L’intervention Civile: une Chance Pour La Paix
Relazione di Alberto L’Abate,
Docente di Metodologia dellle Scienze Sociali
presso la Facoltà di Scienze della Formazione
dell’Università di Firenze

Convegno tenutosi presso il Parlamento
Francese, Parigi 26 e 27 ottobre 2000


Si è tenuto a Parigi nei giorni 26 e 27 ottobre 2001 nella Sala Colbert del Parlamento Francese, un Convegno su “L’INTERVENTION CIVILE: UNE CHANCE POUR LA PAIX” (Intervento civile di pace: una opportunità per la pace). Il colloquio era organizzato dal Comitato Francese per l’intervento civile di pace, e dall’Istituto di Ricerca sulla Risoluzione Non-violenta dei conflitti. Quest’ultimo è un centro di ricerca diretto da J.M. Muller, ed al quale partecipano altri noti studiosi francesi come J. Semelin. Del Comitato fanno parte: il Comitato Cattolico contro la Fame e lo Sviluppo; il Coordinamento dell’Azione Nonviolenta dell’Arca (fondata da Lanza del Vasto); la Delegazione Cattolica per la Cooperazione; l’Associazione Democrazia e Spiritualità; le Squadre francesi per la Pace nei Balcani; l’Istituto di Ricerca per la Risoluzione Non-violenta dei Conflitti; il Foro di Delfi; il Movimento per una Alternativa Nonviolenta; Pax Christi; i Verdi. Aderiscono al progetto l’Azione Cristiana per l’Abolizione della Tortura; Le Brigate Internazionali di Pace, la Commissione Giustizia e Pace; la Rete Speranza. L’incontro è stato reso possibile grazie a contributi del Ministero degli Affari Esteri francese, e delle Fondazioni “Un mondo per tutti” e “C.L. Meyer per il progresso dell’uomo”.
Nel depliant di presentazione del colloquio si dice: “L’anno 2001 è il primo del decennio internazionale dell’ONU sulla “promozione di una cultura della non-violenza e della pace per i bambini del mondo” votato dall’Assemblea Generale, il 10 novembre 1998, in seguito ad un appello di premi Nobel per la pace. A livello internazionale resta ancora molto da studiare ed ancora di più da sperimentare in materia di regolamento dei conflitti. Ma la nozione d’intervento si è molto sviluppata dalla fine del XX secolo, con la “cannoniera” che ha lasciato sempre più il posto all’intervento umanitario e ad altre forme di ingerenza non militare, o poco militarizzata. Così è nato il concetto di “intervento civile non-violento” progressivamente sperimentato da più di 20 anni in America Latina e Centrale da ONG come le Brigate Internazionali di Pace (PBI), o come la Squadra di Intervento nei Balcani (Balkan Peace Team) nella ex-Jugoslavia, negli anni 90. Il colloquio si propone di fare il punto della ricerca in Francia su questo tema e di presentare gli impegni e la necessità di una formazione all’intervento civile di pace”.
Il colloquio si è sviluppato in tre diverse sessioni. La prima, il venerdì mattina, su “ Intervenire per la pace: ma a nome di chi e per quale ragione?; la seconda, il venerdì pomeriggio su “Natura e ruolo dell’intervento civile di pace”; la terza, nella mattinata del sabato, su “L’impegno per la formazione dei volontari e l’avvenire dell’intervento civile di pace”. Il colloquio si è concluso con una tavola rotonda su: “Quale posto per l’intervento civile: complementarietà, opzione o alternativa?”. I presenti erano soprattutto francesi ma c’era qualche ospite d’oltralpe come il sottoscritto, incaricato, nella seconda sessione, di parlare della situazione italiana sui corpi civili di pace (in allegato la relazione da me presentata), e come assistente di Luc Reychler, presidente di una nota organizzazione per la diplomazia di base del Belgio, incaricato di parlare su una architettura per una pace duratura; altri stranieri erano invece presenti in rappresentanza di vari organismi internazionali che hanno partecipato e contribuito all’iniziativa. Il colloquio è stato infatti contraddistinto da una partecipazione ed anche un dibattito molto chiaro e preciso tra le organizzazioni non governative organizzatrici , o invitate (Medici senza frontiere, Handicap Internazionale) all’incontro e le istituzioni sia francesi che internazionali che hanno contributo ad animare il convegno. Tra queste in particolare, il Ministero degli Affari Esteri, con la partecipazione di un membro della Commissione Parlamentare su questi temi, il Ministero francese della Difesa, che ha inviato due suoi esperti, la Comunità Europea, e l’OSCE che hanno inviato a relazionare due loro dirigenti. Non mi è possibile, per mancanza di tempo, dare atto di tutti gli elementi interessanti emersi dal dibattito che sarà pubblicato a cura degli organizzatori. Molte le valide esperienze presentate da organizzazioni impegnate in questo settore come quelle del BPT o delle PBI, ed estremamente interessanti anche l’analisi giuridica delle possibilità ed i limiti di questo tipo di interventi, o dei problemi psicologici che nascono nelle persone impegnate in questo tipo di attività. Interessante anche una tavola rotonda in cui alcune organizzazioni umanitarie ospiti si sono confrontate con quelle organizzatrici del colloquio per rimarcare le reciproche differenze e la separatezza tra questi due tipi di intervento (umanitario ed intervento civile di pace) ma anche la loro sempre più importante complementarietà.
Ma vorrei sottolineare solo alcuni elementi emersi dalle relazioni e soprattutto dal dibattito molto franco tra le componenti istituzionali e quelle delle ONG che mi sembrano molto istruttivi. Il Ministero della Difesa francese ha preso atto della importanza dell’intervento civile tanto da creare al suo interno anche un dipartimento sull’intervento civile-militare o militare-civile. Ma concepisce questo tipo di intervento come subordinato a quello militare. Nelle parole di un suo rappresentante “l’intervento civile è spesso fatto grazie a mezzi ed attrezzature messe a sua disposizione dai militari”. Mentre le ONG organizzatrici insistono sulla necessità di una completa autonomia dell’intervento civile da quello militare che partono, nelle parole di J.M. Muller, “da due logiche completamente diverse”, non escludendo una loro complementarietà e collaborazione, ma sullo stesso piano e non subordinando quelle civili a quelle militari. Questo problema è emerso chiaramente anche nel dibattito tra uno dei due esperti di questo ministero ed il pubblico. Nella sua relazione questi aveva detto chiaramente che nei momenti di crisi internazionale si possono ipotizzare tre fasi:
# la prima è quella dell’intervento armato;
# la seconda quella della ricerca di soluzioni politiche;
# la terza quella della ricostruzione.

