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12 Novembre 2010

Bibi ha vinto le elezioni di Midterm?
di  James Traub

E’ consuetudine consolidata che i politici americani non si schierano con i leader stranieri, quando questi si confrontano con il Presidente degli Stati Uniti. Non mi ricordo, per esempio, che i liberali democratici abbiano incoraggiato il Presidente francese Jaques Chirac quando sfidò il Presidente George Bush sull’Iraq, neppure credo che abbiano pensato che avesse ragione. Schierarsi con i francesi sarebbe sembrato antipatriottico e, naturalmente, stupido. Gli americani e così i loro leader politici, si schierano istintivamente con il loro Presidente per far fronte ad una sfida diretta proveniente dall’estero, a meno che il paese in questione sia Israele.

A testimonianza degli eventi di questi giorni: sembra che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu abbia deciso che si sia aperta la stagione su Barack Obama. Nel suo discorso di questa settimana a New Orleans, prima dell’assemblea generale della Federazione Ebraica del Nord America, non ha solo ripetuto la sua solita visione futura dell’Iran che rallenterà il suo programma nucleare solo di fronte ad una credibile minaccia militare, ma ha aggiunto,  gratuitamente e con discutibile riguardo, che il regime ha smesso di provare a costruire la bomba solo nel 2003, quando temette un attacco dal Presidente voi sapete chi.

Questo è stato, ovviamente, solo il preludio al melodramma della settimana in cui il Ministro degli Interni ha annunciato di aver approvato piani di costruzione per oltre 1.000 nuovi alloggi nella colonia di Har Homa a Gerusalemme est, una sfacciata provocazione per entrambi; i palestinesi, che vedono l’area come parte di un futuro stato di Palestina, e per Obama, che ha implorato il Presidente Netanyahu di congelare l’espansione edilizia nelle colonie come necessario gesto di buona fede verso i palestinesi. Quando Obama ha gentilmente obiettato che – questo tipo di attività non aiuta mai quando è in corso un negoziato di pace – l’ufficio di Netanyahu ha risposto; - Gerusalemme non è una colonia, Gerusalemme è la capitale dello stato di Israele – un asserzione perlopiù contestata, da quando Israele ha occupato Gerusalemme est, che non era inclusa nel suo mandato territoriale, dopo la guerra del 1967. Più tardi Netanyahu ha respinto la controversia come superata, “sfiorita”.

Sembra che Netanyahu abbia pensato, - posso dire a Obama cosa fare, perché oggi non è solo impopolare in Israele, ma anche indebolito in casa. E’ convinzione diffusa in Israele che il segretario particolare di Netanyahu abbia diminuito Obama presso il pubblico israeliano, orchestrando una campagna di sussurri e maldicenze e che, questo, sconta in parte la flessione subita da Obama durante le elezioni di midterm in USA. E che lui e il partito a cui appartiene, il Likud Party, hanno relazioni consolidate con il partito Repubblicano, con il quale condividono la stessa fede nel libero mercato, i profondi sospetti verso quasi tutti i regimi arabi, e la loro assenza di riguardi verso la catastrofe palestinese.

Anche i conservatori evangelici tendono ad essere appassionatamente pro-Israele. Perciò dopo il nuovo fiorire delle colonie, Daniel C. Kutzer, l’ex ambasciatore in Israele, ha dichiarato al New York Times che con i Repubblicani in ascesa, Netanyahu  “sente di avere mano libera”. (negli USA ndr)

