Una disfatta della logica e qualche speranza per il futuro
di  Antonio Cianciullo
19 dicembre 2009


COPENAGHEN - E' come se avessero proposto di scalare l'Everest in tuta e scarpe da ginnastica. Tra l'obiettivo dichiarato, mantenere l'aumento di temperatura sotto i 2 gradi a fine secolo, e gli strumenti messi a disposizione per tentare l'impresa c'è un abisso. La conferenza di Copenaghen si è conclusa con una disfatta della logica.

Almeno da vent'anni gli scienziati spiegano in modo diffuso che il continuo aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera rischia di produrre un global warming inconciliabile con la presenza di diversi miliardi di esseri umani sul pianeta. In assenza di adeguate contromisure si profila uno scenario agghiacciante e i primi segnali sono già visibili: aumento delle alluvioni e degli uragani, avanzata delle aree desertificate, crescita del livello dei mari.

E' per questo che gli oltre cento capi di Stato e di governo che si sono presentati all'appuntamento di Copenaghen hanno descritto come necessaria, improcrastinabile e prioritaria la battaglia contro il caos climatico fissando il limite dei 2 gradi di aumento entro la fine del secolo come la barriera da non superare per evitare il collasso degli ecosistemi indispensabili alla sopravvivenza dell'umanità. Ma per arrivare a un obiettivo bisogna stabilire percorso e strumenti. L'Ipcc, la task force scientifica delle Nazioni Unite, ha indicato il percorso e gli strumenti: un taglio delle emissioni di gas serra (prodotti bruciando combustibili fossili e deforestando) del 25 - 40 per cento al 2020, un taglio del 50 per cento al 2050.

Queste cifre sono sparite dal testo dell'accordo di Copenaghen. Così come è sparito il carattere vincolante degli impegni. Allo stato dei fatti, dal punto di vista pratico, l'accordo è una burla. Il direttore internazionale di Greenpeace lo ha detto con chiarezza: in questa situazione si va verso un aumento di temperatura di "3 gradi che mina l'esistenza stessa della nostra civiltà".

Tuttavia non è detto che il bilancio della conferenza di Copenaghen, affossata anche a causa di una gestione rigida che ha creato un clima di irritazione generale, resti a lungo negativo. C'è una parte piena del bicchiere (oggi molto meno della metà) che potrebbe crescere.

Innanzitutto è stata decisa la creazione di un fondo per il trasferimento delle tecnologie pulite ai paesi meno industrializzati. E questo fondo, partendo da una base di 10 miliardi di dollari l'anno, andrà crescendo fino a raggiungere i 100 miliardi di dollari l'anno nel 2020. Sono finanziamenti in parte pubblici e in parte privati e non è ancora ben chiaro in che modo verranno gestiti. Tuttavia rappresentano una bella spinta in direzione della green economy.

E poi i due principali protagonisti della scena dell'inquinamento globale, Stati Uniti e Cina che totalizzano assieme il 41 per cento delle emissioni, sono stati coinvolti nel processo di stabilizzazione del clima. Erano ai margini della scena e sono diventati attori. Entrambi hanno buoni motivi per fare di più sia per fuggire da un problema crescente (i danni climatici che provocano uragani come Catrina e l'avanzata del deserto che minaccia Pechino) che per rafforzare la parte più dinamica delle loro industria, quella che si candida a conquistare un ruolo di primo piano nel settore della green economy. E' probabile che in un tempo non lungo il loro impegno si moltiplicherà. Ma è certo che nel frattempo il rischio climatico aumenterà. L'attesa non è gratis.

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