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2 Aprile 2010

Fayyad: «Uno stato palestinese entro il 2011»

Il quotidiano israeliano Haaretz pubblica un'intervista di Akiva Eldar al primo ministro palestinese.

Il primo ministro palestinese in un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz dice che l’anno prossimo «la nascita di uno stato palestinese sarà celebrata come un evento gioioso in tutta la comunità internazionale». Rispondendo alle domande del giornalista israeliano Akiva Eldar, una delle principali firme di Haaretz, Fayyad trasmette agli israeliani ebrei gli auguri per la Pasqua ebraica e dice di «sperare che anche gli israeliani parteciperanno ai festeggiamenti».
«Il tempo della nascita per questo bambino sta arrivando – dice Fayyad – E speriamo che possa essere entro il 2011. Questa è la nostra visione e la nostra volontà di vivere in dignità e libertà in una terra in cui siamo nati, accanto allo stato di Israele in completa armonia».
Eldar ricorda come Fayyad abbia accolto molto positivamente la decisione del Quartetto [Usa, Russia, Onu e Ue] di lavorare alla costruzione di uno stato palestinese entro 24 mesi. Una decisione che la stampa israeliana, e una buona parte di quella internazionale, hanno sottovalutato e dato con scarso rilievo, ma che segna, assieme all’apparente cambio di direzione della presidenza statunitense, una effettiva novità in Medio Oriente.
«Non vogliamo uno stato Micky Mouse, uno stato di resti – aggiunge ancora Fayyad nell’intervista con Haaretz – E se per una ragione o l’altra per l’agosto del 2011 il nostro piano dovesse essere fallito, sono sicuro che avremo ammassato una tale quantità di fatti positivi, sul terreno, da avere un credito così grande da imporre la realtà sul processo politico». Secondo Fayyad, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha ceduto ai coloni «che non rappresentano l’opinione della maggioranza degli israeliani. Abbiamo valori condivisi e la pace sarà fatta tra eguali, non tra padroni e schiavi».
Eldar nota che Fayyad appoggia la protesta popolare nonviolenta di posti come Bil’in e Naa’lin, e che ha crtiticato Israele per la dura risposte alle proteste: «E’ diritto di un popolo oppresso dire ‘Basta’. Da nessuno ci si può aspettare che sostenga l’ingiustizia, e meno che mai dai palestinesi che sopportano da decine di anni una dura occupazione. Non ciò per cui hanno lottato Gandhi e Luther King?».
A proposito di Gaza, secondo Fayyad, ciò che in Cisgiordania richiede un anno, a Gaza potrebbe essere fatto in un mese o due, perché il territorio è più piccolo e non ci sono le restrizioni interne che vive la Cisgiordania. Ovviamente se non ci fosse l’assedio. Glissa però Fayyad sul rapporto con Hamas, preferisce rispondere che «le persone di Gaza guardano anche a noi».

Rispondendo alle domande di Eldar, Fayyad dice che «risolvere il conflitto israelo-palestinese è certamente nell’interesse degli Stati uniti», ma che bisogna smettere di ragionare come se gli Usa dovessero schierarsi al fianco dei palestinesi o degli israeliani: «Entrambe le parti devono rispondere».
A proposito dei coloni, che «hanno una enorme presa sulla politica israeliana», Fayyad dice che risolvere la questione degli insediamenti è una questione di credibilità internazionale: «Come ci si può aspettare che ci sia la capacità affrontare gli altri temi se non si risolve questo?».
E su Gerusalemme, Fayyad dice di non aspettarsi che la «narrazione» palestinese possa essere accettata da Israele, ma almeno che il governo Netanyahu non pretenda di imporre la narrazione israeliana come l’unica accettabile e come base della politica verso la città. E la questione di Gerusalemme non va lasciata a una seconda fase dei negoziati: «Deve essere trattata all’inizio. I negoziati non possono essere sui principi, ma sugli accordi, sull’accesso, sui compromessi. Noi guardiamo alla questione da un punto di vista politico, questo è un conflitto politico, non possiamo permettere che diventi religioso o culturale perché peggiorerebbero le cose».
L’ultima domanda riguarda i profughi palestinesi. Eldar chiede se nel piano di Fayyad c’è posto anche per loro: «Certo. I palestinesi avranno il diritto di vivere nello

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