Ho chiamato l’ufficio del Repubblicano Eric Cantor, per chiedergli se pensava anche lui che le cose stessero in questo modo. Cantor oltre a tante altre cose, ha espresso l’opinione, provocatoria, che gli aiuti a Israele vengano cancellati dal budget dell’assistenza estera, in modo che il suo partito non possa più finanziare paesi nemici e allo stesso tempo risparmiare su Israele. Non ho potuto parlare direttamente con Cantor, mi ha inviato delle note che si riferivano ad un intervento per  un programma Radio “Imus in the Morning”: - Non capisco come il Presidente voglia spingere il nostro miglior alleato in Medio Oriente a pensare che non vogliamo più finanziare la sua sicurezza. – e ha aggiunto, - E’ un’azione molto discutibile sbattere la porta in faccia al nostro alleato, Israele, - molti americani capiscono che la sicurezza di Israele è sinonimo di sicurezza per gli Sati Uniti. –

Certamente è straordinario pensare che la sicurezza di un paese possa essere sinonimo di sicurezza per gli Stati Uniti,  ancorché naturalmente anche ciò presuppone che la definizione di Nethanyahu della sicureza di Israele sia giusta, mentre quelle espresse dai suoi predecessori siano errate. Oppure è Cantor a sostenere che gli americani dovrebbero automaticamente accettare la definizione di Israele della propria sicurezza? Gli Stati Uniti non accettano automaticamente neppure la definizione che l’Inghilterra da della propria sicurezza.  Comunque sia Israele è sempre all’estrema destra del Partito Repubblicano ed è in una posizione di forza molto più rilevante oggi di quanto non fosse due settimane fa, e Netanyahu ha tutte le ragioni di pensare di avere le spalle coperte. Soprattutto per coloro che sostengono che le elezioni non hanno effetti sulla politica estera.

Netanyahu ha condotto questo gioco di triangolazioni anche in passato, ma senza successo. L’ultima volta che ricopriva la carica di Premier, dal 1996 al 1999, corteggiò i leader Repubblicani e la destra cristiana ponendosi come contrappeso nei confronti di Bill Clinton. Ma Clinton lo prese in contropiede organizzando colloqui di pace tra Israele e i Palestinesi a Wye Plantation nel 1998. Fu così grande la popolarità di Clinton in Israele che Netanyahu temette che una posizione intransigente a Wye Plantation potesse portare al collasso la sua coalizione di governo. Questo episodio diede corpo all’idea che Netanyahu realizzasse di non poter arrivare ad una rottura con Washington.

Ma quell’idea è ormai tramontata e Barak Obama non è Bill Clinton, almeno non in Israele. Daniel Levy, un esperto di Medio Oriente e fondatore dell’organizzazione liberale J Street, sostiene che i sostenitori di Obama abbiano sottostimato il problema, - Si dovrebbe pur sempre tener conto di Bibi tra gli oppositori interni di Obama. –

Come dovrebbe reagire Obama? Dopo quell’episodio del marzo scorso, quando il Vice Presidente Joe Biden parlò in Israele dell’incrollabile vincolo americano con lo stato ebraico, solo per essere oscurato dall’annuncio di Netanyahu che dava inizio alla costruzione di nuove colonie, Obama protestò e Netanyahu chiese scusa. Ma da allora il governo di Netanyahu si rifiutò di estendere la moratoria per le nuove colonie e la Casa Bianca gli coprì le spalle. Verso la fine di settembre l’amministrazione USA offrì a Tel Aviv una munifica lista di incentivi, includendo promesse di forniture militari, in cambio di soli 60 giorni di moratoria. Natanyahu declinò. L’amministrazione abbozzò ancora una volta. Il senatore John Kerry, democratico del Massachusets, in questi giorni in Israele, ha suggerito che i palestinesi possono essere richiamati ai negoziati con nuove concessioni.

Oppure Obama potrebbe andare a vedere il bluff di Netanyahu presentando ad entrambi una mappa che indica una proposta di soluzione territoriale, un’idea che sta acquistando peso. Netanyahu e il Presidente Mahmoud Abbas dovrebbero così decidere se accettare o meno questa mappa come punto d’inizio e mettere così fine alla disputa sulle colonie. Abbas potrebbe accettare. Ma l’ala destra di Netanyahu vorrebbe rigettarla mentre il Labour Party, anch’esso membro della coalizione di governo, potrebbe abbracciare l’idea. Netanyahu vorrà mettere di nuovo a rischio la sopravvivenza del suo governo? – Se lo fai sorridendo – dice Levy – potresti ripetere il 98-99 – e starci, come a Wye Plantation.

