Video: David Culinane Sinn fein up the Ra


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13 Febbraio 2020 

 

Il terremoto politico irlandese

di Giacomo Marchetti

 

Il voto in Eire è stato un vero e proprio terremoto, e non solo per la rappresentanza politica nell’Isola.

 

Il Sinn Fein, che solo dalla seconda metà degli anni ottanta ha rinunciato alla sua politica astensionista e conquistando perciò il suo primo deputato solo dopo gli “Accordi del Venerdì Santo”, a fine anni novanta, è il partito più votato in assoluto con il 24,5% – più del 10% rispetto alle elezioni del 2006 – ed il secondo per numero di deputati ottenuti.

Solo la scelta di presentare 42 candidati su 39 circoscrizioni elettorali – di cui 37 sono stati eletti, cioè 14 in più del 2016 – nel complesso sistema elettorale irlandese ne ha limitato il successo, andato oltre le più rosee aspettative.

 

Le due formazioni politiche che hanno dominato fin qui la scena politica irlandese per novanta anni sono in crisi evidente, con lacerazioni interne che ne delegittimano l’attuale leadership – è il caso del partito del premier uscente Leo Varadkar, il Fine Gael, ormai terzo partito, avendo perso 15 deputati – , oppure costrette ad una difficile “inversione a U” rispetto ad un possibile governo con il SF.

 

Questa ipotesi spacca la dirigenza dell’altra storica rappresentanza irlandese, il Fianna Fáil, che pure ha perso 14 seggi e si trova con meno di 40 deputati.

Nelle accese discussioni all’interno della formazione di M. Martin, il portavoce alla giustizia del Partito Jim O’Callaghan è arrivato a dire che le promesse elettorali del programma politico dello Sinn Féin, se attuate, «trasformerebbero l’Irlanda nel Venezuela»!

 

Dato non secondario, la somma dei deputati di cui godono il FF e il FG – 73 su 160 – , non permettono loro di formare una coalizione governativa. Ipotesi che sarebbe stata probabilmente il “male minore” per entrambe, al di là delle dichiarazioni di campagna elettorale, con una riedizione “debole” della dell’ultima legislatura.

Allo stesso modo, la somma degli eletti del SF insieme alla corposa presenza di formazioni “a sinistra”, non è sufficiente per una coalizione governativa. I verdi hanno 12 seggi, la radicale Solidarity People Before Profit 3, Labour 6 e Socialisti Democratici 6…

L’ipotesi di tornare presto alle urne non è peregrina.

 

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Voti raddoppiati

Il primo vero exploit del Sinn Fein – che ha praticamente raddoppiato i voti – si è avuto dopo la perdita di consenso tra i ceti popolari del partito laburista, co-artefice ad inizio del decennio scorso della “cura da cavallo” imposta dalla Troika, dopo il salvataggio statale delle banche, fortemente implicate nella speculazione edilizia in seguito al crollo della bolla immobiliare.

 

Un dato che ha portato la storica formazione repubblicana a riflettere su come occupare lo spazio di rappresentanza politica, soprattutto alla luce degli insuccessi alle elezioni municipali ed europee dello scorso anno.

 

La performance elettorale attuale, significativa soprattutto tra le giovani generazioni, è dovuta alla corretta interpretazione di quelli che sono concepiti come bisogni primari da parte del corpo sociale: sanità, casa e pensione, in primis.

 

Un successo dovuto alla giusta comprensione della contraddizione principale avvertita da larghi strati della working class: come può un sistema politico che asseconda la produzione di un ricchezza smisurata per le multinazionali “straniere” non cercare di compensare le crescenti sofferenti sociali prodotte dal sistema stesso?

 

La teoria dello “sgocciolamento” – cioè la promessa di un benessere derivante dagli alti profitti delle imprese, giù verso le classi popolari – premessa ideologica del neo-liberalismo che ne ha permesso fin qui l’egemonia. ha perso la sua capacità narrativa anche nell’Eire perché la forbice sociale si è allargata e solo una parte minoritaria della popolazione ha goduto i benefici del “boom economico”.

