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21 luglio 2013

Andare oltre i conflitti con la nonviolenza attiva: i Corpi Civili di Pace in azione in Kosovo

di Domenico Musella e Lorenzo Giroffi


La redazione di First Line Press è sempre più convinta che il Kosovo sia un punto di osservazione fondamentale per costruire strumenti critici verso i fallimenti delle politiche attuate in Europa, delle incoerenze di Nato ed Onu ma soprattutto di quanto ci sia ancora da studiare nell’ambito dell’autodeterminazione dei popoli.

Che idea abbiamo oggi della nonviolenza?

Per i più tra noi si può parlare di un’idea piuttosto vaga. Gli aggettivi ad essa associati, almeno nell’immaginario comune, vanno da “fallimentare” a “impossibile”, da “obsoleta” (in una concezione che la vede démodé o ristretta solo a Gandhi e nei confini indiani o al massimo tibetani) a “utopica, irrealistica, illusoria”. Impropriamente, si collega spesso la nonviolenza a concetti come la codardia, il buonismo, la moderazione se non il centrismo, la debolezza, il passivo “porgi l’altra guancia” se non il masochismo, un pacifismo inconcludente e un po’ da freaks con la testa fra le nuvole.
Nel discorso pubblico (nelle rare volte in cui esso verte su queste tematiche) la nonviolenza viene svilita e privata della sua vocazione rivoluzionaria o comunque diretta al cambiamento sociale.
Il contributo di Gianmarco Pisa Corpi Civili di Pace in azione (ad est dell’equatore, 2013) aiuta invece a recuperarne una visione più oggettiva e concreta, illustrando allo stesso tempo alcuni dei suoi concetti fondamentali e della sua metodologia (in particolare nell’ambito del peace-building in contesti reduci da guerre e con conflitti ancora in atto) e il suo lato fattuale, la sua messa in pratica in Kosovo all’interno del progetto portato avanti dagli Operatori di Pace – Campania in collaborazione con realtà della società civile sia balcaniche, che italiane. Parliamo quindi non solo di concetti astratti, ma di nonviolenza attiva, di «azione nonviolenta» (come giustamente sottolinea Alberto L’Abate nella prefazione al libro), che non è il semplice rifiuto della violenza, ma il suo superamento, la sperimentazione di strumenti alternativi alla forza armata per raggiungere quegli obiettivi che ci sembrano perseguibili solo con elmetti, soldati e fucili.

Leggendo si ha l’impressione di essere trascinati in una sorta di doppio movimento. Da un lato la nonviolenza viene portata nell’orizzonte del possibile, del presente e, anzi, del già sperimentato: essa è la stella polare del complesso lavoro di superamento e trascendimento dei conflitti kosovari portato avanti da diversi anni da civili, anziché dai militari delle ipocrite “missioni di pace” della “diplomazia ufficiale”. D’altro canto, il volume di Gianmarco Pisa ci porta, in un certo senso, fuori dalla Storia. Fuori da quella Storia scritta dai “vincitori”, coloro i quali si sono imposti il più delle volte con la violenza degli eserciti, che ha volontariamente escluso tutte quelle esperienze di segno opposto, nonviolento. Esperienze che tuttavia esistono, e hanno anche conseguito non pochi risultati: sarebbe il tempo di raccontarle, più che mai in un’epoca di profonda e complessiva crisi che potenzialmente potrebbe farci tornare ai lati più oscuri vissuti nel nostro passato, ma non se ne trova traccia nei manuali mainstream. Ciò, nonostante gli esempi di nonviolenza siano stati tanti e validi e abbiano dato adito a fior fior di studi di un certo livello. Corpi civili di pace in azione senza averne le pretese contribuisce a colmare questa lacuna, restituendoci una testimonianza significativa di lavoro di pace ancora in atto.

Il vocabolario nonviolento, a cui siamo poco abituati, ha al suo interno lemmi come riconciliazione, reciprocità, ricerca-educazione-azione, ri-umanizzazione. La concezione del tempo tipica di questa visione privilegia ritmi più umani, la lentezza di un lavoro che scava in profondità, negli individui e nella Storia, per una convivenza da costruire su basi nuove dopo aver sradicato tutto quel portato immaginativo e quei condizionamenti culturali-valoriali che impediscono la riconciliazione. E in vista di un cambiamento sociale, necessario nell’universo kosovaro, che prediliga strade nonviolente. Lo spazio, nella visione nonviolenta, non è costruito sulla linea delle discriminanti etniche o sui confini di una concezione “amico-nemico”, ma su di un terreno nel quale persone che si riconoscono reciprocamente come tali dialogano, valorizzando i punti in comune (la reciproca e legittima ricchezza culturale, i bisogni condivisi, i valori di solidarietà e cooperazione comunque presenti anche se offuscati…), in ambienti che invece esaltano le differenze e che costituiscono perciò il retroterra di risposte violente alla sofferenza provocata da guerre, divisioni, tragedie.

