La Spada che Guarisce:
Una Difesa della Nonviolenza Attiva
di George Lakey

Tratto da La Nonviolenza e’ in Cammino

[Dal bel mensile diretto da Goffredo Fofi "Lo straniero", n. 18, ottobre 2001 (sito: www.lostraniero.net). Su George Lakey riportiamo dalla stessa rivista la seguente breve presentazione: "George Lakey e' direttore di 'Training for Change'. E' stato trainer alla 'Martin Luther King School fors
Social Change' e ha partecipato a numerose azioni di disobbedienza civile: insieme a minatori, metalmeccanici, homeless, carcerati, gay e lesbiche russe, attivisti sudafricani e srilankesi. E' stato co-fondatore del Movimento per una nuova societa', che negli ultimi vent'anni ha sperimentato forme di lotta innovative, ed e' autore di A manual for direct action, opera che fu ritenuta fondamentale dal movimento per i diritti civili nel Sud negli anni Sessanta. L'articolo che segue mette in discussione il libro di Ward Churchill Pacifism as Pathology: Reflections on the Role of Armed Struggle in North America , Arbeiter Ring Winnipeg, Canada 1998"]

Il libro di Ward Churchill dal titolo Pacifismo come patologia: Riflessioni sul ruolo della lotta armata in Nord America e' diventato un punto di riferimento fondamentale per molti di quei "nuovi attivisti" che hanno fatto notizia nella "battaglia di Seattle", a Washington D. C., a Filadelfia, a Los Angeles, a Praga e nelle altre manifestazioni contro l'ingiustizia economica e sociale. Ward Churchill e' impegnato attivamente nellíAmerican Indian Movement e in altri gruppi, e' uno scrittore prolifico e professore di studi etnici all'universita' del Colorado.
Nel periodo in cui ho frequentato i "nuovi attivisti", ho deciso di scrivere un articolo in risposta al libro di Churchill, e sono stato ulteriormente stimolato a farlo dopo aver partecipato insime a lui a un dibattito pubblico tenutosi a Boulder nel febbraio del 2001. Il nostro scambio di vedute si e' svolto in un'atmosfera interessante e vivace; il pubblico ha sottolineato quanto fosse importante assistere alla discussione tra due attivisti di lunga data, con punti di vista concretamente diversi, che affrontano, in veste di alleati, i pericoli che minacciano il comune campo d'azione. Ward e io siamo entrambi alla ricerca di fonti di potere che siano in grado di spezzare le catene dell'ingiustizia e dell'oppressione e che, allo stesso tempo, possano occuparsi della guarigione di questo dilaniato pianeta Terra e della sua gente maltrattata e offesa. Martin Luther King definiva l'azione nonviolenta "la spada che guarisce", ed e' per questo che ho intitolato questo saggio con le parole di King. Comincero' enunciando alcuni punti su cui Ward e io concordiamo, per poi mettere in discussione altre posizioni sostenute da Ward nel suo libro.
*
In cosa posso concordare con Ward Churchill?
Siamo d'accordo nel sostenere che il mondo e' saturo di ingiustizie, di sfruttamenti e che l'atteggiamento dell'uomo nei confronti del pianeta lo ha condotto in un vicolo cieco. Entrambi abbiamo subito personalmente l'oppressione a causa delle nostre origini proletarie; il fatto che lui fosse indigeno e io gay ha accentuato la crudelta' e il dolore provocati da questa oppressione. Non nutriamo alcuna illusione sugli intenti del capitalismo, dei sistemi autoritari a struttura piramidale e del micidiale Impero Statunitense. Quando analizziamo i risultati dei movimenti sociali dell'ultima meta' di questo secolo, provo la stessa delusione di Ward nell'osservare che i movimenti di cui i sostenitori della nonviolenza celebrano il successo non abbiano piu' conseguito vittorie rilevanti. Il razzismo imperversa ancora negli Stati Uniti nonostante i risultati concreti ottenuti dal movimento per i diritti civili, cioe' la pari opportunita' di alloggio, il diritto di voto e il compimento dell'azione affermativa. L'industria nucleare continua a vendere all'estero i suoi letali impianti e avvelena gli Stati Uniti con le sue scorie radioattive, nonostante il movimento antinucleare sia riuscito a interrompere la costruzione di nuovi impianti all'interno del paese. L'Impero Statunitense continua a effettuare i suoi interventi militari all'estero, diventando cosi' il "global killer" numero uno dei nostri
