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1 Febbraio 2019 

 

Dopo la socialdemocrazia

di Rosa Fioravante

ricercatrice e teaching assistant presso Luiss Guido Carli, collabora con Fondazione Feltrinelli e Acli Lombardia

 

Non basterà reintrodurre un po’ di keynesismo e un po’ di ispirazione egualitaria nel sistema per farlo funzionare. È giunto il momento di estirpare le cause delle diseguaglianze, non solo di curarne le conseguenze

 

In molti, fra intellettuali e politici di area socialdemocratica e progressista, si sono resi conto dei danni provocati dall’ubriacatura della cosiddetta “Terza via” Clintonian-blairiana diffusasi negli anni Novanta, opzione che ha avuto grande successo anche in Italia al punto da costituire, anni dopo, larga parte delle premesse di fondazione del Partito Democratico. Tuttavia, non tutti i “ravveduti” hanno messo a fuoco il problema reale: contro la vittoria materiale e ideologica del capitale, non basta reintrodurre un po’ di keynesismo e un po’ di ispirazione egualitaria nel sistema per farlo funzionare per i molti e non per i pochi. Come dimostrano le parole di Krugman sul Sole 24 Ore di qualche settimana fa, l’intuizione della necessità di superare il capitalismo come unico modello di produzione vigente, non necessariamente porta a immaginare un sistema realmente alternativo.

It’s the economy, stupid!

Nella divisione ormai divenuta celebre del campo politico individuata da Nancy Fraser fra «neoliberalismo progressista e populismo reazionario» si evidenzia chiaramente la scomparsa dell’opzione socialista e socialdemocratica fra quelle attualmente egemoni in Occidente. Delle molte cause che hanno contribuito al suo indebolimento, la tendenza di pezzi maggioritari di classi dirigenti e apparati intellettuali del centrosinistra e della sinistra fin dagli anni Ottanta a concentrarsi sull’identity politics, sui diritti di alcune minoranze e su alcune battaglie di nicchia, trascurando l’analisi e la critica del modello economico neoliberale (o addirittura appoggiandolo apertamente), è ormai riconosciuta come una delle principali.

A difendere la Terza Via nel mondo socialdemocratico e progressista sono rimasti così in pochi che dimostrare ulteriormente l’infondatezza della fiducia che il centrosinistra ha nutrito nella globalizzazione neoliberista e nella trickle-down economics (teoria dello sgocciolamento) sembra una perdita di tempo. Fenomeni politici come quello di Macron o del renzismo hanno dimostrato che i nostalgici fuori tempo massimo di questa opzione si pongono sempre più esplicitamente al di fuori del campo socialdemocratico, avviando – in Francia – progetti nuovi su base liberal-liberista o – in Italia – egemonizzando partiti già nati su un impianto liberal-centrista, portando quest’ultimo alle sue estreme conseguenze e talora vagliando se crearne di ulteriori sull’esempio dei cugini d’oltralpe.