Gli alleati repubblicani del Likud negli Stati Uniti coprirebbero in fretta il rifiuto dell’offerta. Ma sarebbe una scelta politicamente saggia? Dopo tutto il generale David Petraeus ha dichiarato apertamente che il conflitto israelo-palestinese contribuisce all’inimicizia del mondo islamico nei confronti degli Stati Uniti. Una prova che gli interessi della sicurezza americana non sono sinonimo di quella di Israele. Sia Obama che Hillary Clinton hanno fatto loro questo tema: gli americani sceglieranno veramente Netanyahu e il Likud piuttosto che i loro leader civili e militari? Fino a che punto la lealtà di un alleato intransigente può sembrare una speciale giustificazione, oppure essere subordinata alla sicurezza nazionale in cambio di una politica di parte? E’ possibile quindi che non solo Netanyahu ma anche i suoi alleati “duri a morire” stiano giocando una partita pericolosa?



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November 12, 2010

Did Bibi Win the Midterms?
By James Traub

As a general rule, American politicians do not rally to the side of foreign leaders when those leaders directly confront the president of the United States. I don't, for example, recall liberal Democrats cheering on French President Jacques Chirac when he defied President George W. Bush on Iraq, even though they thought he was right. Siding with France would have seemed unpatriotic -- and, of course, stupid. The American people, and thus their political leaders, will instinctively line up behind the president in the face of a direct challenge from abroad. Unless the country in question is Israel.

Witness the events of recent days: Benjamin Netanyahu, Israel's prime minister, seems to have decided that it's open season on Barack Obama. In his speech this week in New Orleans before the general assembly of the Jewish Federations of North America, Netanyahu not only repeated his longstanding view that Iran will curb its nuclear program only in the face of a credible threat of military action, but added -- gratuitously, and with questionable accuracy -- that the regime had stopped trying to build a bomb only in 2003, when it feared an attack by President-You-Know-Who.

This was, of course, only a prelude to the melodrama of the week, in which Israel's Interior Ministry announced that it had approved plans to build 1,000 new homes in the Har Homa settlement of East Jerusalem -- a blatant provocation both to the Palestinians, who view the area as part of a future Palestinian state, and to Obama, who has implored the Netanyahu government to freeze settlement construction as a necessary good-faith gesture toward the Palestinians. When Obama gently demurred that "this kind of activity is never helpful when it comes to peace negotiations," Netanyahu's office shot back, "Jerusalem is not a settlement; Jerusalem is the capital of the State of Israel" -- an assertion almost universally disputed, since Israel seized East Jerusalem, which had not been included in its mandated territory, after the 1967 war. Netanyahu later waved off the controversy as "overblown."

Netanyahu appears to have been thinking, "I can tell Obama where to stick it, because now he's not only unpopular in Israel, but also weakened at home." It is widely believed in Israel that Netanyahu's close aides have been demeaning Obama to the Israeli public through an orchestrated whispering campaign and that this accounts in part for Obama's dismal poll ratings there. And he and his Likud party have longstanding ties to the Republican Party, which shares Likud's faith in free markets, its deep suspicion toward most Arab regimes, and its low regard for the Palestinian sense of grievance. Conservative evangelicals, an important GOP constituency, also tend to be passionately pro-Israel. Thus after the new settlement flare-up, Daniel C. Kurtzer, a former U.S. ambassador to Israel, told the New York Times that with the Republicans now in the ascendant, Netanyahu "feels that he's got a freer hand here."