giorni, sebbene il movimento contro la guerra del Vietnam sia riuscito a creare una "sindrome del Vietnam" in grado di imporre qualche restrizione ai potentati statunitensi (1). Ma se condivido il disappunto di Ward nell'osservare che questi e altri movimenti non abbiano conseguito maggior successo, sono di opinione opposta quando celebro i risultati che invece abbiamo ottenuto. Sono dell'idea che noi attivisti possiamo accrescere le nostre potenzialita' con una combinazione di autocritica e autoaffermazione, piuttosto che giudicando solo a posteriori il nostro operato. Concordo nel dire che a volte i pacifisti pecchino di autocompiacimento e si considerino piu' giusti e virtuosi degli altri; si dimostrano refrattari al dibattito onesto e pragmatico sulle linee d'azione da intraprendere, e preferiscono un'ideologia morale che possa evitar loro un'aperta considerazione delle alternative. Ward sostiene che la storia degli attivisti nonviolenti dimostra la loro disponibilita' ad affrontare gravi rischi, sacrificando le proprie vite in favore del cambiamento sociale. D'altro canto, pero', molte proteste nonviolente si sono accontentate di testimonianze garbate e arresti ritualizzati, minimizzando il rischio e minimizzando cosi' anche l'effetto. Concordo con questo tipo di critica. Sono d'accordo anche sul fatto che escludere dogmaticamente il conflitto armato dalla discussione, invece di vagliare i pro e i contro del combinare
tattiche violente e nonviolente, non contribuisce alla creazione di una strategia. Al dibattito di Boulder ho sottolineato che quello di cui il nostro movimento ha piu' bisogno e' una strategia a lungo termine. Convengo con Ward quando sostiene che il miglior modo di riflettere sui modi della lotta e' farlo a livello pragmatico: quali sono i mezzi che hanno maggiori possibilita' di ridurre la sofferenza, aumentare la giustizia e creare una nuova societa'? Questo saggio, dunque, si concentra soprattutto sulla pratica. Rispondero' alle sfide proposte da Ward in termini di realta' pratiche e concrete. Contestero' alcune sue affermazioni su un piano prettamente pragmatico. Mettero' in discussione la sua interpretazione di alcuni momenti storici in base a cio' che erano a quel tempo le realta' del potere. E descrivero' alcuni movimenti che hanno imparato, dalla loro stessa esperienza pratica, che la lotta intrapresa avrebbe conseguito maggiori risultati con l'azione diretta nonviolenta che con la violenza.
*
Esiste una strategia per una rivoluzione violenta negli Stati Uniti? Ward scrive che il suo intento e' riportare alle giuste proporzioni il pacifismo e mettere in discussione il suo autocompiacimento morale. Sostiene di non avere intenzione di articolare una strategia di lotta armata per gli Stati Uniti; questo rappresenta un compito a se' stante. In realta', la "rivoluzione violenta" e la "rivoluzione nonviolenta" si trovano, questa volta, sulla stessa barca: entrambe sono sprovviste di una chiara e dettagliata strategia per gli Stati Uniti. La necessita' di un pensiero strategico e' enorme sia tra i sostenitori della lotta armata che tra quelli della lotta nonviolenta. Negli Stati Uniti, l'ultima volta in cui molti attivisti hanno parlato seriamente di "rivoluzione" - verso la fine degli anni Sessanta - l'attivista socialista e scrittore Martin Oppenheimer si e' trovato a discutere pubblicamente con i leader degli attivisti che sostenevano l'uso della violenza ma non riuscivano a creare una strategia. Per agevolare il compito a loro e a se stesso, scrisse un libro, The Urban Guerrilla (2), in cui concepiva due diverse strategie che prevedevano l'impiego della lotta armata e poi ne valutava le probabili conseguenze. A livello pragmatico entrambe le strategie di lotta armata conducevano alla sconfitta della democrazia e della giustizia. In questo caso, gli attivisti che non siano mossi dall'unico intento di esprimere se stessi, ma che mirino a una reale trasformazione, hanno la necessita' di mettere a punto una strategia persuasiva per una rivoluzione che impieghi la lotta armata. Questa strategia ancora non esiste. Il modo in cui ci apprestiamo a formulare una strategia e' influenzato dalle nostre idee su come funziona il mondo, e pertanto puo' essere utile metterle a confronto. Ma, per quanto si possa discutere su tali idee, nulla potrebbe sostituire l'enorme sforzo necessario alla creazione di una strategia. Poiche' molti attivisti di oggi operano all'interno di college e universita', e la maggior parte sono benestanti e quindi in grado di concedersi il tempo per realizzare questo sforzo, la mia speranza e' che accettino la sfida!