 

I media anglofoni hanno spiegato che la campagna elettorale è stata dominata da temi “bread and butter”, cosa in parte vera anche se questa visione nasconde un altro dato. 

I successi perseguiti dal giovane ex-premier irlandese rispetto alle trattative sulla Brexit, in cui ha giocato tra l’altro la carta delle elezioni anticipate, da parte di larghi strati di subalterni non sono stati avvertiti come una garanzia per migliori condizioni economiche, proprio perché anche la ripresa economica successiva alla mannaia della Troika ha portato ben poco nelle tasche degli irlandesi. 

 

Aspetto non secondario: l’Unione Europea si è dimostrata un attore impietoso più che un ancora di salvezza per i settori colpiti dall’austerity. Minime misure di ridistribuzione della ricchezza, prodotte da un dumping fiscale unico in UE, sono state viste come il fumo negli occhi da parte dell’establishment politico. Ed i “mercati” – soprattutto i titoli legati al mercato immobiliare – hanno subito penalizzato il voto degli irlandesi, quasi un preciso avvertimento ad ogni futura coalizione governativa.

 

Siamo a questo punto: per il neoliberismo una forza politica che sembra incarnare la voglia di cambiamento e voler porre rimedio alle storture più evidenti che ricadono sulle fasce più deboli della popolazione sono una minaccia diretta ai propri interessi. Quindi il “voto dei mercati” deve punire il voto popolare, a partire dalle banche parzialmente di proprietà statale (AIB, Bank of Ireland, TSB…)

 

Inoltre, se il voto al Sinn Fein non è stato una scelta motivata in primo luogo dalla volontà di riunificazione dell’isola – ma è subito entrata comunque nell’agenda politica della formazione – dai sondaggi precedenti al voto risulta che la maggioranza degli abitanti dell’EIRE è favorevole all’unificazione, storico cavallo di battaglia dei repubblicani: un’ottima base di partenza.

 

Se andasse al governo, comunque, la strada sarebbe tutta in salita per il Sinn Fein: come non tradire “il voto per vendetta” delle classi popolari quando si sarebbe costretti a rispettare i rigidi parametri dettati dalla UE? E come ripristinare le garanzie tolte dalle misure draconiane imposte proprio dalla UE all’inizio del decennio scorso?

Inoltre: come modificare, anche solo lievemente, un equilibrio fiscale a favore delle multinazionali straniere in un contesto in cui la più timida misura in tal senso viene presa come una “dichiarazione di guerra” e diviene il pretesto per “lasciare il Paese”, con una economia ormai strutturalmente legata agli investimenti delle multinazionali?

Un’equazione politica difficile da realizzare, quindi, che apre la strada a domande più generali sul modello di sviluppo irlandese e sulla configurazione di rapporti con la UE, soprattutto se la dinamica sociale contro l’austerity dovesse accelerare mostrando nuovamente il ricatto che la gabbia dell’Unione impone ai Paesi, in particolare ai PIGS…

 

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Caratteristiche del al terremoto politico

È un sisma che ha conseguenze per il complessivo assetto britannico post-brexit, tenuto conto della possibilità dell’indizione di un referendum sull’unificazione politica dell’Isola, nel 2025, e della possibilità che il Sinn Fein – che già “governa” l’Irlanda del Nord insieme al DUP e “non manda” i propri parlamentari eletti al Parlamento di Londra – divenga il primo partito politico dopo la riunificazione.

 

Una possibilità finora piuttosto remota, quella del referendum – anche se teoricamente contenuta negli Accordi del Venerdì Santo del 1998 – che alimenta le inquietudini del governo britannico (e ancor di più degli “unionisti” nord-irlandesi), così come lo spettro di un secondo referendum sull’indipendenza scozzese, dopo quello vinto di stretta misura il 18 settembre del 2014 dai favorevoli alla permanenza della Scozia nel Regno Unito.

 

C’è aria di rottura quindi…

In una intervista alla primo ministro scozzese Nicola Sturegeon, del SNP, apparsa sul Sole 24 Ore di questo mercoledì, la premier dà una risposta per nula scontata al giornalista.