Dieci anni di crisi economica non hanno solo contribuito all’impoverimento di vasti strati di popolazione comportando l’assottigliarsi delle basi sociali delle liberaldemocrazie occidentali e favorendo l’imbarbarimento culturale (ovvia conseguenza dei tagli all’istruzione, al finanziamento pubblico della politica, al tempo libero disponibile dei cittadini per informarsi e partecipare), ma hanno evidenziato l’importanza di fondare le opzioni politiche su proposte di modelli concreti di sviluppo. Questa decade di continuo accanimento sui più deboli ha contribuito a diffondere la sensazione, anche presso strati di popolazione scarsamente politicizzata, che il sistema nel quale stiamo vivendo più che essere in “crisi” è un vero e proprio paradigma finalizzato ad accentrare reddito, ricchezze, opportunità e potere nelle mani di pochi, aumentando a dismisura le diseguaglianze, devastando risorse naturali ed ecosistemi, ignorando ogni precetto morale (laico o religioso) e impedendo lo sviluppo umano in ogni parte del pianeta. L’impossibilità di ignorare il dibattito su come uscire dalla crisi e su come far sì che le liberaldemocrazie tornino a garantire alcuni standard minimi di benessere a un vasto numero di persone – un dibattito variamente articolato fra liberisti e protezionisti, fra sostenitori degli investimenti esteri e sostenitori della domanda interna, fra convinti della deregulation e voci a favore di maggiore controllo su banche, transazioni finanziarie e mercati, ecc. – ha indotto molti ad abbandonare dogmi quali il Washington Consensus (riassumibile nei tre moniti: liberalizzare, privatizzare, stabilizzare), l’austerità espansiva, l’autoregolamentazione dell’economia. Tuttavia, è sempre più evidente che la corretta comprensione di quali siano state in passato le ricette sbagliate e quali le più pressanti problematiche sociali che ne sono derivate, non corrisponda automaticamente a una risposta adeguata all’entità dell’analisi. Infatti, se in pressoché tutti i partiti del Pse e della galassia dei Socialists&Democrats in Europa, così come nel Partito Democratico Usa, di fronte all’avanzata di formazioni (che solo per brevità chiameremo) populiste e reazionarie, del diffondersi di un vero e proprio humus culturale favorevole all’ascesa al Governo dell’Alt-right e del ri-politicizzarsi delle masse su conflitti di tipo nazionalista-etnico-religioso, in molti si interrogano su come costruire delle opzioni politiche e intellettuali basate sulla redistribuzione di reddito e ricchezze, è necessario registrare altresì che le ricette che si evocano non vanno quasi mai oltre la nostalgia per l’epoca del dopoguerra. Sul fronte della riscoperta delle radici laburiste, oltre a qualche apertura all’idea di forme di reddito di base, non si va molto oltre l’idea che sia necessario porre un freno giuridico e sindacale alla dilagante precarietà del mondo del lavoro, per altro evocata come un problema in particolare giovanile e non di carattere strutturale. Questo ripensamento delle basi economiche della socialdemocrazia costituisce un significativo avanzamento rispetto alla “sbornia” della terza via, ma si concentra su battaglie di “retroguardia”, deboli ai fini della costruzione di un vero terzo polo ideal-politico-culturale da contrapporre al bipolarismo identificato da Fraser.

Il mondo che verrà

Chi crede nelle possibilità del socialismo di creare un mondo più sostenibile per il pianeta e più equo per la maggioranza dei suoi abitanti rispetto all’attuale, non può che salutare con favore l’archiviazione della completa subalternità culturale al neoliberismo. È difficile però fare altrettanto analizzando i contenuti di questo “ritorno alla socialdemocrazia”. Questa tendenza ha il grande pregio di rimettere l’economia al centro del discorso politico, strappando la “sinistra” alla mera rievocazione di valori morali o astratti, nel tentativo encomiabile di ri-ancorarla a un programma concreto di miglioramento delle condizioni materiali delle classi popolari e quindi della società più in generale. Tuttavia, è proprio il modello economico socialdemocratico a essere oggi quasi inservibile e la sua idealizzazione nostalgica rischia di distogliere preziose energie dalla ricerca di un sistema autenticamente alternativo al capitalismo che si basi sulle condizioni odierne.

L’impostazione del “ritorno socialdemocratico” è perfettamente esemplificata da quanto sostenuto recentemente da un importante voce del panorama progressista mondiale, Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia, nel pezzo già citato comparso in Italia sul Sole 24 Ore. Krugman si interroga su quale possa essere una valida alternativa al sistema capitalistico e osserva:

«Forse sono ottuso o manco di immaginazione, ma mi sembra che la scelta sia ancora tra i mercati e una qualche sorta di proprietà pubblica, magari con una certa dose di decentralizzazione del controllo, ma sempre, più o meno, quello che si intendeva abitualmente con la parola “socialismo”».

Egli intende dunque come sinonimo di “socialismo” un sistema che faccia riferimento all’“economia mista”, un modello che, sempre seguendo il suo ragionamento, dovrebbe basarsi su due terzi di produzione capitalistica a libero mercato e un terzo di controllo pubblico esercitato su settori quali l’istruzione e la sanità, per i quali non c’è evidenza che il privato performi meglio dello Stato:

«Insomma, si può immaginare un’economia in cui l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale che attualmente sono gestite dal settore privato diventino per la gran parte pubbliche, con effetti sulla maggioranza delle persone, nella peggiore delle ipotesi, identici a prima».