*
Il pacifismo e' un valore assiomatico tra i progressisti negli Stati Uniti? Nel suo libro Ward sostiene che il pacifismo e' l'ideologia dell'azione politica nonviolenta, ed e' considerato assiomatico tra le correnti principali dei progressisti in Nord America. Se con cio' vuole dire che l'azione nonviolenta e' intrinseca al modo in cui gran parte dei progressisti conducono le loro campagne nazionali per il cambiamento, in tal caso non sono d'accordo. Alcuni anni fa fui chiamato a Washington D. C. per un incontro con una vasta coalizione progressista che stata lavorando per promuovere una legge in sostegno dei poveri e dei lavoratori. La loro campagna non stava dando alcun frutto e mi chiesero di aiutarli a progettare una serie di proteste nonviolente. La mia prima domanda al gruppo dei leader nazionali fu: "Dov'e' l'energia di rivolta nella vostra coalizione?". Silenzio. Alla fine, cominciarono a raccontare di come diversi gruppi militanti erano rimasti talmente delusi da abbandonare la coalizione. In breve, non era rimasta alcuna energia di rivolta. "In tal caso, dissi, questo incontro non durera' a lungo. Non si puo' mettere a segno un'azione diretta nonviolenta di grande impatto se non si ha a disposizione una tale spinta. Avete gestito questa campagna come una convenzionale operazione di propaganda politica e non potete, all'ultimo minuto, fare retromarcia e diventare un movimento di protesta nonviolenta!". Questo e' solo uno dei tanti esempi. La maggior parte dei leader progressisti in Nord America sono impegnati nell'ingrato compito di sostenere metodi convenzionali come campagne elettorali, propaganda politica, azioni legali, petizioni, compilazione di lettere, pubbliche relazioni e simili, invece di volgersi all'azione nonviolenta. E' sempre stato cosi'. Quando Martin Luther King comparve sulla scena in qualita' di leader dei diritti civili, i gruppi gia' affermati speravano che lui e le sue tattiche nonviolente scomparissero al piu' presto nel nulla: confidavano nella propaganda e nelle azioni legali. Perfino il movimento operaio, nato dalla militanza nel XIX secolo, al giorno d'oggi preferisce sostenere i candidati elettorali piuttosto che organizzare scioperi. E' comprensibile che, a questo proposito, le opinioni di Ward differiscano dalle mie, poiche' usiamo parole simili ma in realta' siamo intenti a osservare fenomeni diversi. Nel suo libro Ward usa le parole "pacifismo", "nonviolenza" e "rivoluzione nonviolenta" come fossero intercambiabili, sebbene nella pratica risultino assai diverse. La nonviolenza, o (come preferisco chiamarla) l'azione nonviolenta, e' usata soprattutto in manifestazioni che hanno origine a livello popolare, quando le persone hanno bisogno di "agitazione di piazza" per conseguire uno scopo. Manifestazioni, sit-in, occupazioni, scioperi, boicottaggi: vi sono molti metodi di azione nonviolenta di cui leggiamo sui giornali ogni giorno, e la gente li usa perche' spesso funzionano meglio dei mezzi piu' convenzionali, come la propaganda politica o le petizioni. Le organizzazioni professionali di opposizione a livello nazionale non prevedono, come ho detto, l'azione diretta nonviolenta nelle loro teorie, ma gli attivisti che partono da una base popolare la impiegano spesso proprio perche' il piu' delle volte funziona, per salvare gli alberi, ottenere alloggi per i senzatetto, per costringere a cambiare la politica sull'Aids o per indurre le industrie manifatturiere di abbigliamento a non rifornirsi piu' dalle aziende che sfruttano i propri dipendenti. Negli Stati Uniti l'azione nonviolenta e' usata soprattutto dalla classe operaia e dai poveri, piu' dalle persone di colore che dai bianchi, e piu' dai giovani che dagli anziani. Sebbene gran parte dell'azione nonviolenta negli Stati Uniti sia attuata dalle organizzazioni che si basano su comunita' di persone appartenenti alla classe operaia, anche i sindacati, le comunita' di omosessuali, di portatori di handicap, di ambientalisti, studenti e altri ne hanno fatto largo uso. Il "pacifismo", d'altro canto, e' una ideologia, un sistema di teorie atto a stabilire che e' immorale ferire o uccidere delle persone per il conseguimento del proprio scopo. I pacifisti credono che