L’intervento dei civili viene visto come importante soprattutto nella seconda e nella terza fase.
Alle rimostranze di alcuni dei partecipanti al colloquio sul fatto che così si metteva del tutto in secondo piano una delle fasi più importanti del conflitto, quella nel quale l’intervento di corpi civili di pace può essere più cruciale, e cioè la prevenzione dall’escalation del conflitto e dell’esplodere del conflitto armato, che deve venire prima delle tre fasi su delineate, l’esperto in questione prima non ha risposto, glissando sull’argomento; poi, sollecitato a voce dal pubblico presente a dire la sua su questo argomento, ha riconosciuto l’importanza del problema ma ha detto che questo è un problema politico che deve essere risolto in sede parlamentare e governativa. Ha anche aggiunto che, secondo lui, il dibattito politico sull’intervento militare o meno e sulla prevenzione dei conflitti armati è estremamente carente a livello del Parlamento Francese e che loro (i militari) avrebbero preferito un maggiore approfondimento di questa tematica che sembra invece messa in secondo piano anche dagli stessi politici. Se pensiamo al dibattito di ieri alla nostra Camera ed all’appiattimento del nostro Parlamento, a stragrande maggioranza, su posizioni di appoggio all’intervento del nostro paese nella guerra in Afganistan, non c’è che da dargli ragione e vedere la pochezza di questo dibattito anche nel nostro paese. Ma questa emarginazione del tema dal dibattito generale politico e soprattutto dalla volontà dei paesi europei è emerso anche dagli interventi dei rappresentanti della Comunità Europea e dell’OSCE. La Comunità Europea sta infatti lavorando nella messa a punto di un esercito europeo ed anche di una polizia europea di varie migliaia di persone, ma nessuno accenno alla proposta di Alex Langer, già approvata dal Parlamento Europeo nel 1995 e ribadita nel 1999, sulla costituzione di corpi civili di pace europei. Alla domanda, fattagli in privato per mancanza di uno spazio adeguato di dibattito pubblico in questa sessione, sul perché di questa assenza, il rappresentate della C.E. ha risposto che si era informato prima di venire al convegno su questo tema ma che gli era stato suggerito di glissare su questo argomento perché considerato, in questo momento, di secondo piano rispetto alla costituzione della forza militare europea e di quella di polizia. Anche qui sembra cioè emergere la volontà dei governi, e dei militari, di costituire prima l’intervento militare e quello della polizia e poi, in subordine, quello civile. Questo è stato ulteriormente confermato dalla rappresentante dell’OSCE che nella sua relazione non ha fatto alcun accenno alla delibera di Istambul dell’OSCE nella quale si insisteva sulla importanza della costituzione di corpi civili di pace. Questa informazione ci era stata data da Kessler, un ex giudice antimafia italiano che è stato vicedirettore del corpo OSCE di verificatori degli accordi di pace in Kossovo prima della guerra, e che ora è deputato alla Camera per l’Ulivo. Alla richiesta del perché di questa trascuratezza l'esperta in questione non ha risposto dando solo le coordinate per la ricerca in internet di questa delibera di cui lei è sembrata essere del tutto all’oscuro, almeno per gli aspetti riguardanti questo tema che era quello principale del convegno a cui era stata inviata.

In complesso si può dire che il dibattito è stato molto utile anche perché ha messo a nudo le resistenze dell’establishment nei riguardi di questo tipo di intervento che viene sì considerato sempre più importante (tanto da riconoscergli lo spazio di dibattito all’interno del Parlamento stesso), ma che viene anche subordinato a quello militare considerato come quello fondamentale che deve dirigere anche l’altro. E questo sottolinea il grande lavoro ancora da fare non solo in Francia ma anche nel nostro paese ed a livello europeo per far comprendere la necessità della autonomia e della non subordinazione dell’intervento civile a quello militare, che possono e devono sempre più collaborare reciprocamente, ma senza subordinare quello civile a quello militare come sottolineato ripetutamente dagli organizzatori del colloquio stesso. A questa sottovalutazione ed a questa mancanza di comprensione è da imputare anche il fatto emerso dal dibattito nell’ultima sessione che tutta la formazione dei volontari in questo campo è lasciata alle ONG, con grande impegno di energie umane ed economiche, mentre non c’è un finanziamento pubblico di questo aspetto come invece richiesto dagli organizzatori del convegno stesso. C’è solo da sperare che il franco dibattito emerso dal colloquio convinca le istituzioni francesi, in particolare il Ministero degli Esteri che è trai finanziatori ed organizzatori del colloquio, di accettare questa proposta e di dare maggiore importanza, in futuro, anche a questo aspetto.

Firenze 8 novembre 2000

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