Dal Canone Buddhista

La rivelazione del Buddha, a cura di R.Gnoli, Mondadori, Milano 2001
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L’Angulimalasutta (Discorso di Angulimala) è un testo che fa parte del Majjhima Nikaya, una delle compilazioni che costituiscono il Sutta Pitaka, una delle tre raccolte di testi del canone buddhista della tradizione antica (Theravada), insieme al Vinaia Pitaka (che contiene regole istruzioni per la disciplina dei monaci) e dell’ Abhidarma Pitaka (che comprende una moltitudine di discussioni filosofiche). Il testo, attraverso il racconto di Angulimala, un brigante che cambia vita dopo aver incontrato il Buddha, diventa un monaco e giunge alla liberazione, esprime la fiducia del buddhismo nella conversione attraverso l’amore.
Quello che segue è il passo che descrive il momento della conversione di Angulimala. Il brigante cerca di tendere una imboscata al Buddha che cammina a passo normale ma, per quanto si affanni, non riesce a raggiungerlo:

Egli [Angulimala] si fermò e gridò al Beato: “Fermati, asceta, fermati, asceta!”.
“Io mi sono fermato, Angulimala, fermati anche tu!”, rispose il Beato.
Allora il brigante Angulimala pensò: “Gli asceti, figli dei Sakya, dicono sempre la verità, asseriscono sempre la verità. Ora, sebbene quest’asceta stia ancora camminando, dice: ‘Io mi sono fermato, Angulimala, fermati anche tu!”. E se io facessi delle domande a quest’asceta?”.
Allora il brigante Angulimala si rivolse al Beato con queste stanze:
“O asceta, mentre stai camminando tu dici che ti sei fermato,
ma ora, nel momento in cui io mi sono fermato, tu mi dici che non mi sono fermato!
Ora ti chiedo, asceta, che senso abbia questo,
che cioè tu ti sia fermato e io mi sia fermato.”
E il Beato rispose:
“Angulimala, io mi sono fermato per sempre,
io mi astengo da ogni forma di violenza verso gli esseri viventi,
ma tu non hai alcun controllo nei confronti di ciò che vive:
questa è la ragione per la quale io mi sono fermato e tu non ti sei fermato!”
E il brigante Angulimala disse:
“Dopo lungo tempo questo asceta, il venerabile saggio,
è venuto in questa grande foresta per me!
Avendo ascoltato la tua strofa che mi ha insegnato il Dhamma,
io rinuncerò per sempre alla violenza.”
Così dicendo, il brigante prese la sua spada e le sue armi
E gettò tutto in una fossa spalancata e abissale.
Il brigante rese omaggio ai piedi del Beato,
e proprio in quel momento chiese di ottenere la rinuncia alla vita mondana.
Il Risvegliato il saggio dalla grande compassione,
il maestro del mondo con tutti i suoi deva,
rivolse a lui queste parola: “Vieni, monaco”.
È così che egli divenne un monaco.

pp.484-485


Il Sedakasutta (Samyutta Nikaya, 47.19) è un breve, bellissimo testo nel quale il Buddha illustra, con un efficace apologo, il legame strettissimo tra l’amore di sé, inteso come cura della propria perfezione spirituale, e l’amore per l’altro.

