogni struttura di base, a non aver paura di
sbagliare, a agire di propria iniziativa, a sapersi imporre (Archivio
centrale Udi 1995). E' significativo che molte partigiane rivendichino
uguali diritti e responsabilita', e che alcune accettino di curare i
compagni feriti, ma rifiutino fermamente di servirli (Bruzzone-Farina 1976).
*
III. Il senso comune storiografico
Sebbene qualsiasi generalizzazione implichi una forzatura, si puo' dire che
per decenni gran parte della storiografia ha aderito alle idee-base della
resistenza, presentandola come un evento quasi esclusivamente armato e
identificandone la politica nei partiti e negli organismi di massa. Quanto
agli stereotipi sulla femminilita', gli storici sembrano averli vissuti in
modo molto meno conflittuale e vitale che non i resistenti, tanto da aver
quasi ignorato l'esperienza delle partigiane e ancor piu' quella dei Gruppi
o delle "donne comuni".
Non che della presenza femminile si sia taciuto del tutto. E' anzi raro che
non venga nominata e magari insignita di aggettivazioni iperboliche; ma,
appunto, semplicemente nominata, non assunta a tema di ricerca. Nella
memorialistica se ne parla come di un aiuto provvidenziale ricordato a volte
con tenerezza e commozione; nei lavori di sintesi compare come lo scenario
della lotta armata, quasi una componente ambientale che aderisce, sabota o
si astiene in una partita giocata tra fascisti e partigiani.
Il vuoto di analisi traspare dai vuoti di linguaggio. Si parla di
"contributo", un termine che marca il divario fra l'atto fondativo e il suo
contorno o supporto, e lascia talmente nel vago il suo oggetto che la
medesima parola viene usata per indicare l'attivita' delle partigiane ma
anche l'insieme delle pratiche femminili ritenute utili alla resistenza. Si
parla di rapida politicizzazione (senza pero' minuziosamente verificarla)
oppure di umanitarismo istintivo (una categoria che andrebbe a sua volta
spiegata perche' la solidarieta' non scatta sempre ne' per chiunque). E,
ancora, di oblativita' femminile, vale a dire materna. Ma una maternita'
tradizionale, vincolata al privato e allo spazio domestico, e destinata a
tornarci finita l'emergenza.
Il risultato e' che un intero universo di comportamenti resta confuso nel
paesaggio della guerra civile, perche' non esistono ne' un orizzonte
simbolico capace di accoglierli, ne' un termine che li ricomprenda e li
caratterizzi. Tra alcune figure esemplari - la partigiana eroica, la madre
salvifica, all'estremo opposto la spia - e le donne come massa
indifferenziata, non c'e' posto per le protagoniste concrete, che non hanno
nome ne' identita' riconosciuta, tanto meno una fisionomia politica. Le
stesse divergenze fra partigiane, fra organizzazioni femminili e al loro
interno, vengono lasciate fra parentesi in una immagine di quieto unanimismo
(Rossi-Doria 1994), a conferma che per gli storici il rapporto
donne/politica restava a dir poco ininteressante. E' un elemento di
continuita' con il passato che in Italia viene acuito dalla prevalenza della
cultura cattolica, da una mentalita' debitrice della tradizione contadina e
dalla tendenza ancora diffusa nelle sinistre a subordinare la cosiddetta
questione femminile alla soluzione dei problemi sociali.
Un destino in linea di massima simile e' toccato alla mobilitazione
disarmata dei civili e alle iniziative autorganizzate, sulle quali,
all'opposto di quanto e' avvenuto per il partigianato e i gruppi politici,
c'e' stata pochissima ricerca e riflessione. Esaltato l'aspetto di prezioso
sussidio alla resistenza armata, ignorati gli elementi di autonomia e i
caratteri specifici, le lotte di questo tipo affiorano dalle ricerche in
ordine sparso, mentre a partire dagli anni settanta, sono spesso sussunte
nella categoria delle lotte operaie e popolari e in quella di mondo
contadino.