il fine non giustifichi un assassinio. Inoltre, il loro modo di intendere il fenomeno di causa ed effetto li induce a pensare che un giusto fine provenga dai giusti mezzi usati per ottenerlo, come una buona torta nasce dall'uso di buoni ingredienti. Sostengono che secondo la moralita' e il buon senso noi dobbiamo "vivere in prima persona il cambiamento che desideriamo venga realizzato". Probabilmente i pacifisti piu' conosciuti dagli statunitensi sono Martin Luther King Jr., Cesar Chavez, fondatore e capo della United Farmworkers, e Mohandas K. Gandhi. La stragrande maggioranza di quanti si dedicano all'azione nonviolenta negli Stati Uniti non sono pacifisti. Il dottor King sapeva bene che la maggior parte degli afroamericani che rischiavano la vita nelle campagne di protesta organizzate da lui non erano sostenitori del pacifismo; usavano l'azione nonviolenta in modo circostanziale. E vi sono molti pacifisti che raramente partecipano ad azioni nonviolente, raramente scendono in strada, scioperano o fanno ricorso alla disobbedienza civile. Quindi mischiare "pacifismo" e "nonviolenza", come fa Ward, confonde le idee piu' che chiarirle. Mischiare "azione nonviolenta" e "pacifismo" con "rivoluzione nonviolenta" intorbida ancor di piu' le acque. Il "Manifesto for Nonviolent Revolution" (3), la dichiarazione piu' enunciata tra quelli che sostengono questo atteggiamento, e' molto piu' radicale di quanto siano in grado di sostenere la maggior parte dei pacifisti e quelli che fanno uso dell'azione nonviolenta. Il "Manifesto" auspica la fine del capitalismo imprenditoriale, del sistema stato-nazione, e della distruzione ambientale. Condanna la societa' patriarcale, il razzismo e gli altri sistemi di oppressione sociale. Mira alla creazione di un ordine sociale enormemente diverso, in cui la liberta' possa prosperare, le imprese economiche siano democratiche e gli esseri umani vivano in pace con il pianeta. Di gran lunga piu' radicale dei marxisti-leninisti, il "Manifesto" cerca di imparare dalle sconfitte della Sinistra per avvicinarsi al futuro in modo nuovo e creativo.
*
Gli ebrei vennero assassinati nel corso di un Olocausto nonviolento? Il risultato piu' estremo - e doloroso - del confondere queste parole risiede nella descrizione che fa Ward dell'esperienza ebrea dell'Olocausto. Innanzitutto egli esagera nel tacciare gli ebrei come passivi di fronte all'Olocausto. E' molto importante da parte nostra onorare i coraggiosi ebrei che hanno combattuto contro il genocidio (4). In secondo luogo sostiene che gli ebrei che furono costretti al silenzio con l'intimidazione, o che negavano cio' che stava accadendo, mettevano in atto l'azione nonviolenta! "La storia ci fornisce pochi modelli di paragone tramite cui asserire l'efficacia dell'opposizione nonviolenta alle politiche di stato, almeno in termini delle proporzioni e della rapidita' con cui le conseguenze si sono abbattute sui soggetti passivi" (5). Quelli tra noi che sono stati impegnati nell'azione diretta nonviolenta sanno la differenza che c'e' tra azione e passivita'. Basta prendere parte a una discussione tra lavoratori che decidono se fare sciopero per riconoscere subito la differenza tra quelli attivi e quelli passivi. Basta ascoltare una comunita' che discute se difendersi o meno dalla realizzazione di un nuovo deposito di rifiuti tossici per riconoscere la differenza tra attivo e passivo. Negli anni Trenta Gandhi si preoccupava delle tendenze mostrate dalla Germania nazista e scrisse a un rabbino berlinese chiedendogli di organizzare al piu' presto una resistenza e mobilitare il maggior numero possibile di ebrei e alleati per affrontare tale minaccia. Ovunque Gandhi notasse atteggiamenti passivi in una situazione di ingiustizia, chiedeva che venissero sostituiti da una resistenza nonviolenta attiva. In realta', Gandhi si opponeva alla passivita' con tanta fermezza da consigliare che, in caso di una malefatta a cui fosse possibile rispondere solo con la passivita' o con la violenza, bisognerebbe scegliere quest'ultima! Naturalmente Gandhi credeva che nella vita reale vi fossero sempre piu' di due scelte possibili, e che l'uomo fosse in grado di creare e intraprendere efficaci azioni nonviolente.

TOP