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28 dicembre 2011

Il fiore che terrorizzò il Terzo Reich
di Marco Sferini
Lanterne rosse

C’è una storia nascosta tra le pieghe del nazismo. Una storia che, come molte altre, emerge dopo tanto tempo e che viene oggi conosciuta e riconosciuta come un fondamentale angolo di storia per comprendere la società tedesca degli anni del secondo conflitto mondiale. Nell’immaginario collettivo che le immagini ci hanno tramandato, la Germania di Hitler è fatta di oceaniche adunate sventolanti i gagliardetti con la svastica, di notturne parate di fiaccole negli stadi, di giochi di luci in onore del già capolare austriaco divenuto cancelliere e poi “Führer”. Tutto appare monoliticamente granitico, indistinguibile, senza confini che non siano tracciati con la perfezione gemotrica del righello e della squadra. Non c’è stortura, dissenso, parola di contrasto, né tantomeno immagine di contrasto nella Germania di Adolf Hitler. L’apparato burocratico e poliziesco del regime controlla ogni cosa, pone il suo sigillo su tutto e su tutti: siano svastiche o triangoli di molti colori o stelle di Davide gialle con sopra scritto: “Jude”, “ebreo”.
Nulla sfugge alla supervisione di Berlino, tutto sembra essere in “ordine” o meglio nell’ordine voluto dalla dittatura hitleriana e ottimamente gestita da Himmler con le SS e dagli alti papaveri della corte nazista: Martin Borman, Joseph Goebbels e la sua magistrale opera di propaganda martellante sulle menti e sui cuori di milioni di tedeschi, per non parlare degli Stati maggiori fanatizzati e fanatizzanti.
Il popolo tedesco, dunque, crede, obbedisce e combatte, mutuando alemannicamente il motto che Mussolini urlava dai balconi a quelle altre adunate oceaniche che plaudivano ogni notizia che portava l’Italia verso la catastrofe.
Eppure, nelle vie delle città tedesche, così ordinate e pulite, così pattuagliate e guardate a vista, la ribellione serpeggia, è carsica e si fa vedere senza volti, si mostra col timbro postale su una lettera che raggiunge una qualunque famiglia. Si apre la busta, si legge il contenuto. E’ un appello a non dare ascolto alla “vittoria finale” proclamata da Hitler; è un appello a muovere le coscienze e unirsi per sollevarsi contro la carneficina della guerra che porterà i Paesi tedeschi alla distruzione e alla più triste delle catastrofi. E’, poi, anche un appello al futuro, a riprendere in mano le sorti della nazione per farne uno dei capisaldi dell’Europa federalista, libera dai totalitarismi e unita in una confederazione di stati che perseguano la pace la solidarietà sociale come presupposto della rinascista continentale.
C’è una firma: “Die Weiße Rose“, “La Rosa Bianca“. Nessun nome. Ma qualcuno l’ha stampato quel volantino. E’ un ciclostilato comune, lo si può produrre facilmente. Meno facilmente lo si può fare alla luce del sole. Per questo, quando nel 1942 iniziano a circolare gli scritti de “la Rosa Bianca”, la Gestapo si attiva e si attiva anche la comune polizia del Reich. Ma nessuno riesce ad individuare gli autori di quelle missive.
La tecnica di resistenza che i membri della “Rosa” adottano è semplice: nessuna azione violenta, solo atti dimostrativi e scritti che mettano il dubbio nelle coscienze delle persone e che le spingano a reagire e a formare una sempre più vasta rete di opposizione al nazismo.
Diventano un grattacapo per il sacrale ordine costituito del nazismo: non si sa chi siano e sembrano molti, tanti. Spediscono lettere e opuscoli, scrivono slogan sui muri di Monaco di Baviera (dove si concentra il grosso della loro attività) e persino sui cancelli delle università.