Questa "distrazione" si tramanda per decenni, dagli anni cinquanta, quando
il clima di processo alla resistenza mantiene in primissimo piano la lotta
armata e i suoi valori, agli anni sessanta/settanta che vedono la
concentrazione sul tema della resistenza tradita e sulla radicalita' di
classe. Piu' degli orientamenti politici e culturali di fase, pesa una forma
mentale che neppure concepisce di poter estendere il titolo di resistente a
chi non abbia portato le armi. Per gli Imi (i 65O.OOO militari internati in
Germania dopo l'8 settembre) che rifiutano in stragrande maggioranza di
arruolarsi nell'esercito di Salo', si parla di "resistenza passiva", un
termine gia' in uso all'epoca, che per la cultura occidentale ha un segno
negativo e che risulta davvero stonato. Come si fa a definire "passivo" un
no opposto ai nazisti dall'interno di un campo di prigionia?
Lo scarto e' ancora maggiore per la sistemazione storico/teorica. Sul nodo
guerra di liberazione/guerra civile c'e' stato e c'e' tuttora un dibattito a
volte aspro cresciuto intorno a un'opera spartiacque (Pavone 1991); il tema
lotta armata/lotta non armata e il modello di cittadinanza uscito dalla
resistenza sono rimasti - e per molti aspetti ancora rimangono - ai margini
della storiografia accademica come della divulgazione.
Nell'insieme, l'esiguita' di ricerca e celebrazione ha contribuito a dare
l'idea che l'opposizione civile sia stata pressoche' inesistente, e quella
delle donne limitata a una "materna" azione di aiuto ai partigiani.
Tuttavia per le donne nella seconda meta' degli anni settanta c'e' una
svolta. E' allora che, in un felice interscambio con il femminismo e il
nuovo interesse per gli "invisibili" della storia, alcune studiose e
protagoniste denunciano, sia pure con diversa radicalita', i limiti della
resistenza e dei suoi interpreti nei confronti delle donne, rivendicando il
diritto di partigiane e deportate politiche al pieno accesso alla sfera del
pubblicamente memorabile (Bruzzone-Farina 1976, Guidetti Serra 1977, Pieroni
Bortolotti 1978, Beccaria Rolfi-Bruzzone 1978, Alloisio-Beltrami 1981).
Negli stessi anni Lidia Menapace, partigiana e militante della nonviolenza,
allarga il discorso alle donne che non hanno avuto alcun riconoscimento, e
che non hanno neppure pensato a chiederlo: "Se si prende come metro di
misura delle donne nella resistenza questa presenza (...), come si puo'
valutare se dopo la liberazione la sua eco e il suo risultato siano stati
adeguati?" (Rossanda 1979).
Grazie a questi studi, si apre la strada per nuove ricerche all'interno
della storia delle donne intesa come disciplina autonoma e politicamente
motivata. Una strada che in questi ultimi anni, e non solo in Italia, ha
guardato sia alle partigiane sia alle donne cosiddette comuni, sia alle
azioni collettive sia a quelle individuali e di piccolo gruppo, nel
tentativo di comprenderne i significati rispetto al quadro complessivo e di
ridefinire contenuti e confini del termine resistenza.
Perche' il tema dell'opposizione nella societa' guadagni spazio bisogna
invece aspettare la fine del decennio successivo, quando l'irruzione della
storia sociale mette fine al lunghissimo predominio dei temi
politico-istituzionali, e pone le premesse per una nuova sensibilita'.
Un sommario sguardo all'oggi mostra una situazione fluida. Gli storici piu'
avvertiti concordano sull'importanza anche teorico/politica di questi temi:
che senso ha, per esempio, continuare a discutere sulla dimensione numerica
della resistenza riferendosi ai criteri di oltre cinquant'anni fa? Ma c'e'
anche una diffusa tendenza a ritenere la resistenza civile "affare delle
donne" - le protagoniste di allora, le ricercatrici del presente -
eludendone il carattere di critica generale al senso comune storiografico.