«La battaglia per l’indipendenza è un argomento che infiamma la folla, ma ci vuole l’ok di Londra», premette Simone Filippetti, e la premier risponde: «il nostro obiettivo è un referendum legale. Il voto sarà legittimo e lo faremo il prima possibile. Entro cinque anni saremo fuori».

 

Continua allora Filippetti: «se però da Westminster diranno di no al voto, unico modo sarà quello di indire un referendum unilaterale»

E la Sturgeon afferma: «Non escludo questa ipotesi. La Scozia deciderà da sola il suo futuro».

 

Certo la Premier vorrebbe che una Scozia dentro la UE – gli scozzesi al referendum sulla Brexit si espressero in maggioranza per il Remain – mantenga come moneta la Sterlina, ma qui interessa mettere in evidenza quanto un edificio politico sia ormai minato.

I processi storici, si sa, sono sempre traumatici ed innescano dinamiche politiche incontrollabili, anche da parte di coloro che li hanno assecondati “cavalcando la tigre”. L’atteggiamento “ambiguo” sulla Brexit è costato al Labour una pesante sconfitta alle ultime elezioni, nonostante il suo programma di riforme radicali, mentre l’aver spinto sull’acceleratore della Brexit da parte del conservatore Boris Johnson gli ha fatto certamente guadagnare consensi nel tradizionale bacino laburista. 

Ma questo passaggio potrebbe involontariamente produrre un interessante effetto a catena sulla “perfida Albione”…

 

Non sappiamo se il destino della Gran Bretagna sarà quello che l’Oxford History of Britain stabilisce per l’Inghilterra: «quasi un’espressione geografica, come un tempo Metternich definì l’Italia». Questa potenziale “disgregazione” non è solo il prodotto di profonde ragioni storiche, ma anche di una fase in cui le contraddizioni stanno maturando e rendono possibile un cambiamento degli assetti politici difficilmente ipotizzabile prima della crisi del 2008; men che meno in quello che era il simbolo della stabilità politica per eccellenza, nonché l’imperialismo egemone fino alla prima guerra mondiale.

 

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L’Irlanda repubblicana

Sappiamo che la leadership repubblicana in tutta l’isola è stata caratterizzata da un pragmatismo politico dettato dall’analisi delle possibilità oggettive delle contingenze storiche, ma con l’obbiettivo dell’unificazione e della fine del dominio britannico come orizzonte strategico da perseguire, cui era stato pagato in un secolo un notevole tributo di sangue.

 

La lotta per realizzare questo obiettivo, coniugato in tempi diversi e con accenti diversi al perseguimento della giustizia sociale, ne è una caratteristica storica, al di là dei mezzi impiegati e della successiva diluizione in chiave social-democratica di un solido impianto marxista che ha avuto figure di prim’ordine nel socialismo irlandese, da James Connolly – martire dell’insurrezione del 1916 – in poi, .

 

Quella irlandese è una lotta storica all’interno di una parabola politica in cui il proprio passato rivoluzionario non è abdicato, ma rivendicato in una continuità d’intenti in cui l’abiura non ha posto, al di là delle audaci scelte tattiche operate, al netto degli errori commessi e dei compromessi effettuati, spesso laceranti e divisivi. 

Ma non si conoscono processi storici analoghi che non lo siano stati, dal Sud Africa ai Paesi Baschi.

Quello che ci sembra interessante è come si stato possibile ri-determinare un piano politico, nonostante la difficoltà a trovare una sponda adeguata nel Continente, far fare un passo in avanti, piegare a proprio favore la situazione e dare espressione ad un bisogno di cambiamento nonostante la criminalizzazione subita  – dimostratasi inefficace, soprattutto tra le giovani generazioni –; e che questo sia avvenuto proprio lì dove il Sinn Fein era storicamente più debole rispetto al Nord e dove il repubblicanesimo di sinistra sembrava essere più testimonianza del passato che un progetto politico per l’avvenire.

 

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