L’argomentazione di Krugman a favore del socialismo è particolarmente interessante poiché egli sgombra il campo da ogni tentazione di programmazione totale dell’economia sul modello sovietico ma mira a ridare nuova luce a forme di equilibrio fra pubblico e privato. Egli, tuttavia, non fa menzione di come sia possibile raggiungere tale equilibrio all’interno di un sistema globalizzato nel quale la tassazione dei grandi (enormi) patrimoni è resa particolarmente difficile dall’esistenza di numerosi paradisi fiscali, dalla straordinaria capacità di lobbying di grandi banche e multinazionali che impedisce di applicare significative imposte internazionali sulle transazioni finanziarie o di far contribuire colossi, come ad esempio quelli del web, alla fiscalità generale. Non considera che la maggior parte della ricchezza mondiale viene attualmente prodotta da speculazione di capitale su capitale e non da lavoro e dunque i cittadini-lavoratori hanno un potere contrattuale, potenzialmente utilizzabile al fine di ottenere queste rimesse fiscali, esiguo. Inoltre, se si assume che il cuore del socialismo è il mero ottenimento di un sistema di istruzione e sanità pubbliche (cosa non da poco, s’intende) si rischia di ricadere nella trappola economicistica tesa dal neoliberismo ad esempio nel percorso di costruzione dell’Unione europea: il dibattito politico si sposterebbe immediatamente sui vincoli di bilancio da violare per fare spesa in deficit al fine di finanziare questi istituti sociali e, più in generale, per il programma di welfare e previdenza.

Il cuore del pensiero e delle ricette del socialismo riguarda un’intera concezione del benessere e del rapporto fra individui e collettività, non può limitarsi alla contrattazione di qualche decimale di bilancio per quanto rilevante ai fini dell’implementazione di alcune policies. Questa discussione, come ogni dibattito intorno alle modalità opportune di redistribuzione della ricchezza, rischia troppo spesso di tralasciare il vero nodo problematico – quello che riguarda il denominatore e non il numeratore del rapporto deficit/pil – ossia la questione della modalità di produzione della ricchezza, ancor prima che la sua allocazione. Solo affrontando la discussione sulle modalità di sviluppo si può immaginare di creare un sistema che promuova e adotti stili di vita innovativi, più sostenibili, che creino maggiore tempo libero e maggiori opportunità di realizzazione di talenti e aspirazioni individuali e collettive. Perché solo mettendo in discussione le modalità di produzione della ricchezza, prima ancora che le modalità della sua distribuzione, si aggredisce il nocciolo duro dello sfruttamento capitalistico.

Ma se le multinazionali e il sistema vigente stanno non solo accentrando ricchezza e potere ma anche devastando l’ambiente – per altro facendo ricadere i costi della devastazione su paesi e popolazioni che non hanno colpa né vantaggio –, se l’individualismo sfrenato e il blocco dell’ascensore sociale stanno spingendo i lavoratori in una lotta senza tregua degli uni con gli altri e dei penultimi con gli ultimi, se la produzione di ricchezza non ha pressoché alcun rapporto con la produzione di valore, con l’economia reale e con il benessere di lavoratori e consumatori, se infine la globalizzazione con la possibilità di delocalizzare e di guadagnare più dalla speculazione che dall’economia reale ha neutralizzato i maggiori vettori di lotta sindacale, allora è giunto il momento di estirpare le cause delle diseguaglianze, non solo di curarne le conseguenze.

Democratizzare l’economia

Non sono idee rivoluzionarie ma rivendicazioni che hanno già trovato spazio in contenitori politici un tempo egemonizzati dalla terza via e oggi abitati anche da socialdemocratici di indirizzo moderato. Per fare alcuni esempi concreti di proposte più radicali di quella suggerita da Krugman, la più giovane eletta al Congresso Usa, Alexandria Ocasio Cortez, ha fondato la propria campagna anche sulla proposta di piani di occupazione pubblici in settori strategici, individuando nello Stato non solo un agende di perequazione ma anche di creazione di valore; John Mc Donnell, il ministro ombra dell’economia del Labour Party, da tempo è passato dal già importante focus sulla necessità delle nazionalizzazioni alla discussione su “modelli alternativi di proprietà” che consentano ai lavoratori di decidere come, cosa e per chi produrre e che permettano di immaginare un assetto sociale radicalmente diverso dal vigente capitalismo controllato da pochi; i Verdi Europei con la loro discussione avviata da tempo sulla creazione di lavoro nel settore della riconversione energetica, dell’economia circolare e della messa in sicurezza del territorio sono una delle forze più vitali del panorama progressista del vecchio continente. Quanto alla teoria, tracce di questo dibattito si possono trovare nel volume Alternatives to Capitalism. Proposals for a Democratic Economy di Robin Hanel e Erik Olin Wright (Verso, 2016).

