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Giovedì 05 Agosto 2010 21:23
Associazione di Amicizia Italo-Palestinese
28 luglio 2010

La Lenta Morte della Democrazia Palestinese
di Mustafa Barghouthi

tradotto da Mariano Mingarelli

La cancellazione delle elezioni municipali nella West Bank segna un altro ostacolo per istituzioni democratiche. Questo è un male per i palestinesi ed è un male per la pace.

Era previsto che la settimana scorsa ci sarebbero state le elezioni municipali. Invece sono state annullate. Una dichiarazione rilasciata dall’Autorità Palestinese ha affermato che la cancellazione era “per preparare la strada a una conclusione positiva dell’assedio di Gaza e per proseguire nell’impegno mirante all’unità” tra Hamas, che gestisce la Striscia di Gaza, e il governo nella West Bank.

L’annullamento di tali elezioni è stato un atto privo di giustificazioni, illegale e inaccettabile. Esso nuoce ai diritti democratici e deride gli interessi del popolo palestinese.

Ma questa è molto più di una questione interna palestinese. La sola pace durevole tra israeliani e palestinesi avrà le sue basi  in un accordo negoziato  tra due democrazie – questo è stato il caso per l’Europa e questo sarà per il Medio Oriente.

La lotta dei palestinesi per la democrazia è stata lunga e responsabile. Di contro alle poche probabilità di riuscita, siamo stati in grado di costruire una straordinaria società civile capace di sopravvivere all’oppressione dell’occupazione israeliana e colmare il vuoto prodotto dalla mancanza di un governo centrale. Abbiamo sviluppato  sistemi sanitari e didattici non governativi paralleli, costruito 17 università e fondato migliaia di organizzazioni di comunità locali. Abbiamo sviluppato perfino programmi per cittadini disabili, ad opera della società civile e fondati sulla comunità di base, che hanno ricevuto un riconoscimento mondiale.

Il governo israeliano ha appoggiato per lungo tempo solo a parole la democrazia palestinese, mentre nel contempo reprimeva le iniziative che portavano a risultati che esso non gradiva. Nel 1976, l’allora Primo Ministro Shimon Peres offrì l’illusione della costituzione di una dirigenza locale promovendo elezioni municipali che avevano lo scopo di stemperare l’autorità dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Con grande sorpresa di Peres, il 90% dei palestinesi votò a favore dell’OLP, per liste elettorali a favore dell’indipendenza. Nei due anni successivi, il governo israeliano – quello stesso che si è autoproclamato modello di democrazia – deportò i vincitori delle elezioni e sciolse i consigli locali.

Con la creazione dell’Autorità Palestinese, avvenuta negli anni 1990, sperammo che si realizzasse un’autentica democrazia. Tuttavia, fummo costretti a sopportare tentennamenti azzardati tra elezioni popolari riuscite e i tentativi – sia di tipo autolesionista che di provenienza esterna – di annientare le istituzioni della nostra fragile democrazia. I palestinesi attesero fino al 1996 per esprimere il loro voto alle prime elezioni parlamentari, mai avvenute in precedenza, per l’assegnazione dei seggi nel neo-costituito Consiglio Legislativo Palestinese (PLC). Ricordo ancora il sorriso di una donna di settant’anni, di nome Fatema, quando mi raccontò, “Questa è la prima volta nella mia vita che posso votare.”

Ma questa felicità non è durata a lungo. Abbiamo dovuto aspettare 10 anni, fino al 2006, per tenere nuove elezioni parlamentari. Sebbene queste elezioni fossero state elogiate dal mondo intero – l’ex-presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter le definì “oneste, imparziali e affidabili” – gli esiti non vennero mai accettati da Israele o dalla maggior parte dei governi occidentali perché non piacque loro il risultato: Hamas aveva prevalso con la maggioranza dei seggi.

Perfino quando i palestinesi riuscirono a creare un governo di unità nazionale, che rappresentava il 96% dell’elettorato palestinese, venimmo sottoposti ad assedio e a embargo. Tale fatto contribuì a prolungare il conflitto tra Fatah e Hamas, che, nel 2007, portò a una divisione interna tra la West Bank e Gaza. Esso determinò anche la cancellazione delle elezioni per il PLC che avrebbero dovuto aver luogo a gennaio.

Questo è il contesto nel quale va inserita la decisione dell’Autorità Palestinese di cancellare le elezioni municipali nella West Bank che erano in programma per il 17 luglio – e la pronta adesione degli Stati Uniti e dei governi europei all’abrogazione dei processi democratici.

La maggior parte dei palestinesi accetta l’impossibilità che vengano svolte le elezioni presidenziali e parlamentari  prima della risoluzione della divisione tra West Bank e Gaza. Ed è proprio per questo motivo che tutti  i partiti politici palestinesi e le organizzazioni della società civile, escludendo Hamas, concordavano sulla fondamentale importanza di svolgere nel tempo fissato  le elezioni municipali. L’unica alternativa sarebbe stata la nomina di nuovi consigli locali fatta da parte dell’autorità esecutiva, che di per se stessa non è stata approvata dal PLC, privando così ulteriormente il popolo del diritto di scegliere i propri rappresentanti.