*
IV. Il concetto di resistenza civile
Usato in precedenza episodicamente e senza un forte statuto storiografico,
questo concetto e' stato messo a punto alla fine degli anni ottanta dal
francese Jacques Semelin, storico di formazione psicosociologica e militante
della nonviolenza. Per Semelin (1993), la resistenza civile si identifica
nelle iniziative conflittuali disarmate delle istituzioni politiche,
professionali, religiose, o delle popolazioni, o di entrambe; e rappresenta
la risposta specifica della societa' civile contro il dominio che il nazismo
pretende di esercitare sulla sua vita e sulle sue strutture. Una
collocazione di primo piano ha naturalmente il sostegno alla lotta armata,
ma il fatto nuovo e' che vengono assegnati un nome e una rilevanza inedita
alle pratiche dell'autodifesa sociale, di cui l'autore offre una ricca
casistica relativa al centro e nord Europa. Si va dai grandi scioperi
minerari francesi e belgi del maggio-giugno 1941 contro il crollo dei
livelli di vita, al rifiuto di aderire a qualsiasi associazione nazificata
da parte di insegnanti, medici, funzionari e altri gruppi, compresi gli
sportivi, che in Norvegia con il blocco di ogni attivita' agonistica
contribuiscono ad aprire gli occhi a molti giovani; dalle denunce pubbliche
di alcune Chiese nazionali alle lotte della primavera-estate '43 in Francia
e Paesi Bassi contro la deportazione in Germania di centinaia di migliaia di
lavoratori/trici, alla meravigliosa mobilitazione del popolo danese, che
nell'ottobre '43 riesce a portare in salvo in Svezia la grandissima
maggioranza dei "suoi" ebrei.
Consapevole di muoversi su un terreno delicato, Semelin fissa chiramente
alcuni punti: la resistenza civile non e' in competizione con la lotta
armata, non ricomprende qualsiasi atteggiamento conflittuale ma solo quelli
dotati di un'intenzione o di una funzione antinazista, non equivale
automaticamente a lotta nonviolenta, e quest'ultima non e' un dogma da
seguire in qualsiasi contesto. Ma e' altrettanto fermo nel rivendicare la
matrice comune a queste lotte e la loro autonomia, e nel confutare le
interpretazione che le riducono ad appendici del movimento partigiano;
proprio per questo, le analizza nei primi anni dell'occupazione, quando
l'aspetto armato era ancora assente o in nuce, e insiste sulla necessita' di
valutarne le differenze alla luce delle specificita' nazionali e di fase,
come il tipo di collaborazione praticato dai governi, le tradizioni locali,
le modalita' della politica nazista, la coesione sociale preesistente, vale
a dire il grado di riconoscimento nelle istituzioni e i sentimenti di
appartenenza alla collettivita'. Due obiettivi gli stanno soprattutto a
cuore: "demilitarizzare" la resistenza, mostrando che si puo' lottare
efficacemente in molti altri modi e su moltissimi terreni; indicare nella
societa' il luogo di un antagonismo non interamente ricomprensibile e
rappresentabile dalla lotta armata, facendo dei cittadini e dei gruppi
sociali non i comprimari ma i protagonisti, portatori di obiettivi propri
anziche' cassa di risonanza dello scontro partigiani/nazisti.
Si offre in questo modo un solido terreno di unita' a grandi lotte,
comportamenti sparsi e a volte dati per scontati, episodi altamente
creativi - e' cosi' ad esempio per i momenti di resistenza vissuti nella
situazione estrema del Lager con la creazione di strutture politiche
clandestine e piu' spesso attraverso lo sforzo di contrastare l'esperimento
di controllo totale dei comportamenti perseguito dall'ideologia
concentrazionaria. Per quanto riguarda l'Italia, trovano identita' e
visibilita' innanzitutto i nostri deportati/e, gli Imi, ma anche molti
soggetti imprevisti: come quegli impiegati/e pubblici che all'indomani
dell'8 settembre riempiono centinaia di fogli di via con i nomi degli
sbandati, per farli viaggiare verso casa come se fossero in regolare licenza
(Ferrandi 1994); o quei dipendenti comunali romani che, ben prima di essere
coordinati dal Cln, organizzano un ingegnoso sistema per procurare ai
ricercati una "regolare" falsa identita', scegliendo per il domicilio
edifici bombardati e evacuati, per il luogo di provenienza irraggiungibili
comuni a sud del fronte, per gli stati di famiglia numeri d'ordine di serie
anteguerra; e, ancora, quei loro colleghi/e che insieme agli sterratori del
Verano disseppelliscono le bare dei fucilati cui i nazisti vietano di
apporre segni di riconoscimento, le aprono, prendono nota delle ferite, dei
tratti fisici, dei vestiti, e le contrassegnano perche' possano essere
identificate in futuro (Lunadei 1996).