La loro forza sta proprio nella loro debolezza: sono pochi giovanissimi studenti dell’Università “Ludovico Massimiliano” della capitale bavarese. Hans Sholl, sua sorella Sophie, Cristoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf. Cinque. Cinque studenti a cui si uniranno altri giovani e persino degli insegnanti.
Sono cattolici, ma hanno come speranza per il futuro anche un fondamento di socialismo: aspirano al federalismo sia tedesco che europeo e denunciano con vigore le atrocità delle truppe tedesche sui fronti. Hans Sholl è stato, infatti, sul fronte russo ed è tornato in tempo per raccontare ai suoi coetanei e amici ciò che ha visto: dalle tremende torture rivolte contro i popoli assoggettati dalle armi del Reich fino alla barbarie dei campi di concentramento. Ma pochissimi ci credono. E’ un insieme di racconti così terribili che, messo a confronto con la parabola ascendente del “meraviglioso” avvenire promesso da Hitler sembra impossibile. Ed invece è tutto vero.
Sophie è l’unica ragazza del gruppo e ha un grande costante slancio di lotta. Il suo motto è: “Uno spirito forte, un cuore tenero”.
La Rosa Bianca ciclostila in tutto sei opuscoli e li distribuisce tutti. I ragazzi si autofinanziano e tengono celata questa attività anche ai familiari più stretti.
Il 18 febbraio 1943 è l’inizio della fine della Rosa Bianca. Hans e sua sorella distribuiscono il sesto opuscolo proprio nella loro università in coincidenza con la fine delle lezioni. Con accuratezza piazzano i fogli in terra, vicino ad ogni aula. Li mettono sui parapetti e per le scale.
Hanno finito il loro lavoro di resistenza quando Sophie decide di andare a metterli anche all’ultimo piano. Nel mentre suona la campana e gli studenti escono. E’ allora che Sophie ha l’idea: lanciare un plico di volantini là, dall’alto, mentre gli studenti passano nell’atrio spazioso vicino al drappo rosso cadente con la svastica sopra. E’ un attimo: i volantini cadono. Hans la supplica di sbrigarsi.
I due ragazzi scendono ai piani sottostanti senza fretta, per non farsi notare, ma un bidello nazista li ha visti e li denuncia alla polizia. Inizia un calvario che li porta nel palazzo della Polizia di Stato di Monaco di Baviera. Sophie tiene testa agli ispettori e in un primo momento nega di appartenere alla Rosa Bianca. Arriva addirittura sul punto di essere rilasciata, ma la Gestapo trova in casa sua oltre un centinaio di francobolli e una macchina da scrivere che risulta compatibile con i caratteri con cui sono stati scritti gli opuscoli.
La ragazza e suo fratello vengono sottoposti ad un terzo grado in tutto e per tutto. Ne va dell’onore del Reich: farsi beffare da alcuni giovani studenti universitari sarebbe troppo per la Germania perfetta, ariana, superiore e millenaria che il fanatismo hitleriano sogna.
Racconta Franz Joseph Müller, uno degli scampati alle retate naziste contro la Rosa Bianca: «La Gestapo torturò Sophie Scholl per quattro giorni, dal 18 al 21 febbraio 1943. Sophie Scholl era la persona più forte all’interno del gruppo della Weisse Rose, la più determinata, la più sincera e la più attiva. […] Il cappellano del carcere che la vide poco prima dell’esecuzione testimonia che era senza paura, calma. L’uomo della Gestapo che conduceva l’interrogatorio le chiese alla fine: “Signorina Scholl, non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la Resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? Non prova dispiacere per questo?”, e lei rispose: “No, al contrario! Credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!”».
Quattro giorni di angoscia, cercando di evitare il coinvolgimento di molti altri compagni di resistenza al nazifascismo. Ma la Gestapo è organizzatissima e ha spie ovunque: collaboratori intrisi di fanatismo, altri prezzolati. E arrivano sino in Austria, ad Innsbruck, dove arrestano Christoph Probst, giovanissimo padre di tre figli, anche lui a pieno titolo un petalo della Rosa Bianca.