Da ultimo, ma non meno importante, il ragionamento di Krugman non prende in considerazione attraverso quali modalità pratiche sia possibile garantire il rapporto 2/3-1/3 senza che i primi finiscano per inglobare (come è accaduto con la fine dei cosiddetti “trenta gloriosi”) il terzo pubblico: basta la sola evidenza che il privato gestisca con maggiore inefficienza alcuni comparti economici? È sufficiente l’argomentazione morale dello scandalo delle diseguaglianze per indurre i Governi a praticare una politica più favorevole al Welfare State?

Maggiore spesa pubblica in settori quali quelli menzionati da Krugman allevierebbe senza dubbio le sofferenze di un gran numero di persone e sarebbe concretamente sostenibile anche sul piano delle finanze pubbliche, magari con minori spese belliche o minore elusione fiscale ecc., e tuttavia non basterebbe a ridare credibilità e appetibilità al “socialismo” – obiettivo apertamente perseguito dall’economista – poiché diminuirebbe in piccola parte le diseguaglianze senza tuttavia arrestare il meccanismo fondamentale che le genera e le moltiplica. Di più, socialismo non può voler dire nel Ventunesimo secolo solo la reintroduzione di qualche elemento di statalismo, poiché il sistema democratico è destinato a rimanere una post-democrazia, a meno che non si verifichi un travaso di potere dalla sfera economica privata a favore di quella politico-pubblica, tramite una profonda alterazione dei rapporti di forza vigenti nella società, almeno uguale e contrario a quello avvenuto negli ultimi quarant’anni. È molto difficile che ciò avvenga senza grandi movimenti sociali e senza battaglie politiche ambiziose, di quelle che mobilitano promettendo qualcosa di più del ritorno di qualche tutela per chi è rimasto indietro, ma semmai qualcosa di simile all’antico “la terra è di chi la lavora” e dunque alcune promesse decise di democrazia economica.

Una preoccupazione, quella sulla fattibilità di quanto egli auspica, che lo stesso Krugman menziona: «Anche così, le probabilità che tutto questo, o anche solo una parte, possa accadere finché sarò in attività, mi appaiono nulle».

Si può concordare (o meno) con il premio Nobel sul fatto che l’ipotesi di ritorno all’epoca d’oro del keynesismo sia preferibile a quella di un ritorno al socialismo reale sovietico o a quella del mantenimento del sistema neoliberista attuale, ma le possibilità di tornare alla socialdemocrazia per come le generazioni passate l’hanno conosciuta sono scarse almeno quante quelle di una nuova Rivoluzione d’Ottobre. Ciò nonostante, il ritorno dei socialdemocratici e dell’aspirazione alla socialdemocrazia non va per questo sminuita poiché è un importante alleato nella costruzione di un senso comune di indirizzo inverso a quello attualmente egemone. È necessario, tuttavia, che si continui a dimostrare e riaffermare che l’ideale socialdemocratico può perdurare solo se si adatta alle condizioni correnti, le quali suggeriscono, dato lo strapotere del capitale, di organizzarsi per una controffensiva militante e non per un incontro in punta di fioretto. È importante convincere anche i socialdemocratici “ritrovati” della necessità di indagare condizioni di realizzabilità di un socialismo integrale per poi, semmai, adattare l’“utopia reale”(come la chiama Erik Olin Wright nel suo celebre volume) alle forme di economia mista possibile a seconda delle circostanze. Certo, il conflitto e la radicalità richiedono anch’essi un profondo ripensamento, ma riguardo alla loro urgenza bisogna almeno tenere a mente, anche fra coloro che mirano al compromesso, ciò che sostenevano i saggi: si vis pacem para bellum.

 

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