Per descrivere la parte avuta dalle donne in questa guerra, il concetto di
resistenza civile e' uno sfondo propizio. Lo e' per la loro amplissima
partecipazione; per gli strumenti, che sono quelli comunemente associati al
femminile, resi piu' visibili dall'assenza delle armi; per i contenuti, che
mostrano come fra tedeschi/fascisti e strati di popolazione esista un
contenzioso su temi cruciali dell'esistenza collettiva e pertinenti ai ruoli
e all'esperienza delle donne, per esempio il diritto a condizioni vitali
minime, l'atteggiamento dei militari verso i civili, la tutela dei piu'
deboli, il rispetto dovuto ai morti, i limiti che il conflitto non deve
oltrepassare. Lo e' anche per le motivazioni, dove non si stabiliscono
gerarchie fra quelle politiche e quelle di altra natura, che del resto non
affiorerebbero senza un precedente disconoscimento della legalita' fascista
e senza l'individuazione almeno embrionale di una legittimita' altra. Lo e'
soprattutto se si tiene conto di come le caratteristiche dell'Italia del
'43-'45 modellino il conflitto e l'azione sociale.
L'8 settembre il paese esce da vent'anni di un regime che ha frantumato
l'opposizione, infiltrato le strutture sociali e avviato la
"nazionalizzazione" delle masse; i sentimenti civici, gia' storicamente
deboli, sono sbriciolati, le risorse miserrime; le vecchie istituzioni
statali hanno perduto ogni credibilita', mentre i partiti e le nuove
organizzazioni di massa mancano di radicamento, quadri, mezzi, conoscenze,
una condizione che di per se' circoscrive il loro ruolo nella mobilitazione
popolare (ma anche la loro capacita' di direzione sulle prime bande).
Si capisce cosi' perche' la resistenza civile italiana appaia
particolarmente discontinua, meno strutturata, meno "politica" di quanto non
sia in Francia, Danimarca, Olanda. Perche', in altre parole, siano tanto
importanti quelle iniziative informali e di piccolo raggio che spesso sono
state ricomprese nella categoria seducente quanto vaga di spontaneita',
quei gia' ricordati comportamenti fondati su parentele, quartiere,
caseggiato, parrocchia, comunita', precisamente gli ambiti in cui le donne
sono storicamente piu' presenti e autorevoli: donne che hanno saputo far
continuare la vita nei tre anni di guerra ricavandone esperienza e consenso
sociale, molto spesso madri dotate di un solido potere nella famiglia e di
un'influenza particolarmente forte sulla condotta dei figli.
Non si tratta di esaltare l'"impoliticita'", ma di ribadire come proprio
questa accentuata compresenza di iniziative solitarie, di gruppo, di massa,
questo affiancarsi di reti politiche e di forme di concertazione diverse
rappresenti una delle ricchezze della nostra resistenza civile. E' anche
cio' che rende complicato definirla, perche' e' complicato valutare
l'incidenza di ciascuna modalita', soprattutto dell'accordo informale, che
puo' a volte coincidere con il legame politico, a volte essere utilizzato
per mascherarlo; che, soprattutto, ha lasciato ben poche tracce nella
documentazione. L'importante e' assumere questi e altri problemi come
oggetti storiografici di spicco, parte eminente di un movimento che non e'
ne' il braccio disarmato della lotta partigiano ne' un sottoprodotto dei
partiti, e neppure un limbo inorganizzato, impolitico, istintuale.
Se si pensa alla difficolta' degli storici a superare un'interpretazione
"maternalista", e alla difficolta' delle stesse donne a pensarsi fuori dai
ruoli familiari e di cura, si tratta di un passo decisivo. Si potrebbe anzi
dire che la resistenza civile si addice alle donne, e viceversa, tanto che
rischiano di essere lasciate in ombra la sua componente maschile e persino
l'esperienza delle partigiane combattenti.
