Francesca Cupidi Intervista Anna Bravo

 
- Francesca Cupidi: Quale significato attribuisce al lavoro storiografico, e quali riflessioni ha ricavato dalla sua esperienza di storica?
Potrebbe parlarci del suo impegno per il recupero della memoria, e dirci quali le sembrano le principali questioni connesse a questo tema?
Lei e' una illustre studiosa della Resistenza e della Shoah. Quali riflessioni per l'oggi da quelle esperienze?
Lei e' una grande studiosa di storia delle donne, argomento su cui ha scritto opere fondamentali. Quali riflessioni le sembrano fondamentali su questo tema?
E' evidente il suo forte impegno contro il totalitarismo, contro la guerra e in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani; quali riflessioni le sembrano piu' rilevanti su questi argomenti?
Potrebbe parlarci della sua collaborazione con la Fondazione Alexander Langer?
Coerentemente con cio' di cui abbiamo gia' parlato, in lei sono molto vivi la riflessione e l'impegno contro la violenza; una riflessione e un impegno che emergono luminosi e cruciali dai suoi scritti: da dove scaturisce questa profonda sensibilita' e in quali termini ne definirebbe le caratteristiche essenziali e le concrete estrinsecazioni?
Quale e' il suo rapporto con la scelta della nonviolenza, come le si e' avvicinata, come la interpreta e la pratica?
Ci sta molto a cuore la riflessione e la prassi del femminismo, dei movimenti delle donne; quali le sembra che ne siano gli elementi fondamentali e le esperienze storiche piu' rilevanti?
E molto a cuore ci sta anche l'impegno in difesa della biosfera e la teoria e pratica dell'ecologia; come li caratterizzerebbe, ed ancora una volta quali le sembrano le esperienze storiche piu' rilevanti?
Lei e' autrice di molti libri che hanno formato tanti giovani all'impegno morale e civile; come e perche' e per chi si scrive un libro?
Ricordiamo alcune sue opere fondamentali: con Daniele Jalla, La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; ancora con Daniele Jalla, Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia,  Angeli, Milano 1994; con Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000. Potrebbe descrivercene brevemente il contenuto e il messaggio (e dico il messaggio poiche' le sue opere a me, come ad ogni lettrice o lettore, sembra rechino un autentico e forte messaggio morale e civile di impegno per la verita', la giustizia, la liberta', la solidarieta')?
Sulla storia delle donne lei ha scritto anche altri libri: ad esempio con Lucetta Scaraffia, Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia, Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001. Potrebbe descriverci questi libri?
E con Anna Foa e Lucetta Scaraffia ha scrito anche un vero e proprio manuale: I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; potrebbe parlarcene? e magari aggiungere anche qualche riflessione sulla manualistica scolastica e universitaria,e  piu' in generale sull'attivita' didattica e sulla situazione della scuola oggi in Italia...
Un libro sul fotoromanzo (Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003), un libro bello ed acuto, di grande ricchezza e profondita'; come lo descriverebbe a un lettore che non lo conoscesse? E poiche' tutte le sue opere sono sempre frutto anche di un preciso impegno non solo intellettuale, ma anche morale e civile, perche' lo ha scritto? E come ha condotto le ricerche necessarie alla sua elaborazione?
Il suo libro sul '68 (A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008) e' uno dei piu' belli sull'argomento. Come lo sintetizzerebbe? E quali motivazioni l'hanno spinta a scriverlo, e quale risposta ha avuto dai lettori?
A cosa sta lavorando attualmente?
Abbiamo parlato di alcuni dei libri che ha scritto; parliamo dei libri che ha letto: se dovesse elencare i dieci o venti libri che nel corso della vita piu' l'hanno appassionata e dovesse brevemente descriverli uno per uno, quali ricorderebbe e cosa ne direbbe?
Un'intervista e' anche un'occasione per ricordare persone amiche che non sono piu', ma che restano vive nella memoria: lei ha scritto commoventi ritratti di persone scomparse. Vorrebbe ricordarne qualcuna tra quelle che a suo avviso hanno dato una forte testimonianza della dignita' umana?
Anna Bravo docente universitaria, storica, persona di limpido impegno civile, persona buona e saggia da cui molte e molti di noi molto hanno imparato; ma Anna Bravo come descriverebbe Anna Bravo se le venisse chiesto di presentare se stessa, le sue opinioni, la sua attivita' a una persona giovane che non la conoscesse affatto?
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- Anna Bravo: Cara Francesca,
ti ringrazio per le tue parole gentili e generose, anche se non credo di meritarle, mi sembra sempre di fare troppo poco.
