Una Strategia Nonviolenta Per il Disarmo in Italia

Intervento di Alberto L’Abate, della Fucina per la Nonviolenza di Firenze, e Presidente nazionale dell’Associazione APS IPRI-Rete Corpi Civili di Pace * all’incontro su “Territori Disarmanti, un anno di giornate di disarmo nelle città d’Italia”

Firenze 14 Aprile 2007


Il movimento per la pace, non solo quello del nostro paese, ha un andamento a singhiozzo, con alti e bassi : dei momenti in cui è molto attivo, e ben partecipato, altri in cui è piuttosto fiacco ed indeciso. Di solito i momenti alti sono quelli prima di una guerra. Ad esempio prima della guerra del Kossovo, in Italia, o prima della seconda guerra dell’Iraq, a livello internazionale. Mai si erano viste circa 110 milioni di persone (anche se la cifra sembra un po’ esagerata) manifestare nello stesso giorno, in circa 70 paesi, in 260 località del mondo. Quelli bassi sono invece quando la guerra è ormai cominciata, e non ci sono molte possibilità di cambiare il corso della storia.
Un po’ diverso, anche se pure questi con alti e bassi, è l’andamento dei movimenti nonviolenti. Questi grazie all’importanza data al progetto costruttivo, ed all’inizio delle attività molto prima che la guerra stia per scoppiare, sia per prevederla che per prevenirla, non stanno mai fermi, e questo permette loro di non cadere nelle profonde depressioni che prendono invece, ogni tanto, i movimenti per la Pace.
Comunque se si va a vedere l’efficacia di ambedue questi movimenti nella prevenzione dei conflitti armati bisogna riconoscere che i risultati sono per lo meno scarsi. La guerra del Kossovo c’è stata, e fatta da un governo di sinistra, con primo ministro D’Alema, ed a nulla sono servite sia i profondi lavori di studio, di denuncia e di ricerca di soluzioni dei movimenti nonviolenti riuniti nella Campagna Kossovo, sia le attività di mediazione portate avanti dalla Comunità di Sant’Egidio..
E se si va a vedere l’efficacia del movimento per la pace: le manifestazioni di massa del Movimento per la Pace italiano prima che la guerra del Kossovo iniziasse sono servite ancor meno del lavoro dei gruppi nonviolenti prima citati. La guerra c’è stata, comunque, e tutte le possibili soluzioni pacifiche sono state trascurate. Questa guerra è stata definita umanitaria, ma in realtà ha visto la maggior parte delle repressioni verso la popolazione albanese del Kossovo (fino a farne emigrare oltre 800.000), avvenire dopo l‘inizio dei bombardamenti della Nato, come vendetta da parte serba rispetto a questi. Ma anche le manifestazioni di massa del movimento pacifista internazionale (malgrado la definizione di questo, da parte del New York Times, di seconda potenza mondiale) sono servite solo a ritardare la guerra di pochi mesi, circa tre rispetto alla data prevista da George Bush Jr.
Ma questo non per denigrare quanto è stato fatto in questo settore, ma per dire che le molte battaglie nonviolente vinte (in India, Nord America, Sud Africa, Filippine, Polonia, ecc. ecc.) hanno richiesto molto di più di una semplice manifestazione, sia pur di massa, ma un impegno molto più forte, per mesi e mesi, di lotte continuate e rigidamente nonviolente, spesso malgrado le provocazioni violente degli avversari, e sovente, purtroppo non sempre, avendo anche chiaro il progetto costruttivo del dopo-lotte, di cosa si voleva mettere al posto di quello che si stava combattendo.
Ma questo solo per introdurre il problema dello stato attuale del movimento pacifista in Italia e di una possibile strategia di rilancio dello stesso.
Il governo attuale, di centro sinistra, se si va a vedere dal punto di vista del pacifismo, lascia molto a desiderare: anzi potremmo dire che sta deludendo molti che pur hanno votato per questo.
* All’Associazione aderiscono: Centro Studi Difesa Civile, Ass. Berretti Bianchi, Movimento Nonviolento, M.I.R,.
