http://it.peacereporter.net
27/05/2011

Palestina, le grandi manovre
di Christian Elia

Obama, Abbas, Hamas e Netanyahu: tutti al gran ballo della diplomazia

L'unica notizia è che le agenzie di stampa internazionali definiscono Mahmud Abbas 'omologo' di Shimon Peres. Quest'ultimo è infatti il presidente eletto d'Israele, mentre Abbas mantiene una carica impedendo le elezioni da anni. Nell'accordo di riconciliazione firmato con Hamas nelle scorse settimane, tra i vari punti, si prevedono elezioni entro la fine del 2011, ma senza fissarne la data.

Per il resto nessuna nuova. Che Peres e Abbas abbiano trattato in segreto nei mesi scorsi è un'ovvietà. Si sarebbero visti, di nascosto, a Londra, alcune settimane fa. Lo racconta il quotidiano israeliano Ma'ariv, secondo cui Peres è rimasto sorpreso e ferito dalla notizia della riconciliazione con Hamas. Nessuno ha commentato, come si fa quando le cose sono vere. Abbas e tutta la struttura dirigente del suo partito, Fatah, ha trattato per anni con Israele. Non sempre per il bene dei palestinesi, come raccontano i Palestinian Papers resi pubblici da al-Jazeera nei mesi scorsi.

Il governo israeliano, adesso, è nervoso. I confini si fanno agitati. L'Egitto, dove il processo del post-Mubarak è ancora in alto mare, non dà garanzie. Ieri hanno deciso, al Cairo, di riaprire senza condizioni il valico di Rafah, l'unica porta di Gaza verso il mondo. Una mossa, magari, politica dei militari che si trovano ad affrontare la rabbia popolare, a causa dalla lentezza del cambiamento. Non vuol dire che la linea delle relazioni internazionali tra il Cairo e Tel Aviv sia mutata per sempre, ma l'assenza di certezze nello scenario egiziano preoccupa non poco il governo d'Israele.

Anche in Giordania la situazione non è serena. La monarchia hashemita, per ora, pare solida, ma molte cose si muovono all'interno della società giordana. Non è detto affatto, inoltre, che la situazione in Siria non degeneri al punto di influenzare anche la Giordania. Hezbollah, al confine settentrionale d'Israele, è sempre saldamente al suo posto. E l'appoggio Usa, di questi tempi, non è granché.

Almeno sembra. Il presidente Usa Obama, durante la visita ufficiale del premier israeliano Netanyahu negli Stati Uniti, è sembrato molto lontano dalle posizioni dei 'falchi' d'Israele. ''I confini del '67'', un mantra. Salvo poi, dicono a Ma'ariv dopo un colloquio riservato tra Obama e Peres, specificare che la Casa Bianca non si aspetta che la nascita di uno stato palestinese passi da un voto dell'Assemblea Generale dell'Onu a settembre. Quindi Obama, in pochi giorni, fa passare per una grande conquista il mero riconoscimento (quello dei confini del 1967) di un diritto dei palestinesi e nega il diritto sovrano dell'Assemblea Onu di pronunciarsi sulla nascita di uno Stato che il diritto internazionale reclama dal 1948.

Gli Usa non abbandoneranno mai Israele. Questo è un fatto. Abbas, pressato dall'opinione pubblica interna palestinese, si è riconciliato con Hamas. Ma forse l'accordo (necessario anche ad Hamas, che sta per perdere Damasco come base 'politica') è meno inviso a Israele e Usa di quello che a livello di dichiarazioni ufficiali si fa pensare all'opinione pubblica. Non è un mistero che, da tempo, si tratta per quali territori scambiare con i palestinesi per lasciare a Israele i principali insediamenti illegali attorno a Gerusalemme.

Il rischio, in questa fase, è quello che per impedire un pronunciamento dell'Assemblea Generale Onu che comunque imbarazzerebbe Washington, venga affrettato lo scambio di territori, facendo leva sui problemi di Hamas e Abbas per fargliela digerire.

Staremo a vedere, ma mentre ribollono le cancellerie occidentali, restano le parole di un gruppo di intellettuali israelani. ''La proclamazione dello stato di Palestina rappresenta una sfida ed una opportunità per tutte le parti in causa. Per questa ragione è auspicabile che esso sia riconosciuto da tutti i Paesi al mondo''. Lo affermano, in un appello pubblico, alcune decine di intellettuali israeliani, fra cui l'ex presidente della Knesset (parlamento israeliano) Avraham Burg; i filosofi Yirmiahu Yovel e Avishay Margalit, e gli scrittori Nir Bar'am e Ronit Matalon. Elaborato dai membri del gruppo Solidariut (solidarietà, in ebraico) - che lotta contro la costituzione di un nucleo di insediamento ebraico nel rione palestinese di Sheikh Jarah, a Gerusalemme est - il testo accusa il governo israeliano di «tenere in ostaggio» il processo di pace mediante la sua politica di colonizzazione. Barlumi, flebili, di futuro. Quando il conflitto diventerà vicinanza.