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26 marzo 2013

Izquierda Anticapitalista
di Esther Vivas

Tunisi, la culla delle rivolte nel mondo arabo, da oggi fino a sabato

accoglie il Forum Sociale Mondiale (FSM), l'incontro internazionale più

importante dei movimenti e delle organizzazioni sociali. E non è un caso.

I promotori del FSM hanno scelto questo paese come punto di riferimento

della Primavera Araba che ha portato all'emergere di nuovi movimenti di

contestazione, non solo in Nord Africa e in Medio Oriente, ma che ha

“contaminato” anche il sud dell'Europa, soprattutto i movimenti degli

indignati nello Stato Spagnolo, fino al movimento Occupy negli Stati

Uniti.

Un nuovo ciclo di lotte che ha scosso con forza lo scenario internazionale

segnato da una crisi sistemica, ed in particolare i paesi della periferia

dell'Unione Europea soggetti ad una serie di misure di aggiustamento,

tagli ed indebitamento. La primavera araba è stata una ventata di aria

fresca nella lunga notte della crisi, che ha permesso di recuperare la

fiducia nell'azione collettiva, nel “noi” collettivo. Nel gennaio del

2011, Ben Alì, presidente della Tunisia, abbandonava il paese sotto la

spinta della piazza. Un mese più tardi, nel febbraio del 2011, si ripeteva

la stessa scena, il presidente Egiziano Hosni Moubarak si dimetteva dalla

sua carica costretto dalla mobilitazione sociale. Il mondo arabo, tante

volte demonizzato dall'Occidente, ci dava una lezione di democrazia.

Due anni dopo il Forum Sociale Mondiale fa visita all'epicentro di queste

rivolte. Ed incontra un processo politico di aperto cambiamento, instabile

e caotico. L'assassinio non casuale dello scorso febbraio in Tunisia di

Chokri Belaid, avvocato, militante marxista e uno dei leader del Fronte

Popolare, coalizione che riunisce diverse organizzazioni di sinistra che

rivendicano proprio nel loro programma, non solo più democrazia, ma più

giustizia sociale, ha segnato un punto di svolta. Il primo omicidio

politico della giovane democrazia tunisina è stato un duro colpo per la

società ed ha dato luogo a nuove mobilitazioni contro la crescita della

violenza nel paese.

Tanto in Tunisia come in Egitto i processi rivoluzionari sono ancora

aperti, sebbene dal risultato incerto. Le conquiste democratiche sono

ancora fragili e limitate, e tuttavia non si sono ottenuti cambiamenti

economici rilevanti. Uno scontro aperto imperversa tra chi sostene che la

rivoluzione sia finita, e chi invece vuole andare fino in fondo e portarla

fino alle sue ultime conseguenze. I giovani e gli attivisti di sinistra

mostrano quotidianamente che non sono disposti a farsi sottrarre la

rivoluzione né dai resti del vecchio regime, né dagli islamisti al potere.

Al di là del dibattito sulla situazione attuale della Primavera Araba,

alla quale verranno dedicati i seminari e le attività del secondo giorno

del Forum, altri temi saranno centrali. La lotta femminista, per esempio,

con l'assemblea delle donne tenuta prima dell'inizio del Forum e che,

logicamente, dedicherà spazio all'analisi ed alla condivisione

dell'importante ruolo avuto dalle donne nelle rivolte arabe, come ha ben

mostrato Leil-Zahra nella sua serie di documentari Words of Women from the

Egyptian Revolution. Così come il movimento internazionale per la

giustizia climatica organizzerà un interessante Spazio Clima dentro il

FMS, per discutere le strategie per il futuro, convergenze e prospettive

di un tema chiave per il domani del pianeta e dell'umanità.

Da quando il Forum Sociale Mondiale ha organizzato la sua prima edizione,

nel lontano gennaio 2001, in coincidenza con la celebrazione del Forum

Economico di Davos, ed in contrapposizione ad esso, molta acqua è passata

sotto i ponti. Il FSM è nato nel vivo del movimento antiglobalizzazione,

trasformatosi poi nel movimento contro la guerra, e come punto di incontro

di una nuova resistenza globale contro gli artefici della globalizzazione

neoliberale. Dopo i primi anni dove ha giocato un ruolo importante nella

mappa della protesta, ha perso centralità politica, nonostante i grandi

numeri della partecipazione in tutte le sue edizioni ed è andato

affievolendosi nella misura in cui si affievoliva il movimento

antiglobalizzazione. Era cambiato il contesto, e quindi la sua ragion

d'essere.

Oggi, con l'apertura di un nuovo ciclo di lotte, tra l'emergere della

Primavera Araba ed i movimenti degli indignati e di occupy, il Forum

Sociale Mondiale viene percepito più come strumento del passato che del

presente e del futuro. Ed allo stesso tempo la sua stessa esistenza

segnala una delle principali debolezze dei nuovi movimento di protesta

apparsi nel contesto della crisi sistemica: il suo fragile coordinamento

internazionale. La sfida è creare nuovi spazi di organizzazione su scala

mondiale che permettano di avanzare nella lotta comune e nello scambio di

esperienze. L'offensiva delle politiche di austerità in ognuno dei paesi

coinvolti è così intensa, e richiede una tale mobilitazione per

contrastarla, che funge da polo attrattivo verso l'interno, indebolendo di

conseguenza il coordinamento con l'esterno. Nonostante questi nuovi

movimenti si siano sentiti parte di una marea globale che avanzava, dal

Nord Africa passando per le periferie d'Europa, fino ad arrivare agli

Stati Uniti, e nonostante la convocazione giornate di azione globale ed

alcuni buoni momenti di incontro, il coordinamento di questi attori è

stato più che debole.

Al giorno d'oggi l'asse della mobilitazione non è più in America latina,

dove è nato il FSM, ma nel mondo arabo e in una vecchia Europa

terzomondizzata, tanto colpita dalla crisi come da movimenti di protesta.

L'obbiettivo ora consiste nell'imparare da queste lotte, che in un passato

non molto lontano sono emerse contro il debito, gli sfratti, le

privatizzazioni ecc... nei paesi del Sud. Ed avanzare verso un

imprescindibile coordinamento delle resistenze all'altezza

dell'inesorabile organizzazione del capitale.

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