ALON, G.A.V.C.I, Pax Christi, Associazione per la Pace, L.O.C, .Centro Studi Sereno Regis, L.D.U., Fondazione Alexander Langer, Ass. Aiutiamoli a Vivere, SCI , SISPA ( Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace).


Se si va infatti ad analizzare le cinque richieste fatte, prima delle ultime elezioni, dai due movimenti nonviolenti più antichi del nostro paese, il MIR (Movimento Internazionale per la Riconciliazione) ed il MN (Movimento Nonviolento), sezioni italiane di movimenti diffusi in tutti il mondo, si vede che delle cinque richieste, solo una, quella del ritiro dei militari dall’IRAQ, è stata esaudita. Una seconda, quella di dar vita a dei Corpi Italiani Nonviolenti di Pace (denominati anche CCP- Corpi Civili di Pace), non è ancora realizzata, ma c’è un notevole lavorio con la Vice Ministro per gli Affari Esteri Patrizia Sentinelli, per il chiarimento di cosa siano e cosa dovrebbero fare, e per individuare dei progetti validi non solo per il Libano ma anche, forse, per la Palestina-Israele, per il Kossovo, e perchè no anche per lo stesso Iraq. Di altre due richieste, la riconversione delle industrie belliche, e la riduzione, sia pur graduale, delle spese militari (con una precisazione fatta da uno degli esperti di questi movimenti, Giovanni Salio, di almeno il 5% annuo), non solo non c’è un accenno a portarle avanti, ma si sta andando chiaramente in senso opposto, le spese militari sono aumentate dell’11%, e con gli accordi di vendite e di jont venture con l’India , la Cina, ed anche con gli USA, per i 113 aerei che l’Italia vorrebbe co-costruire con quest’ultima (oltre ai 120 eurofighter già ordinati fatti in Europa) le industrie italiane costruttrici di armi vedono aumentare notevolmente il proprio fatturato, ed la riconversione viene vista non come un obbiettivo da raggiungere ma come un pericolo da evitare. Ed infine la richiesta a monte di tutte queste, quella di salvaguardare il carattere difensivo dell’art. 11 della nostra Costituzione è quella che viene più calpestata di tutti. La Nato ha varato, nel 1999, una strategia che vede legittimato l’uso di armi nucleari di primo colpo (e quindi a carattere offensivo e non difensivo), e il nostro governo accetta supinamente questo cambiamento senza proporre alternative e porre distinzioni, come pure hanno fatto altri paesi dell’alleanza (Canada, Grecia, Danimarca, Islanda). Continuiamo, imperterriti, a mantenere, nel nostro suolo, oltre 90 testate nucleari, non certo difensive, a Aviano e Ghedi, ed addirittura accettiamo, senza quasi battere ciglio, il raddoppio della base USA di Vicenza che non serve certo per la pace ma per preparare altri interventi della loro cosiddetta guerra infinita. Ed aumentiamo soldati e armamenti per l’intervento militare in Afghanistan, sedicentemente per la lotta al terrorismo, di fatto per gli interessi imperiali USA, o per il controllo di risorse e di canali di trasporto energetico di quel paese (si veda, sulla guerra in Afghanistan, il mio articolo su “Azione Nonviolenta” del marzo 2007).
Ma di fronte a questo cosa fa il movimento per la pace italiano? C’è stata, è vero, la bella manifestazione a Vicenza, cui hanno partecipato oltre centinaia di migliaia di persone. Ma illudersi, per questo, che il movimento sia vitale sarebbe una brutta illusione. Quante delle persone che hanno marciato a Vicenza sarebbero disposte a mobilitarsi ancora se la proposta, fatta dal nostro governo al governo USA (dichiarata dal Ministro degli Esteri D’Alema alla nostra televisione), di andare in altra sede più vicina ad Aviano fosse stata accettata?. Molti sicuramente degli oppositori a Vicenza si sarebbero accontentati di questa parziale soluzione.