I called the office of Rep. Eric Cantor, the Republican whip and the leading GOP voice on Israel, to ask whether he felt this was so. Cantor has, among other things, suggested that aid to Israel be removed from the foreign-assistance budget so that his party could zero out funding to unfriendly countries while sparing Israel. Cantor was unavailable to talk, but I was sent remarks he had just made on talk radio-host Don Imus's Imus in the Morning: "I don't understand how the president wants to push our best ally in the Middle East into a posture of thinking that we're not going to back their security." Cantor said that "it is very controversial" to "slam our ally, Israel," adding that "most Americans understand that Israel's security is synonymous with America's security."

Actually, it's extraordinary to think that any country's security can be "synonymous" with that of the United States, though of course even this assumes that Netanyahu's definition of Israel's security is right, while that of, say, former prime ministers Ehud Olmert and Ariel Sharon, or aspiring prime minister Tzipi Livni, is wrong. Or is Cantor saying that Americans should automatically accept Israel's own definition of its security? The United States doesn't automatically accept even Britain's definition of its own security. Whichever it is, the Israel-is-always-right wing of the Republican Party is in a much more powerful position today than it was two weeks ago, and Netanyahu would have every reason to believe that the GOP has his back. So much for those who say that the election had no effect on the conduct of foreign affairs.

Netanyahu has played this game of triangulation before, and not successfully. The last time he was prime minister, from 1996 to 1999, he courted Republican leaders and the Christian right as a counterweight to Bill Clinton. But Clinton cornered him by convening peace talks between Israel and the Palestinians at the Wye Plantation in late 1998. Such was Clinton's popularity in Israel that Netanyahu feared that an intransigent stance at Wye would lead to the collapse of his coalition government. This episode gave rise to the idea that Netanyahu understood that he could not permit a breach with Washington.

But that was then. Barack Obama is not Bill Clinton -- at least not in Israel. "I think the Obama folks have underestimated the problem," says Daniel Levy, a Middle East expert and a founder of the liberal Jewish organization J Street. "You almost have to count Bibi among Obama's domestic adversaries."

How, then, should Obama react? After a previous such episode in March, when Vice President Joe Biden spoke in Israel of America's unshakeable bond with the Jewish state only to be blindsided by Netanyahu's announcement of new settlement construction, Obama remonstrated and Netanyahu apologized. But then the Netanyahu government refused to extend the building freeze and the White House backed off. In late September, the U.S. administration offered Tel Aviv a lavish list of inducements, including promises of military hardware, in exchange for just a 60-day freeze. Netanyahu declined. The administration might once again choose accommodation. Sen. John Kerry (D-Mass.), in Israel this week, has already suggested that the Palestinians can be lured back to negotiations with other concessions.

Or, Levy asks, "Do you put a choice in front of him?" Obama could call Netanyahu's bluff by presenting both sides with a map indicating a proposed territorial solution, an idea which has begun to gain currency. Netanyahu and Palestinian President Mahmoud Abbas would then have to decide whether to accept such a map as a starting point and thus put an end to the wrangling over settlements. Abbas would almost certainly agree. Netanyahu's right-wing allies would denounce the idea, but Israel's Labor Party, also a member of his coalition, would embrace it. Would Netanyahu again risk the survival of his government? "If you do it smartly," says Levy, "you can repeat '98-9" -- that is, Wye.

Likud's Republican allies in the United States would be quick to give Netanyahu cover should he reject such an offer; you can only imagine what Cantor would tell Imus this time around. But would that be politically wise? After all, Gen. David Petraeus has openly stated that the Israeli-Palestinian conflict contributes to anger at the United States in the Islamic world -- not exactly a startling insight, but certainly proof that American security interests are not synonymous with Israel's. Both Obama and Secretary of State Hillary Clinton have taken up this theme. Are Americans really going to choose Netanyahu and Likud over their civilian and military leaders? At what point does allegiance to an intransigent ally look like special pleading, or like the subordination of national security to partisan politics? Is it possible, in other words, that not only Netanyahu but his Republican die-hards are playing a dangerous game?

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