Agli alti gradi politici e militari di Berlino appare evidente che bisogna dare una “lezione” severa a questa gioventù che non si vuole piegare all’idea della “vittoria finale”, alla “grande tempesta d’acciaio” scatenata in tutto il mondo e che invita i tedeschi alla ribellione e a cacciare Hitler e la sua corte di assassini per evitare che l’intera Germania sia trascinata nella perennità della vergogna e dell’occupazione da parte degli alleati.
Il processo ad Hans, Sophie e Cristoph viene messo nelle mani del magistrato celebre per la sua scomposta direzione di quelli che sono chiamati “Tribunali del Popolo” e che, in realtà, sono solamente dei luoghi dove vengono insultati gli imputati e spediti o in campi di prigionia o alla morte o, in rari casi, all’ergastolo. Questo magistrato è la più celebre figura di inquisitore tedesco moderno: Roland Freisler. Un nome che diventerà una sinistra eco, come quello del medico Mengele o quello di cento altri boia nazisti. Più che un giudice è un nazista tutto d’un pezzo, così fedele ad Hitler da raggiungere in poco tempo la carica di segretario di stato nel ministero della giustizia del Reich.
Ha un’oratoria aggressiva, violenta. Non si fa nessuno scrupolo a deridere e a sbeffeggiare gli imputati. Li insulta a piacere e diviene, in poco tempo, il terrore dei tribunali tedeschi. Dove c’è Freisler non c’è giustizia (una parola che nella Germania nazista si fa fatica a ritrovare in qualche luogo di diritto), ma solo spietata repressione.
I tribunali tedeschi sono ovviamente solennemente imbardati di drappi rossi con la svastica e, in bella mostra, una colonna di marmo è sormontata dal busto di Adolf Hitler dietro alle spalle del presidente.
Freisler siede al bancone con militari e altri giudici. Indossa la toga rossa e il berretto con bardature dorate. E’ magro, ha grandi orecchie un po’ sventolanti e non sorride mai. Se non fosse reale, sarebbe il tipico nazista dei film di guerra, austero, perfido. Ma è reale, anche in questi suoi modi di essere proprio austero e perfido.
Hans, Sophie e Cristoph siedono alla sua destra, sul banco degli imputati. Il processo è una farsa: la difesa praticamente non apre bocca e Freisler interroga personalmente i tre giovani. Li irride, li chiama “inferiori” e contesta loro persino lo “spreco di carta” che avrebbero fatto con i loro volantini.
A Cristoph rimprovera di essere un cattivo padre; ad Hans un pessimo soldato e a Sophie dà apertamente della traditrice. Quando tentano di difendersi, vengono subito zittiti dall’isteria del giudice.
La farsa dura cinque ore soltanto. La sentenza è inequivocabile: «Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte.».
La legge prevede novanta giorni prima dell’esecuzione della sentenza: un tempo in cui si potrebbe fare ricorso, appellarsi ad altre istanze processuali. Ma ai tre ragazzi non viene lasciato nemmeno un giorno in più da vivere su questa terra.
E’ il 22 febbraio 1943. Sophie e Hans fanno appena in tempo ad abbracciare per un’ultima volta i genitori e a stringersi a Cristoph. Poi vengono portati verso la camera delle esecuzioni. Non c’è un plotone di esecuzione o una corda ad attenderli, ma la lama della ghigliottina. Sophie è la prima. Hans va per secondo. E la macabra processione termina con Cristoph. Dicono che Hans, prima che la lama calasse sul suo collo, abbia gridato: “Freiheit lebendig!”, viva la libertà…!
Questi giovani che avevano spaventato a morte la possente macchina propagandistico-bellica del Terzo Reich non sono stati dimenticati. Poco tempo dopo, gli alleati, lanciarono sulle città della Germania volantini inneggianti all’invasione e alla liberazione del Vecchio Continente dalla barbarie nazista. Quei volantini erano scritti della “Rosa Bianca”.

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