Ma il problema più grande è quella di una mancanza totale di una chiara strategia nonviolenta. Il movimento sembra attualmente diviso in due parti ben distinte, ed opposte l’una dall’altra. Quelli, pochi, che persistono nell’opposizione, e che, come Turigliatto, per problemi di coscienza e per il rispetto delle persone che l’hanno votato, continuano ad opporsi alla politica militare italiana, e rischiano, giorno per giorno, dati gli scarsi numeri di vantaggio della sinistra rispetto alla destra nel nostro senato, di fare cadere l’attuale governo (con il risultato forse di andare ad altre elezioni che vedranno vincere sicuramente l’ attuale destra che dal punto di vista militare non è certo più pacifista dell’attuale governo!), o di farne spostare l’asse ancora più verso il centro-destra, come se questo governo non fosse già, attualmente, più orientato verso il mercato che verso una pianificazione democratica ma socialista.
Altri, la maggioranza, si tappano il naso e votano comunque in appoggio a questo governo, soprattutto, ma non solo, nella votazioni di fiducia, per paura che la sua caduta possa far tornare al governo Berlusconi ed i suoi stretti alleati. Bertinotti, il presidente della Camera dei Deputati, sembra diventato il mentore di questa posizione. Ma a causa anche dei suoi ripetuti appelli ad una politica nonviolenta rischia di appiattire la nonviolenza al semplice riformismo, togliendo a questa tutta la sua carica rivoluzionaria e rinnovatrice.
La domanda perciò che dobbiamo porci è questa “E’ possibile una strategia nonviolenta che, senza cadere nel riformismo e nell’accettazione dei chiari limiti dell’attuale governo, non rischi di farlo cadere e spostare più a destra l’asse politico del nostro paese?”
A questa domanda c’è sicuramente una risposta positiva che avevo già espresso in una mia lettera al direttore di Repubblica, e mai pubblicata da questo giornale, ma che è girata in vari siti informatici alternativi. In questa dicevo: “Malgrado il tanto parlare di nonviolenza sembra non essere chiaro che la nonviolenza non richiede solo all’attinenza a quella che è stata definita l’”etica dei principi”, ma anche all’”etica delle conseguenze”. E che uno dei principi sostenuti da Gandhi e messi in pratica dai principali sostenitori di questo tipo di lotta, è quello della gradualità, e cioè il non pretendere che si faccia tutto subito ma che si parta da alcuni problemi più importanti per poi passare, gradualmente, ad altri magari più difficili da ottenere. Da questo punto di vista alcuni degli studiosi più importanti della nonviolenza parlano di “sanzioni positive”. Questo significa appoggiare un governo o un paese, ma porgli una serie di richieste, graduali e da concordare insieme per il loro sviluppo, ma irrinunciabili perché l’appoggio possa continuare. E’ questo, secondo me, che dovrebbe fare un serio movimento di base contro la guerra e per un diverso modello di sviluppo. Elaborare un progetto alternativo che aiuti il governo a prendere decisioni coraggiose che vadano contro i dettata dei grandi poteri mondiali, in primis gli USA (anche se il suo impero sta scricchiolando) e della Nato, del FMI, della Banca Mondiale, ecc”.
Quanto scritto nel documento di base dell’iniziativa dei “Territori Disarmanti”, cui stiamo partecipando ad uno degli vari incontri previsti, mi sembra importante ed andare in questa direzione. Si dice infatti: “Obiettivo di tutto il percorso è quello di stimolare una vera politica di Disarmo, sollecitando in prima istanza il Governo (che ne ha la prima responsabilità) e le forze politiche di tutto il Parlamento a partire in questo dall’articolo 11 della nostra Costituzione Repubblicana. Una Carta fondamentale che ripudia la guerra e non prevede la difesa dello stile di vita “ricco” ma una società costruita sulla giustizia, sulla libertà, sull’autodeterminazione e la coesistenza pacifica tra i popoli. I momenti di incontro, con tutte le attività e le riflessioni che li accompagneranno, serviranno a chiedere che il nostro paese si impegni sempre più, sia pur gradualmente ed in modo concordato con i movimenti sociali per la Pace e la Nonviolenza, a trasformare il proprio sistema militare da offensivo nei fatti a solamente difensivo eliminando tutte le armi di distruzione di massa e riducendo le spese militari per far crescere quelle per la prevenzione, la diffusione di una cultura della Nonviolenza e della convivenza pacifica e per il lavoro di riconciliazione dopo i conflitti armati”.