Come Maria Di Rienzo, ti rispondo sparsamente, perche' le domande che poni richiederebbero un libro ciascuna, anzi piu' libri - che per fortuna sono gia' stati scritti e letti.
Mi chiedi di presentarmi. Riprendo la risposta a una domanda di altri amici de "La nonviolenza e' in cammino": "Mi piace, anche se mi crea ansia, il mio lavoro: fare ricerca e scrivere. Ho partecipato ai movimenti degli anni '60 e '70, e non me ne pento, anzi. Ma ho anche qualche rimorso, non per mie azioni, ma per alcune omissioni o prese di parola tardive. Non ho alcuna fede religiosa. Ho lasciato l'universita' anticipatamente, per stanchezza e per la poverta' dei rapporti umani con i colleghi". Oggi aggiungo: sono a volte una persona molto triste, come di questi tempi, stanca di tutto o quasi, con una sensazione di impotenza. Per mia fortuna, sono facile a cambiare umore anche grazie a piccole cose.
Sui miei libri: dubito che a qualcuno interessi un riassunto fatto dall'autrice, anzi, neppure capisco lo spirito della richiesta. Io li ho scritti, a riassumerli pensi chi li ha letti, se crede - io sarei felice di sapere cosa ne pensa.
In ogni caso, sono un po' preoccupata dal gran numero di richieste di interviste scritte che ricevo. L'intervista e' viva e ha senso quando c'e' la possibilita' di un dialogo in cui tutte e due le persone apprendono punti di vista e cose nuove, si confrontano, e magari cambiano. Quella scritta e' invece uno strumento meccanico, in cui l'intervistatore/trice raccoglie idee e notizie che magari ha gia' letto, e l'intervistata/o ha l'impressione di parlare nel vuoto, senza il piacere e la ricchezza che possono nascere da un incontro. Io ho condotto molte interviste faccia a faccia, quindi parlo anche per esperienza.
Cos'e' il femminismo? E' una consapevolezza, uno sguardo sul mondo, un insieme di lotte. Non e' un "figlio del sessantotto" (o non solo), e' un soggetto storico di lunga durata che nasce nell'ultimo Settecento, e dovrebbe modificare tutte le espressioni vitali - e anche se stesso. E' simile in questo all'ecologia e alla nonviolenza, che tutte e due implicano una "rivoluzione" del pensiero e dei modi di vivere, e devono adattarsi ai cambiamenti e riformularsi di continuo, prendendo coscienza dei propri punti ciechi, delle proprie potenzialita' inespresse e degli sviluppi imprevisti.
Una delle voci piu' originali del femminismo afroamericano, bell hooks, ha indicato con durezza un limite degli anni Settanta: le bianche - scrive alla fine del decennio - si limitano a un riconoscimento rituale delle differenze fra donne; l'insistenza sulla condizione di vittima e' una trappola che offusca il modo in cui classismo, sessismo, razzismo, omofobia si perpetuano. E le bianche - aggiunge ironicamente - che tengono tanto a presentarsi e vedersi come vittime, sono piu' potenti e privilegiate della grande maggioranza delle donne nella societa' attuale. Critica capita e accettata, e cosi' quelle che venivano dalle donne del Terzo mondo.
Solo piu' tardi, invece, si ammette che nel femminismo scorreva anche una vena di antiebraismo, sia pure sotterranea, minoritaria, forse inconsapevole, che si manifestava nella presenza di stereotipi sugli ebrei e sulla loro storia.
Oggi e' di primaria importanza un confronto con le donne e le femministe africane e orientali e con quelle di cultura islamica, confronto non facile, ma che puo' aiutare noi e loro.
Sulla nonviolenza: non saprei dirti da dove viene la sensibilita', quel che ho capito e' che non si puo' mai dare per acquisita la propria nonviolenza, che bisogna avere "il cuore vigile", come ha scritto Bettelheim. Ammiro le persone miti, ma io purtroppo non lo sono sempre, la realta' mi provoca a volte grandi collere, dunque ho bisogno della nonviolenza come orientatore dei comportamenti e, anche, come "talismano" personale.
Negli ultimi anni sono ipersensibile al tema del linguaggio: a volte usiamo parole insultanti, aggressive, sarcastiche (cioe' "taglienti"), e mi spiace, perche' un nostro obiettivo dovrebbe essere "smilitarizzare il liguaggio", liberandolo dale incrostazioni violente o potenzialmente violente.