Inoltre, un’azione di questo tipo aderisce senza ipocrisie alla complessità del reale e la riconosce, non nascondendosi le difficoltà di contesti come il Kosovo, che colpiscono per la pluralità di etnie, le diverse stratificazioni di conflitti, pregiudizi e incomprensioni, in vista di un’interazione positiva tra persone che portano il peso di appartenere a comunità invischiate nell’incomunicabilità.

Seguendo il percorso e le attività dei Corpi Civili di Pace, tuttavia, ci troviamo davanti anche un enorme paradosso: l’Unione Europea e le istituzioni nazionali (anche locali, come il Comune di Napoli che, da pioniere, ha sostenuto l’operato dei CCP in Kosovo) sponsorizzano progetti che promuovono alternative nonviolente in aree come i Balcani Occidentali, mentre all’opposto non mettono in discussione la violenza di tutti i tipi (repressiva, ma anche economica, sociale, culturale, psicologica etc.) che domina al loro interno. Che si tratti, forse per la prima volta, di un double standard morale a vantaggio del meno forte (pur restando in piedi strategie neo-coloniali, operazioni militari e tante contraddizioni) e che potrà innescare un circolo virtuoso anche qui da noi?

È un libro che, seppur sintetico nel numero di battute e pagine, è carico di Kosovo, in tutte le sue zolle, dall’epica raccontata da ogni abitante all’intenzione principe di Gianmarco Pisa: il racconto dei metodi risolutivi nel tempo, ma che guardano al conflitto come una costante e non come episodio sporadico da debellare. La divisione efficace per paragrafi fa scivolare il lettore nella storia della lotta nonviolenta in tutta l’area che è stata Jugoslavia. Terra di aggressività, ma anche di forti teorizzazioni di corpi nonviolenti, come i Corpi Civili di Pace Europei, che dal 1995 operano nella zona. Prima di soffermarsi sul Kosovo Corpi Civili di Pace in azione crea un’architettura utile a ricostruire i problemi dei pacifisti dell’ex Jugoslavia, fino a riduttivi parallelismi che gli osservatori internazionali tendono ad applicare: «la città degli assedi Sarajevo non è la Gerusalemme dei Balcani». Uno snodo fondamentale nell’analisi del contesto, che si serve d’impressioni altre, come de “Le Rose di Sarajevo”, per arrivare a considerazioni elevatissime, per concetti ed infrastrutture, con citazioni importanti di Primo Levi ed il suo “La chiave a stella”: perché bisogna costruire ponti per valicare frontiere.

L’autore mette a disposizione una conoscenza della storia e del territorio, che fa seguire alla premessa i dettagli vividi della sua missione, che appunto si è svolta e continua a svolgersi in Kosovo. Posto nel quale poter attuare modelli alternativi di risoluzione, visti i fallimenti di tutti gli esperimenti passati. Gianmarco Pisa entra nel caso/città Mitrovica, che al meglio rappresenta la necessità di nuove strade da intraprendere, non per assistere, ma per convincere il Kosovo a frapporsi tra l’inefficacia delle istituzioni ed i debellanti episodi d’intolleranza, a sfondo etnico/epico, frutto d’interessi e di una memoria che non si convince d’essere risorsa, ma arma. Il Kosovo è terra di comunità etniche ignorate, ma anche di gruppi sociali che si osteggiano, con il clamore della guerra tra albanesi e serbi che in quella città vivono l’iconografia più forte, con un ponte che divide, presidi da una parte, camionette dall’altra e comunità internazionale impotente. Se per i serbi gli abitanti della parte nord di Mitrovica sono degli eroi, che, rifiutando tutte le strutture istituzionali ed amministrative kosovare, legittimate dall’indipendenza del 2008, si sono auto-organizzati, proclamando un proprio sindaco, in elezioni parallele e restando legati alla madre patria Serbia, con finanziamenti, vessilli ed influenze culturali assolutamente ostili al nuovo Kosovo, per il Ministero degli Interni kosovaro e buona parte degli albanesi kosovari gli abitanti del nord di Mitrovica sono dei contrabbandieri, fanatici e violenti. Nessuna di queste due è la verità. Ci sono solo storie di violenze reciproche, in cui tutti sono stati vittime.

Non ci addentriamo nei casi specifici, perché il testo in questione va oltre, facendo percepire degli spiragli in cui poter considerare la pace come mezzo di giustizia. Vengono presi modelli guida quali Danilo Dolci (nonviolento che ha teorizzato il metodo socratico maieutico per coinvolgere le persone tenute fuori dalla sfera del potere) e Jogan Galtung (padre fondatore di discipline inerenti a studi su conflitti). Tutto ciò per riconsiderare il ponte tra le due comunità come un’opportunità incredibile di crescita, sotto ogni punto di vista. Tante soluzioni proposte e già attuate dai Corpi Civili di Pace (tanto per citarne una, il Fact-finding, per accumulare materiali archivistici giornalistici) affinché nuove strutture di tutela possano riorganizzare il territorio.

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