Un giorno il Beato soggiornava tra i Sumbha, in una loro città chiamata Sedaka.
Ivi il Beato si rivolse ai monaci dicendo: “Un tempo, o monaci, un acrobata che si esibiva con l’asta di bambù, dopo aver innalzato l’asta, si rivolse a Medakathalika, sua assistente: ‘Vieni, cara Medakathalika, sali sull’asta di bambù e stai sulle mie spalle’.
‘Farò come dici, maestro’, rispose, o monaci, l’assistente Medakathalika all’acrobata che si esibiva con l’asta di bambù e, salendo sull’asta di bambù, si pose sulle spalle del maestro.
Allora, o monaci, l’acrobata che si esibiva con l’asta di bambù disse alla sua assistente Medakhatalika: ‘Prenditi cura di me, cara Medakathalika, e io mi prenderò cura di te. Proteggendoci a vicenda, e prestandoci attenzione reciprocamente, faremo mostra di abilità, riceveremo la ricompensa e scenderemo incolumi dall’asta di bambù’.
O monaci, quand’egli ebbe detto così, l’assistente Medakathalika gli rispose: ‘Maestro, non può assolutamente essere così! Tu, maestro, prenditi cura di te e io mi prenderò cura di me! Se ciascuno di noi proteggerà se stesso e presterà attenzione a sé, faremo mostra di abilità, riceveremo la ricompensa e scenderemo incolumi dall’asta di bambù. Tale, in questi casi, è la regola’”.
Il Beato aggiunse: “Così l’assistente Medakathalika parlò al maestro: ‘Io mi prenderò cura di me stesso’: o monaci, è con questo spirito che devono essere praticati i fondamenti della presenza mentale. ‘Io mi prenderò cura degli altri’: è con questo spirito che devono essere praticati i fondamenti della presenza mentale.
O monaci, colui che si prende cura di se stesso si prende cura degli altri e colui che si prende cura degli altri si prende cura di se stesso.
E in che modo, o monaci, colui che si prende cura di se stesso si prende cura degli altri? Con la pratica, con la meditazione, con una pratica ripetuta. È così, o monaci, che colui che si prende cura di se stesso si prende cura degli altri.
E in che modo, o monaci, colui che si prende cura degli altri si prende cura di se stesso? Con la pazienza, con il non nuocere, con l’amore e con la solidarietà. È così, invero, o monaci, che colui che si prende cura degli altri si prende cura di se stesso.
‘Io mi prenderò cura di se stesso’: o monaci, è con questo spirito che devono essere praticati i fondamenti della presenza mentale. ‘Io mi prenderò cura degli altri’: è con questo spirito che devono essere praticati i fondamenti della presenza mentale. O monaci, colui che si prende cura di se stesso si prende cura degli altri e colui che si prende cura degli altri si prende cura di se stesso”.

pp.441-442


Nel Kakacupamasutta (Discorso dell’esempio della sega, Majjhima Nikaya, 21) vi è un passo, che dà il titolo al sutra, che indica con un esempio estremo la radicalità del principio del perdono e dell’amore del nemico nella prospettiva del buddhismo.

O monaci, anche se dei banditi, dei malfattori, vi facessero a pezzi, parte dopo parte, con una sega a due mani, colui che nutrisse pensieri di odio verso di loro non praticherebbe i miei insegnamenti. In un caso del genere, dovreste esercitarvi così: ‘Le nostre menti resteranno impassibili, e non pronunceremo parole malvagie; saremo pieni di amicizia e compassione, con una mente piena di gentilezza amorevole, senza covare odio. Ci rivolgeremo alla persona che ci fa a pezzi con una mente intrisa di gentilezza amorevole e, a partire da quella persona, pervaderemo il mondo intero con una mente intrisa di gentilezza amorevole, una mente immensa, gr5ande, immensurabile, priva di inimicizia e priva di malevolenza’. È così, o monaci, che dovreste esercitarvi!
O monaci, se voi teneste sempre presente nella mente questo insegnamento sull’esempio della sega, potrebbe esistere una parola, piccola o grande, rivolta contro di voi che non potreste sopportare? ‘No, venerabile signore.’ ‘Perciò, monaci, voi dovete tenere sempre presente nella emnte questo insegnamento sull’esempio della sega. Esso vi porterà beneficio e felicità per lungo tempo.’
Così insegnò il Buddha e i monaci furono felici di ascoltare le sue parole.

pp.457-458


Il Dhammapada è il testo più amato, letto, seguito della tradizione buddhista, di cui compendia, in versi notevoli per la bellezza delle immagini e l’efficacia espressiva, la dottrina, con particolare attenzione all’insegnamento morale. Il capitolo X si intitola Il bastone e tratta della violenza. Tutti gli esseri viventi cercano la felicità. La violenza interrompe questa ricerca, portando il suo stesso portatore all’infelicità.

Tutti temono il bastone,
tutti sono atterriti dalla morte.
Considerando gli altri come se stesso,
un uomo non dovrà uccidere né far uccidere.

Tutti temono il bastone,
a tutti la vita è cara.
Considerando gli altri come se stesso,
un uomo non dovrà uccidere né far uccidere.

Chi colpisce con un bastone
gli esseri che desiderano la felicità,
desiderando egli stesso la felicità,
una volta morto non la ottiene.

Chi non colpisce con un bastone
gli esseri che desiderano la felicità,
desiderando egli stesso la felicità,
una volta morto la ottiene.

Non rivolgerti ad alcuno con parole dure!
Coloro che le ricevono le useranno a loro volta contro di te.
Doloroso è, invero, il litigio verbale;
(se li colpirai con bastoni), bastoni in risposta ti colpiranno.

p.529


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