Abbiamo ritenuto le elezioni locali come un modo per mantenere vivi i semi dei principi e dei sistemi democratici, nonostante le pericolose dispute interne. Contestate in modo corretto le elezioni municipali sarebbero state un modo per ricordare ad ogni qualsivoglia autorità che è responsabile nei confronti del popolo. Era destinato, inoltre, a favorire i sistemi non-violenti per la soluzione delle divergenze interne, con il fornire ai palestinesi l’opportunità di esprimere i loro interessi usando mezzi democratici al posto della forza.

Il governo di Hamas ha impedito la registrazione dei votanti a Gaza, impedendo in tal modo che le elezioni vi avessero luogo. All’inizio, funzionari dell’Autorità Palestinese hanno deciso correttamente di procedere con le elezioni nella West Bank, fornendo ampie giustificazioni sul perché esse non avrebbero contrastato i tentativi di riconciliazione. Molti hanno fatto discorsi elogiando la funzione delle elezioni locali nella costruzione dello stato. Tuttavia, è divenuto subito chiaro che, anche se Hamas avesse boicottato le elezioni, Fatah avrebbe dovuto affrontare comunque la dura concorrenza dei partiti democratici non allineati.

Questo era evidente in tutte le maggiori città, comprese Hebron, Ramallah e Tulkarem.

Nondimeno, finché le elezioni non vennero cancellate il 10 di giugno, era apparso evidente che le votazioni avrebbero proceduto come fissato. La registrazione degli elettori ebbe luogo, vennero costituite le liste elettorali,  furono scelti gli scrutatori – e poi, pochi minuti prima che venissero chiuse le liste per la registrazione dei candidati, il governo della West Bank annunciò di aver spostato le elezione fino a nuovo avviso.

In tal modo, mentre il governo di Gaza bloccava le elezioni locali, il governo della West Bank le cancellava. Ciò ha prodotto un grande sgomento tra la gente, che non ha mai creduto alla giustificazione data  dall’Autorità Palestinese secondo la quale le elezioni sarebbero state cancellate nell’interesse della riconciliazione fra i palestinesi.

E, naturalmente, ciò solleva una questione fondamentale sul significato di “costruire lo Stato”. Questa espressione sta a significare qualcosa di più di nuovi progetti edilizi, di enormi edifici governativi e di un vasto apparato di sicurezza?

Non è questa la lezione che ci arriva da numerosi stati falliti sparsi per il mondo dalla quale si deduce che ciò che importa maggiormente è la costituzione di istituzioni legittimate e democraticamente rappresentative? Certamente questa è una parte importante della ragione per cui India e Brasile si sono affermati, mentre Somalia, Afghanistan ed altre hanno fallito.

I nostri difetti democratici non dovrebbero, tuttavia, essere utilizzati da Israele come scusante per una sottomissione protratta dei palestinesi nei Territori Occupati. Questa disumana prassi israeliana è ideata per fornire alla complicità di Israele una scusa per minare la nostra democrazia,  mentre sta coprendo l’enorme crimine della sua occupazione.

I palestinesi non vogliono uno Stato che lo sia solo di nome, con una bandiera e un inno. Noi vogliamo una nazione sovrana – non grappoli di Bantustan. E vogliamo uno Stato democratico dove possiamo scegliere i nostri leader e il nostro governo. Non li vogliamo designati da forze straniere, che affermano di agire in nostro nome. Uno Stato reale esige che il popolo viva il libertà e in prosperità, con dignità e pieni diritti – e non con costanti macchinazioni da una parte o dall’altra che sovvertono questo processo. Manovre di questo tipo servono solo a far poltiglia dei diritti democratici dei palestinesi e a far retrocedere la causa della pace.

 

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Palestine Monitor
22 July 2010

The Slow Death Of Palestinian Democracy
Dr. Mustafa Barghouthi

Palestinian municipal elections were supposed to be held last week. Instead, they were canceled. A statement released by the Palestinian Authority claimed the cancellation was "in order to pave the way for a successful end to the siege on Gaza and for continued efforts at unity" between Hamas, which governs the Gaza Strip, and the government in the West Bank.

The cancellation of this election was an unjustified, unlawful, and unacceptable act. It damages democratic rights and makes a mockery of the interests of the Palestinian people.

But this is far more than an internal Palestinian issue. The only lasting peace between Israelis and Palestinians will be based on a settlement negotiated between two democracies — this was the case in Europe, and it will be the case in the Middle East.

