La Proposta di Gandhi Come Sintesi di Oriente e Occidente per Uscire dalla Violenza
di Enrico Peyretti
Tratto da la Nonviolenza e’ in Cammino

[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey@libero.it) per questo intervento. Enrico Peyretti e' uno dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e una recente edizione aggiornata e' nei nn. 791-792 di questo notiziario; vari suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org. Una piu' ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15 novembre 2003 di questo notiziario]


Sono convinto che Gandhi e' una grande sintesi viva tra oriente e occidente, nel meglio che l'umanita' ha prodotto su queste due vie di pensiero e civilta'. Gia' la sua biografia e' indicativa di cio'. L'umanita', insieme alle violenze che ha compiuto e compie, non cessa di chiedersi: come uscirne? Uscirne di lato, evitandola? Schiacciarla? Uscirne verso l'alto, o verso l'intimo? Sopportarla, attendendo? Uno degli appelli classici alla nonviolenza sono quelle risposte paradossali alla violenza (offrire l'altra guancia, dare anche la tunica, fare un miglio in piu') che Gesu' propone entro il Discorso della montagna (Matteo 5, 38-42; Luca 6, 29-30). Come interpretarli? Ecco due diverse letture. Walter Wink, biblista statunitense, li spiega, in base al contesto sociale e politico del tempo, come schiette azioni di forte resistenza nonviolenta inventate e proposte da Gesu' (1). Eugen Drewermann, famoso teologo e sociopsicologo tedesco, nel suo interessantissimo e ricco libro sulla guerra (2), da' un'altra interpretazione. Secondo lui, Gesu' direbbe: se credi
veramente in Dio non ti devi difendere; Dio e' piu' potente di tutto cio' che ti puo' spaventare.

La prima interpretazione e' di tipo attivo, piuttosto occidentale, la seconda fiduciosamente passiva, di tipo mistico, piuttosto orientale. Questa seconda lettura mi ricorda l'espressione in cui si racchiude il sofferto itinerario (dal nazionalismo, al pacifismo, alla collaborazione nell'attentato a Hitler) di Bonhoeffer sulla pace: "Osare la pace per fede". Voleva dire non difendere il diritto? Sacrificare alla pace giustizia e verita'? No, per lui la pace implica lotta, ma la lotta non implica guerra. Voleva dire che la pace e' anzitutto obbedienza al comandamento di Dio; che e' un fatto spirituale prima che diplomatico e politico; che "non si lascia mai e poi mai garantire", perche' "e' il contrario della garanzia... infatti deve essere osata". Percio' propose, gia' nel 1934, lui tedesco, un grande concilio ecumenico di tutte le chiese cristiane perche' "il mondo debba udire la parola della pace" e "la chiesa di Cristo tolga, nel nome di Cristo, le armi dalla mano dei suoi figli" (3). Se fosse stato ascoltato, forse una forza profonda di pace sarebbe intervenuta nella storia tragica di quegli anni.