Riprendendo un passaggio dell'intervista data ad altri amici, dobbiamo guardarci anche da parole entrate nel linguaggio comune e cariche di violenza mascherata: nell'Italia di questi anni, per esempio, anziche' comunicare la notizia che qualcuno ha vinto o perso, si dice spesso che quel qualcuno e' un perdente (o un vincente). E' uno slittamento significativo. Dicendo cha qualcuno ha vinto o perso si evoca un episodio, la scheggia di un percorso di vita che puo' comprendere episodi diversi e anche opposti. Dicendo che qualcuno e' un perdente (o un vincente), lo si identifica con un tipo umano immodificabile, anzi, una specie umana; e si riduce il mondo alla dicotomia bellicista forti/deboli, sagaci/sprovveduti, capibranco/gregari.
Perdente e vincente mi sembrano parole violentissime, direi quasi razziste, che pretendono di decidere l'identita' di un soggetto, e, per di piu', secondo criteri esecrabili. Del resto, come ha scritto Enrico Peyretti, gia' quello di vittoria e' un termine discutibile. Il linguaggio della nonviolenza e' a mio avviso quello che giudica i comportamenti e non le persone, e, se si trova a dover giudicare le persone, si rende conto che il giudizio e' provvisorio e reversibile.
Sull'ecologia: a mio parere oggi e' difficilissimo capire come stanno le cose, basta pensare ai dati manipolati o addirittura inventati da alcuni studiosi/attivisti per accreditare l'una o l'altra tesi e soddisfare cosi' vanita' e interessi personali - un fatto che toglie fiducia e rischia di sminuire il lavoro serio e onesto di tanti altri. Sarei curiosa di sapere che effetto ha fatto a te. La questione principale e indiscutibile e' la necessita' di riconvertire l'economia e di combattere la mortifera idea della "crescita infinita", che mi sembra troppo poco presente sui media, mentre invece crescono le provvidenziali esperienze di riciclo e contenimento (non moralistico) dei consumi.
Dei libri che consiglierei, non faro' una descrizione sintetica: prendere in mano un volume o una rivista, sfogliarli per capire i temi e il metodo, e' una esperienza bella e vivificante. Per me e' stato importante leggere King, Gandhi, Capitini, Simone Weil e altri grandi maestri.  Poi: Jacques Semelin, Senz'armi di fronte a Hitler. La Resistenza civile in Europa (1939-1943), Sonda, Torino 1993. Mauro Cereghini, Il funerale della violenza. La teoria del conflitto nonviolento ed il caso del Kossovo, Isig, Gorizia.  Alberto L'Abate, Prevenire la guerra nel Kossovo, Quaderni della Difesa Popolare Nonviolenta, La Meridiana, Molfetta 1997. Ibrahim Rugova, La question du Kosovo. Entretien avec Marie-Francoise Allain et Xavier Galmiche, Fayard, Paris 1994. Valentino Salvoldi, Lush Gjergji, Un popolo che perdona, Emi, Bologna 1997 (questa abbondanza di testi sul Kosovo nasce da un interesse personale, ma credo sia importante conoscere una delle pochissime lotte nonviolente del post-'89). Alex Langer, Pacifismo concreto, Edizioni dell'asino, Roma 2010. "Un dialogo fra generazioni diverse", di Giovanna Providenti e Lidia Menapace, in Giovanna Providenti (a cura di), La nonviolenza delle donne, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2007. Angela Dogliotti, "Uno sguardo pedagogico alla cultura della nonviolenza. Donne ed educazione alla pace", in "Notizie minime della nonviolenza" n. 110, 4 giugno 2007. "La nonviolenza e' in cammino", "Azione nonviolenta", "Il foglio", "Lo straniero", "Testimonianze".
Sul Fotoromanzo: l'ho scritto perche' me lo hanno proposto, ma me lo hanno proposto perche' l'editore sapeva che ho interesse per la cultura di massa. Penso che non vada demonizzata e disprezzata, che si debba farla al meglio, con cura, con rispetto per chi la legge o guarda o ascolta. Il che da noi non sempre succede.
Le persone di cui ho scritto un ricordo, Nuto Revelli, Lidia Rolfi, Giuliana Tedeschi, Primo Levi, Bruno Vasari, erano e sono maestre di responsabilita', coraggio morale, liberta' di pensiero. A tutti ho voluto e voglio molto bene, e devo molta gratitudine. Anche la mia amica e sorella elettiva Anna Segre lo era e lo e', con in piu' la ricchezza di una lunga condivisione di esperienze e idee che me ne fara' sentire la mancanza sempre, perche' la morte di chi si ama non e' qualcosa che si "supera", resta una parte della nostra vita.

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