The Palestinian struggle for democracy has been long and painstaking. Against long odds, we succeeded in constructing a remarkable civil society in order to survive the oppression of the Israeli occupation and to fill the void left by the lack of a central government. We developed parallel nongovernmental health and educational systems, built 17 universities, and established thousands of local community organizations. We even developed grassroots, community-based rehabilitation programs for disabled citizens, which received worldwide recognition.

The Israeli government has long paid lip service to Palestinian democracy while simultaneously crushing initiatives that produced results it didn’t like. In 1976, then Israeli Prime Minister Shimon Peres offered the illusion of local leadership by launching municipal elections, which were meant to dilute the authority of the Palestine Liberation Organization (PLO).

To Peres’s great surprise, 90 percent of Palestinians voted for pro-PLO, pro-independence electoral lists. Within two years, the Israeli government — that self-proclaimed paragon of democracy — deported the election’s victors and dismissed the councils.

With the creation of the Palestinian Authority in the 1990s, we hoped to have a true democracy. However, we were forced to endure wild swings between successful popular elections and efforts — both self-inflicted and foreign — to crush our fragile democratic institutions. Palestinians waited until 1996 to cast their votes in Palestine’s first-ever parliamentary election for seats in the newly created Palestinian Legislative Council (PLC). I still remember the smile of one woman, a septuagenarian named Fatema, when she told me, "This is the first time in my life I can vote."

But that joy did not last. We had to wait 10 years, until 2006, to hold parliamentary elections again. Although these elections were praised by the world — former U.S. President Jimmy Carter termed them "honest, fair, and safe" — the results were never accepted by Israel or most Western governments because they did not like the outcome: Hamas emerged with a plurality of the seats.

Even when Palestinians managed to create a national unity government, which represented 96 percent of the Palestinian electorate, we were kept under siege and embargo. This fact contributed to the protracted conflict between Fatah and Hamas, which led to the internal division between the West Bank and Gaza in 2007. It also resulted in the cancellation of the PLC elections that were supposed to take place in January.

This is the context in which one must consider the Palestinian Authority’s decision to cancel the West Bank municipal elections that were scheduled for July 17 — and the willing participation of the United States and European governments in the abrogation of the democratic process.

Most Palestinians accept the impossibility of holding presidential and parliamentary elections without first healing the division between the West Bank and Gaza. It is precisely because of this fact that all Palestinian political parties and civil society organizations, excluding Hamas, agreed on the vital importance of holding municipal elections on time. The only alternative would have been the appointment of new local councils by an executive authority, which itself is not approved by the PLC, thereby further depriving the people of the right to choose their representatives.

We saw local elections as a way of keeping the seeds of democratic principles and systems alive despite vicious internal disputes. Properly contested municipal elections would have been a means to remind each and every authority that they are accountable to the people. It was also intended to promote nonviolent means for resolving internal differences, by giving Palestinians an opportunity to express their interests through democratic means rather than the use of force.

The Hamas government prevented voter registration in Gaza, thus stopping elections from taking place there. At first, Palestinian Authority officials correctly decided to go forward with the elections in the West Bank, providing lengthy explanations for why they would not contradict reconciliation efforts. Many gave speeches lauding the role of local elections in building the state. However, it soon became clear that, though Hamas would boycott the election, Fatah would still face tough competition from unaligned, democratic parties. This was evident in all major cities, including Hebron, Ramallah, and Tulkarm.

Nevertheless, until the elections were canceled on June 10, it appeared that voting would go forward as scheduled. Voter registration took place, electoral lists were formed, observers were chosen — and then, a few minutes before the candidate registration lists were to be closed, the government in the West Bank announced that it was postponing the election until further notice.

So, while the government in Gaza prevented local elections, the government in the West Bank canceled them. This has caused great dismay among the people, who never believed the Palestinian Authority’s argument that the election was canceled for the sake of intra-Palestinian reconciliation.

And, of course, it raises a fundamental question about the meaning of "state-building." Doesn’t this term mean more than new construction projects, big government buildings, and a larger security apparatus? Isn’t the lesson from numerous failed states throughout the world that what matters most is the establishment of legitimate, representative democratic institutions? Surely this is a significant part of the reason why India and Brazil succeeded while Somalia, Afghanistan, and others have failed.

Our democratic shortcomings should not, however, be used by Israel as an excuse for the continued subjugation of the Palestinians in the occupied territories. This cruel Israeli practice is designed to provide an excuse for Israel’s complicity in undermining our democracy, while whitewashing the greater crimes of its occupation.

Palestinians do not want a state in name only, with a flag and an anthem. We want a sovereign nation — not clusters of Bantustans. And we want a democratic state where we can choose our leaders and our government. We do not want them appointed by foreign powers, who claim to act in our name. A real state requires that people live in freedom and prosperity, with dignity and full rights — and not with constant machinations from one party or another that subverts this process. Such maneuvering only squelches Palestinians’ democratic rights and sets back the cause of peace.

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