Tolstoj, che e' alle origini del pacifismo occidentale contemporaneo, ad ispirazione religiosa, vedeva il centro del Vangelo nella parola di Gesu': "Non resistere al male" (oppure "al malvagio"; Matteo 5, 39). Nel 1991, il cardinale Biffi, sulla scorta del filosofo russo Solov'ev (morto nel 1900) condanno' Tolstoj giudicando la nonviolenza come antievangelica e ingiusta perche' rifiuterebbe di difendere i deboli e lascerebbe mano libera ai prepotenti. Sono critiche alla nonviolenza che ritornano periodicamente, anche da parte di persone serie. Ma Tolstoj aveva gia' risposto cento anni prima, scrivendo che il Vangelo proibisce la resistenza "con la violenza" (4). Nel pacifismo religioso di Tolstoj restava aperta la ricerca di altre forme di resistenza, che Gandhi sviluppera', ma non c'era unilateralismo spiritualistico, non c'era la resa alla violenza storica.
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Certo, se pensiamo che l'unica resistenza alla violenza possa essere la contro-violenza, allora la nonviolenza sarebbe una non-difesa (come mi disse un alto ufficiale). Ma non e' affatto cosi'. La nonviolenza matura e' lotta per la giustizia coi mezzi giusti, e non quelli violenti. La lotta nonviolenta deve e vuole cercare, e puo' realizzare, un'efficace difesa delle vittime, e non solo una testimonianza-martirio. Forse in misure diverse, i due elementi, religioso e politico, mistico e storico, di fede e di azione, di accoglienza e di creazione, sono presenti nei pacifisti religiosi Tolstoj e Bonhoeffer, che rappresentano due culture, due forme religiose, due momenti storici. Ora, quella interpretazione che Drewermann da' delle parole di Gesu', da' l'impressione che si ricava a prima vista da Bonhoeffer e da Tolstoj, di un pacifismo tutto religioso: la scelta pratica della pace sarebbe un atto religioso. Si sviluppera' anche in politica, ma e' fondata nella fede religiosa. Se vogliamo, aggiungiamo anche La Pira, con la sua fede semplice e fortissima. E' proprio cosi'? E' cosi' anche in Gandhi, in Capitini? Drewermann riprende la tesi (sottolineata da Vattimo nella Introduzione, p.10) che le religioni monoteiste, mediterranee e occidentali, in quanto portatrici di una "rivelazione", sarebbero percio' "sorgente di violenza infinita e di prepotenza. Il Dio d'amore diventa il Dio dei dogmi" (p. 133). (Questa tesi si puo' discutere sotto alcuni aspetti, ma non e' il caso in questo punto del discorso). Il buddhismo, invece, che non formula dottrine e verita' assolute, o l'hinduismo, che descrive il divino in molti e sempre diversi modi (cfr. p. 136), non avrebbero questa intrinseca tendenza alla violenza. Purtroppo, nella storia, anche queste religioni hanno potuto essere usate, a volte, per compiere e giustificare violenze (5). I diversi modi di concepire la realta' e la vita influiscono certamente sul prevalere di atteggiamenti di violenza o nonviolenza, ma non lo determinano in tutto e per tutto ne' in un senso ne' nell'altro. Inoltre, Drewermann vede nell'occidente, insieme a quel fattore religioso, la violenza del capitalismo, che consiste nella continua espansione della crescita e conquista di spazi e di potere, in una assurda ossessiva dipendenza dalle cose esterne. Dunque, la pace come rinuncia creativa alla violenza non sembra possibile all'attivismo dell'uomo occidentale, il quale intende difendere con tutti i mezzi, anche violenti, le sue conquiste materiali insieme ai preziosi diritti umani, che ha saputo individuare e formulare. La rinuncia alla violenza sembra invece possibile allo spirito contemplativo orientale, che cerca la pace interiore nella liberazione dalle necessita'. Se cio' e' vero molto in generale, oggi constatiamo che il capitalismo fa presa anche sui popoli di civilta' orientale, e che nelle ricche societa' occidentali serpeggia la simpatia per lo spirito orientale. In ogni modo, il
suggerimento gandhiano consiste nel superare la violenza arricchendo l'interiorita' senza nessuna rinuncia alla politica della giustizia e alla difesa dei diritti della dignita' umana. La tradizione avviata da Gandhi, su antiche basi spirituali attualizzate, e' oggi presente e desta crescente interesse in tutti i paesi del mondo, e in tutte le civilta' e religioni, compreso l'islam (Allah e' grande, e' il piu' grande, percio' non prendo ordini estremi da nessun potere umano; cfr p. 143). In essa, il tradizionale misticismo orientale si sposa senza insuperabili contrasti col realismo occidentale.
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Il gandhismo (parola che Gandhi non vorrebbe sentire) e' dunque una linea multiculturale, e interculturale, ricca di tolleranza positiva (sollevare, non solo sopportare). Ai cristiani ha fatto riscoprire la nonviolenza evangelica: le due diverse interpretazioni che ne danno Wink (Usa) e Drewermann (Germania), sono componibili se riportate all'interno della ricca tradizione gandhiana. Musulmani ed ebrei sono sollecitati a riconoscere semi di nonviolenza attiva nel vivo delle proprie tradizioni. Settori aperti e attivi dell'occidente ricco e forte, della sua cultura politica e anche economica, riconoscono nella nonviolenza gandhiana la condizione necessaria per la sopravvivenza, con maggiore giustizia, insieme all'umanita' intera, del mondo contemporaneo che l'occidente ha costruito in modo geniale ma non innocente. Ma l'interculturalita' dell'eredita' di Gandhi non e' una semplice sommatoria irenica di dati. Ha anche un'energia critica, che migliora cio' che accoglie e lo vaglia in base a valori universali. Dell'occidente Gandhi contesta non lo spirito di azione e progresso, ma la soggezione dell'uomo alle macchine, alla possessivita' che rende nemici, che aliena, e spinge alla violenza. Dell'oriente Gandhi contesta la passivita' e rassegnazione a strutture ingiuste, discriminanti, giustificate con tradizioni religiose. Dell'uno e dell'altro sa cogliere gli elementi piu' positivi. Certamente Gandhi ha e afferma una concezione religiosa della vita, che e', in sostanza, il senso della profonda unita' del tutto (simile sara' la religione di Capitini), ma il suo apporto puo' benissimo essere inteso, accolto e proseguito come un'opera essenzialmente razionale e un "metodo politico" (6), ricchi di saggezza, umanita', giustizia, quindi anche di spiritualita' non unicamente religiosa; come un modo sapiente, concreto e buono di gestire i conflitti umani in modo piu' felice, meno doloroso. Senza la pretesa di trovare la formula magica, possiamo dire che l'esperienza e la riflessione di Gandhi possono valere molto, oggi e domani, per unire i popoli, nel rispetto delle belle diversita'; per collegare le religioni, nel dialogo rispettoso, e nella collaborazione morale; per far intendere tra loro, su serie basi umane universali, persone e culture religiose con persone e culture umanistiche non religiose.
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Note
1. Walter Wink, Rigenerare i poteri, discernimento e resistenza in un mondo di dominio, Emi, Bologna 2003. Ne ho riassunto il senso in "il foglio" n. 313, giugno-luglio 2004, col titolo Gesu' non era scemo. Giorgio Barazza e Angela Dogliotti ne hanno scritto su "Azione Nonviolenta" n. 8-9, agosto-settembre 2004, e n. 10, ottobre 2004.
2. Eugen Drewermann, La guerra e' la malattia, non la soluzione, Claudiana, Torino 2005, p. 137.
3. Si veda Paolo Ricca, Le chiese evangeliche e la pace, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole (Fi) 1989, pp. 78-86.
4. Lev Tolstoj, Il Regno di Dio e' in voi, Bocca, Roma 1894, riedito da Publiprint e Manca nel 1988, p. 50. Uguale chiarimento viene da Pier Cesare Bori, in Tolstoj oltre la letteratura, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole (Fi) 1991, p. 102. Ne ho scritto in La politica e' pace, Cittadella editrice, Assisi 1998, pp. 169-172.
5. Oltre recenti casi in India, si possono vedere, per il buddhismo, tre casi segnalati da Daniel L. Smith-Christofer, La nonviolenza nelle religioni. Dai testi sacri alle tradizioni storiche, Emi, Bologna 2004, pp. 46-49.
6. Cosi' lo chiama Gandhi stesso. Cfr Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, Plus - Pisa University Press, Pisa 2004, pp. 250-252 e 256-258.

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