*
V. Resistenza civile e resistenza delle donne
Dopo essere state le prime a misurarsi con il concetto, (alcune) storiche
hanno pero' messo in guardia da una identificazione troppo stretta fra
resistenza civile e resistenza delle donne. Sgombrare il campo dalla
gerarchia armati/inermi e' solo un primo passo. Se anche nella resistenza
civile le donne, numerosissime nelle realta' di base, raramente prendono
parte ai processi di consultazione e decisione, e ancora piu' raramente sono
cooptate nelle leadership, non e' solo perche' un'organizzazione clandestina
o semiclandestina non puo' rispettare criteri di avvicendamento della
dirigenza, ne' regolari meccanismi di confronto e controllo. Conta anche il
pregiudizio sulle capacita' politiche femminili, che non viene smontato di
per se' dalla scelta non armata o addirittura nonviolenta.
Ma persino ai livelli piu' informali agiscono strutture in cui le donne
possono scomparire. Innanzitutto la famiglia, che nell'Europa occupata e' il
bersaglio delle deportazioni, dello sfruttamento diffuso, del terrore, e
nello stesso tempo un luogo primario di iniziativa e reclutamento; lo e'
tanto piu' facilmente in Italia, data la particolare forza e estensione dei
legami familiari.
Puo' allora succedere che una donna, spinta e legittimata a esporsi in nome
e per tramite della famiglia, venga assorbita dalla sua immagine di unita'
organica, di soggetto unitario che "compare" come protagonista in sua vece,
mentre la figura di moglie e madre torna a sovrastrare quella della
resistente, e la sua iniziativa a essere classificata come contributo.
Non solo: se ci si attenesse alla formulazione originaria del concetto di
resistenza civile, lo stesso numero delle donne considerate attive
scemerebbe radicalmente. Semelin riservava infatti quel termine alle
iniziative tendenzialmente di massa e organizzate, preferendo nel caso di
piccoli gruppi sparpagliati la categoria piu' debole di disubbidienza o
dissenso. Lo stesso vale per quella modalita' largamente femminile
rappresentata dall'azione solitaria, su cui pesa per di piu' il debole
riconoscimento assegnato per decenni alla lotta individuale, vista come
surrogato poco pregevole di quella collettiva.
E' un paradosso della resistenza civile antinazista usare pratiche associate
al femminile, e uno stile politico e modelli organizzativi tipicamente
maschili.
Anche in questo universo bisogna allora mettersi in cerca dei luoghi e modi
delle donne per farli emrgere laddove non trovino visibilita' e per
distinguerli dallo sfondo che potrebbe offuscarne le caratteristiche. Tra
queste, una delle piu' evidenti e' la capacita' di "usare" una
contraddizione tipica del tempo di guerra, in cui sfumano i confini gia'
mutevoli tra sfera privata e sfera pubblica e nello stesso tempo si rafforza
il legame simbolico che identifica la femminilita' con la prima, la
mascolinita' con la seconda. Molte azioni nascono proprio nella zona a
statuto incerto fra pubblico e privato e si realizzano grazie a rapporti a
loro volta di confine. Donne - una minoranza di donne - scrivono e
ciclostilano in case che sono nello stesso tempo abitazioni e centri di
resistenza. Stringono relazioni a partire dalla vita quotidiana
trasformandole in circuiti magari provvisori di inziativa antinazista.
Coinvolgono parenti e vicine. Frequentano i mercati facendo insieme spesa e
propaganda politica. E sistematicamente fanno del riferimento al privato e
al familiare il massimo strumento di diversione e manipolazione del nemico:
contrabbandano le riunioni per incontri amicali, trasformano una militante
politica in una parente sfollata, un ricercato in figlio, marito, amante -
come la brava moglie torinese che per proteggere un antifascista sorpreso a
casa sua dichiara di avere una relazione amorosa con lui, e affronta il
processo e la perdita della rispettabilita' (Bravo-Bruzzone 1995). Fanno di
un libro il contenitore per una rivoltella, del proprio corpo il
nascondiglio di documenti, di un fiore un simbolo o un segnale. Assumono la
maschera della ragazzina ingenua o della giovane bella e svagata.
