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4 Febbraio 2020

 

Economia, Unione Europea, ambiente: cosa ci aspetta?

 

Riporto qui un estratto della mia intervista a Federico Novella pubblicata sul giornale La Verità in data 27/01/2020.

 

Ilaria Bifarini, lei è considerata un’economista eterodossa, nonché bocconiana “pentita”. Perché?

Più che pentita, mi definisco redenta. Diciamo che ho portato avanti un percorso di approfondimento sul modello neoliberista, che oggi è la dottrina dominante nelle politiche economiche e nelle aule universitarie. Questo mi ha portato a uno stato di consapevolezza e di libertà di pensiero.

Nel suo libro “Inganni economici” lei parla di un fenomeno preciso, quello della “divinizzazione dell’economia”, in base al quale i postulati economici diventano dogmi, e le previsioni profezie.

L’inganno principale è credere che l’economia sia una scienza esatta come la matematica. Oggi un modello economico valido, forse, in alcune circostanze, viene fatto passare per una legge universale. E’ la logica del there is no alternative, non c’è alternativa: il principio con il quale ci è stata propugnata l’austerity.

Da questo inganno ne derivano altri?

 

Da questo concetto discendono tanti luoghi comuni. Come la convinzione che la disuguaglianza sociale alla lunga possa portare alla crescita e che le riforme strutturali siano la panacea di tutti i mali, quando spesso si traducono in riduzioni dei salari e dei diritti dei lavoratori e possono addirittura aumentare la disoccupazione nel breve periodo, in una situazione di crisi della domanda quale quella stiamo vivendo oggi.

 

Lei se la prende con le politiche di austerità. Ma il cancelliere tedesco Angela Merkel, al forum di Davos, ha detto: “Io cattiva? che grazie a lei la Grecia è tornata a crescere”.  

Ci vuole un grande coraggio per parlare di successo sulla Grecia. Anzi, è una frase che nasconde una profonda mancanza di sensibilità per il lato umano del dramma greco. E non parlo solo di disoccupazione giovanile inaccettabile, del Pil caduto del 25%, del debito pubblico che dopo la cura della Troika era arrivato al 180%. A causa dei tagli nel settore sanitario in Grecia si è assistito addirittura ad aumento di casi di Hiv, e nel ritorno della malaria.

Tuttavia, grazie al turismo e alla ripresa delle esportazioni, Atene sembra rialzare la testa.

L’errore che si fa quando si disumanizza l’economia è non pensare al paese reale per valutare lo stato di salute di un Paese occorre guardare all’occupazione, alle sue imprese, agli investimenti interni, al livello di equità e a quanto la crescita non sia legata a fattori endogeni e contingenti. E sotto questi punti di vista la situazione non è ancora così rosea come si vuol far credere.

Forse le politiche di rigore dell’eurozona verranno riconsiderate, nel momento in cui la locomotiva tedesca rallenta vistosamente.

La Germania è uno dei paesi più in crisi in questo periodo, la crescita è timidissima, ha sfiorato la recessione tecnica. E’ l’emblema di un modello fallimentare, quello neomercantilista, tutto basato sull’export.  Non è solo una crisi industriale, ma anche sociale: è vero che hanno un basso tasso di disoccupazione, ma scontano un alto livello di working poors, lavoratori precari e con salari molto bassi. Troppo rigore e pochi investimenti. Per questo la Germania potrebbe implodere su sé stessa. Una fragilità tanto più marcata, nel momento in cui Donald Trump, siglato l’accordo con la Cina, adopera lo strumento dei dazi come arma di ricatto in chiave antieuropea.

Anche la salute bancaria tedesca non fa ben sperare.

Deutsche bank è uno degli istituti che da tempo ha un problema di sofferenze bancarie e ha subito già dei declassamenti da parte delle agenzie di rating Pare abbia derivati per oltre 14 volte il Pil della Germania, di cui un alto quantitativo ritenuti tossici. Se la situazione dovesse precipitare, il contagio potrebbe diffondersi, a catena, sulla stabilità dei mercati europei.

Insomma quale futuro prevede per l’eurozona?

Sui tempi non sono ottimista, ma per forza di cose dovrà esserci un cambiamento radicale. Ci sono dei segnali di apertura, anche se restano fazioni di resistenza interne, dovuti agli adoratori dell’austerity, che come cultori di una religione continuano a spingere per un modello economico sbagliato.

Qual è il peccato originale dell’Unione Europea?

Il problema fondamentale è che la moneta unica è stata anteposta al percorso di integrazione politica e fiscale, che di fatto non c’è ancora. È come costruire un palazzo senza partire dalle fondamenta. Questo rappresenta un handicap di partenza pesantissimo. La crisi del 2008 è nata negli Usa, ma dagli Usa è stata superata, a differenza dell’Europa, che è rimasta ingabbiata nelle sue regole.

Dunque?

Le alternative sono due: o una rottura totale, che è alquanto improbabile, oppure continuare il processo di integrazione.

Ultimamente c’è chi pensa che la via ambientale possa essere una valida via d’uscita. Larry Fink, il capo del più grande fondo d’investimento mondiale, Blackrock, sostiene che il climate change cambierà per sempre il volto della finanza.

L’ambientalismo potrebbe essere la leva del cambiamento, l’innesco che ci costringerà a rivedere l’attuale modello economico. Inoltre può essere un incentivo a rivedere tante assurdità di questo sistema, come le delocalizzazioni alimentari ad esempio, per cui importiamo prodotti che potremmo produrre.

Anche il premio Nobel Joseph Stiglitz, uno dei più accesi critici dell’euro, sostiene che il cosiddetto “green new deal” salverà la moneta unica, perché gli investimenti verdi porranno fine all’austerity. E’ uno scenario credibile?

Sicuramente è una visione molto ottimistica. Bisogna vedere se riuscirà a passare la proposta che consente di scorporare dal conteggio del deficit gli investimenti sostenibili, superando il Patto di Stabilità. Ma ad oggi c’è stato un rifiuto soprattutto dai Paesi del nord Europa.

Insomma, da dove passa il cambiamento?

Dobbiamo sperare che qualcuno si svegli: per ritornare a crescere occorre un New Deal di stampo rooseveltiano. Che poi sia verde o di qualsiasi altro colore, poco importa. Anzi, meglio.

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