La civiltà dell'India
di M. K. Gandhi

Hind Swaraj, in La forza della verità, M. K. Gandhi, Sonda, Torino 1991, pp. 226-227.
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Credo che la civiltà che l'India ha sviluppato non abbia eguali nel mondo. Niente può paragonarsi ai semi gettati dai nostri antenati. Roma si esaurì, la Grecia ebbe lo stesso destino; il potere dei faraoni fu distrutto; il Giappone si è occidentalizzato; della Cina non si può dire nulla; ma l'India è ancora, in un modo o nell'altro, solida alle fondamenta. I popoli europei imparano dagli scritti dei greci e dei romani, che non esistono più nella loro gloria antica. Cercando di apprendere da loro, gli europei credono di evitare gli errori della Grecia e di Roma. Tale è la loro pietosa condizione. In mezzo a tutto ciò l'India resta solida e questa è la sua gloria. L'India è accusata di essere talmente incivile, ignorante e flemmatica da non poterla indurre a nessun cambiamento. In effetti un'accusa ad un nostro merito. Ciò che abbiamo provato e trovato vero sull'incudine dell'esperienza, non osiamo cambiarlo. Molti incombono i loro consigli all'India, ed essa resta immobile. Questa è la sua bellezza: è l'angora di salvezza della nostra speranza.
La civiltà è quella forma di condotta che indica all'uomo il cammino del dovere. L'adempimento del dovere e l'osservanza della moralità sono termini intercambiabili. Osservare la moralità significa ottenere la padronanza della nostra mente e delle nostre passioni. Così facendo conosciamo noi stessi. L'equivalente di civiltà, in gujarati, significa "buona condotta".
Se questa definizione è corretta, allora l'India, come hanno dimostrato molti scrittori, non ha niente da imparare da nessuno, ed è così che dovrebbe essere. Noi ci accorgiamo che la mente è un uccello irrequieto; più ottiene, più vuole, e rimane comunque insoddisfatta. Più siamo indulgenti con le nostre passioni, più esse diventano sfrenate. I nostri antenati perciò misero un limite alle nostre indulgenze. Essi videro che la felicità era, in larga misura, uno stato mentale. Un uomo non è necessariamente felice se ricco, o infelice se è povero. Si vedono spesso ricchi infelici e poveri felici. Milioni di persone rimarranno povere per sempre. Osservando tutto ciò, i nostri antenati ci hanno dissuasi da lussurie e piaceri. Abbiamo usato lo stesso tipo di aratro che esisteva migliaia di anni fa. Abbiamo mantenuto lo stesso tipo di abitazione che avevamo tempi addietro e la nostra educazione indigena rimane la stessa di prima. Non abbiamo avuto alcun sistema competitivo che corrode la vita. Ognuno seguiva la propria occupazione o commercio e ne traeva un compenso adeguato.
Non si trattava di sapere come inventare dei macchinari, ma i nostri padri sapevano che, se avessimo dedicato i nostri cuori a tali cose, ne saremmo diventati schiavi e avremmo perso la nostra fibra morale. Essi quindi, dopo dovuta riflessione, decisero che avremmo dovuto fare solo ciò che ci era possibile usando mani e piedi. Si resero conto, inoltre, che le grandi città erano una trappola, un inutile ingombro e che la gente non sarebbe vissuta felice, che ci sarebbero state bande di ladri e rapinatori, la prostituzione ed il vizio vi avrebbero prosperato e la povera gente sarebbe stata derubata dai ricchi. essi erano perciò soddisfatti dei piccoli villaggi. Videro che i re e le loro spade erano inferiori alla spada dell'etica e perciò sostennero che i sovrani della terra erano inferiori ai rishi e ai fakir.Una nazione con una siffatta costituzione era più adatta ad insegnare ad altri che ad imparare da altri. Questa nazione aveva tribunali, avvocati e medici, ma erano tutti entro i limiti. Tutti sapevano che queste professioni non erano niente di particolare; inoltre questi vakil e vaid non rubavano alla gente; dipendevano dalla gente, non erano i suoi padroni. La giustizia era abbastanza equa. La regola consueta era di evitare i tribunali. Non c'erano tuttofare che adescavano la gente. Anche il male esisteva solo nelle capitali e attorno ad esse. La gente comune viveva in modo indipendente e seguiva la propria occupazione agricola. Godeva di un vero autogoverno.


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