Purtroppo il movimento per la pace, invece che come alleato per cambiare la politica militare offensiva della Nato, e per modificare l’attuale modello di sviluppo neo-liberista che sta aumentando a dismisura la forbice tra ricchi (come paesi e come persone) e poveri, viene visto, generalmente, dall’attuale governo come un avversario. Eppure questo incremento progressivo degli squilibri, cui partecipa anche il nostro paese sostenendo questo stesso modello di sviluppo, non è certo foriero di pace. Infatti i paesi più poveri, data la differenza di potere militare tra i paesi ricchi e quelli poveri, e per cercare di difendersi contro questi aumentati squilibri, sono stati quasi “costretti” ad inventare ed usare il terrorismo che sta rendendo la vita nei nostri paesi “ricchi” sempre più incerta e rischiosa. Invece il governo, soprattutto se si definisce di “sinistra” potrebbe e dovrebbe pensare ed agire, sia in Europa che negli organismi internazionali di cui fa parte, per modificare questo andamento e stimolare un cambiamento, necessario, di rotta ( si veda il bel libro di Riccardo Petrella, Una nuova narrazione del mondo, EMI, Bologna, 2007).
Ma perchè questo cambiamento della politica del nostro governo possa avvenire, nel corso nei prossimi quattro anni, periodo per il quale, almeno per il momento, questo è accreditato a governare, è necessaria una seconda stagione di lotte nonviolente come quelle che hanno portato a cambiare la politica mondiale al tempo della guerra tra Est ed Ovest, ed hanno fatto si che si interrompesse la corsa al riarmo nucleare e si arrivasse invece ad un accordo per la riduzione della armi nucleari di lunga distanza, Queste lotte, a Comiso, sono state portate avanti contro un governo di centro-sinistra, diretto da Craxi, che, per essere accreditato dagli americani a governare il nostro paese, aveva accettato di impiantare in Italia i missili Cruise (di primo colpo). Ma contrariamente a quanto sostenuto dall’Ambasciatore americano in Italia (Gardner, Mission in Italy, Garzanti, Milano, 2006), appoggiato da due noti giornalisti italiani Arrigo Levi, della Stampa, e Adriano Sofri di Repubblica, secondo un attento studioso di questi problemi , Wittner (uno storico dell’Università di New York- vedi Znet.Foreign Policy del 29/1/2004) non è stato l’impianto di questi missili in Italia e dei Pershing2 in Germania a portare a quell’accordo, ma anzi il loro impianto aveva fatto incrementare ulteriormente le armi nucleari dei russi. Sono state invece in gran parte le lotte antinucleari dei movimenti europei ed americani contro l’impianto dei missili (a Comiso in Italia, in Germania, in Olanda, in Inghilterra, ed in USA) a mettere in difficoltà Reagan nella sua lotta contro il “Regno del Male” e nella continua ricerca di sempre nuove armi, ed a convincerlo a cambiare strategia ed a cercare di mettersi d’accordo con i russi. E Gorbaciov, appena eletto alla Presidenza dell’ URSS, gli ha dato bordone, ed è stato firmato l’accordo INF nel 1987).
Per questo anche il movimento per la pace italiano, se vuole vincere la sua battaglia, senza rischi di far tornare al potere i militaristi di sempre, deve avere la forza di organizzarsi, di formare le popolazioni, e gli operai, interessati a resistere all’attuale andazzo, e di portare avanti lotte nonviolente forti e durature contro le basi nucleari esistenti nel nostro paese, contro il raddoppio della base di Vicenza, e contro l’uso indiscriminato di molti dei nostri porti per il passaggio di navi destinate a portare armi nucleari, nella continua richiesta, per il rispetto dell’art.11 della nostra Costituzione, di trasformare il nostro sistema militare da offensivo, come è attualmente, a esclusivamente difensivo. Solo se saremo capaci di fare questo potremo pretendere dal nostro attuale governo di essere ascoltati e di concordare, insieme, una politica, sia pur graduale, di disarmo del nostro paese.

Firenze, 14 Aprile 2007.


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