Il fatto e' che molte hanno intuito uno dei punti deboli del nemico, il
bisogno di sottrarsi momentaneamente al clima di muro contro muro per godere
di un simulacro di rapporti svincolati dalla guerra: fame di privato, si
potrebbe chiamare. E di questa intuizione fanno un uso sapiente, spostando
nell'universo delle armi le armi della sfera privata e personale: seduzione,
capacita' di recitare piu' ruoli, appello agli affetti, fragilita' esibita,
impudenza calcolata, spesso la tattica del piccolo dono - un pezzo di pane
bianco, una sigaretta - offerto al nemico in segno di pace. C'e'
precisamente questo raffinato gioco delle apparenze alla base degli episodi
infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro
sporte piene di volantini o munizioni - piene di politica e di guerra -
esibendo i simboli della routine domestica o della femminilita' inoffensiva.
A venire in primo piano e' soprattutto il registro materno. Puo' essere il
maternage individuale o di massa che tutela le vite in pericolo. Puo' essere
il lavoro di cura indirizzato ai resistenti dall'interno e dall'esterno
delle formazioni partigiane, o l'assistenza alle popolazioni promossa da
gruppi femminili. Puo' essere l'uso tattico dei simboli della maternita', o
il richiamo al suo carattere universale, in nome del quale si
autolegittimano l'intervento presso tedeschi e fascisti per ottenere un
rilascio o la rinuncia a una rappresaglia, ma anche la sfida, la
riprovazione, lo scoppio di collera vendicativa in cui riaffiora il
tradizionale diritto delle madri a insorgere in difesa della comunita'
(Bravo 1991).
E' altrettanto importante guardare a organizzazioni come i Gruppi di difesa,
sia per il loro programma di affermazione di diritti e opportunita', sia
perche' una struttura politica interessata a rivendicare la titolarita'
delle iniziative femminili rappresentava gia' un argine all'assorbimento
delle donne nella famiglia e un tramite per valorizzare le iniziative
sparse: nelle Direttive dei Gruppi del novembre 1944 che invitano alla
mobilitazione per impedire la partenza dei treni destinati alla Germania,
"liberare i soldati nelle caserme" e "nelle carceri i detenuti condannati
alla deportazione", ci si richiama esplicitamente all'8 settembre come
modello da seguire e come patrimonio femminile.
Nonostante la maggior attenzione di questi ultimi anni, lo stato della
ricerca non permette una valutazione definitiva. Segnala piuttosto che e'
urgente mettere insieme una casistica piu' ampia, senza rinunciare allo
spartiacque dell'intenzione e della funzione antinazista ma valutando in
quale modo fossero vissute dalle donne di allora; che' e' importante rendere
visibili le rotture e le continuita', le tradizioni di saperi femminili
attivate nel faccia a faccia con la guerra, senza cedere alla mitizzazione
del materno, ma senza dimenticare che si tratta di un fatto e di un simbolo
troppo ricchi e complessi per prestarsi a un'interpretazione univoca.
Quanto al concetto di resistenza civile, pur avendo una storia in larga
parte autonoma dal discorso di genere, ha gia' dato molto, innanzitutto
spostando alcune storie importanti dalla memoria privata a quella publica:
la vicenda di M. S. e' rimasta per tutti questi decenni affidata al ricordo
della figlia; la diciottenne procacciatrice di lasciapassare non riteneva
neppure di aver fatto la resistenza. Quel concetto resta percio' uno dei
riferimenti piu' importanti, anche per la duttilita' con cui si e' aperto al
confronto con gli studi delle donne, in particolare a proposito dell'azione
individuale. Forse, e' proprio da questo interscambio che possono venire gli
insegnamenti piu' limpidi per la coscienza contemporanea. E' infatti
attraverso la figura femminile, tradizionale simbolo della condizione inerme
e della vocazione alla pace, che trovano il massimo di verosimiglianza
l'idea che anche per gli indifesi e' possibile opporsi, e la prospettiva di
una lotta accessibile a molti piu' soggetti, dalla madre di famiglia al
prete al nonviolento, ma anche a chi ha un'eta' anziana, o e' infermo,
magari fisicamente inetto. "Fai come me" e' un invito che il resistente
civile puo' estendere enormemente al di la' di quanto possa fare il
partigiano in armi; e che appunto per questo testimonia come anche
l'aspettare, non vedere, non "immischiarsi", sia stata una questione di
scelte.
*
Nota bibliografica
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