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LucidaMente, anno VI, n. 70, ottobre 2011

La pacifica rivoluzione del popolo islandese
di Mariella Arcudi

Mentre molti Stati sono in balìa della finanza, nell’isola del Nord Europa si è scelta un’altra via.

Europa e America sembrano dei castelli di sabbia in balìa della finanza. Le agenzie di rating, di giorno in giorno, stabiliscono quale Paese declassare e quale promuovere, i governi soccombono a questa logica assurda e insensata e i cittadini pagano la crisi economica che ne deriva.

Ma qualche cosa di nuovo, però, nel frattempo è accaduto: mentre le borse di tutto il mondo mettevano in crisi gli Stati e i cittadini pagavano con lacrime e sangue la recessione in atto, in Islanda la gente ha deciso di non accettare l’aumento delle imposte, i tagli ai servizi sociali e la precarizzazione del lavoro, opponendosi alle speculazioni finanziarie di gente senza scrupoli.

Un Paese, ma soprattutto un popolo, unito in questa battaglia, al di là delle ideologie e delle distinzioni di classe sociale, compatto e determinato a non essere più un burattino nelle mani di politici e finanzieri “criminali” senza regole.

Nella piccola isola atlantica è accaduto ciò che quasi mai era successo in precedenza. Si è realizzato il sogno più grande: una rivoluzione senza spargimento di sangue, né barricate, ma soltanto imponendo la pacifica volontà di tutti i cittadini, che rivendicano i diritti che ciascuno ha davanti alla legge: paga chi sbaglia, anche se a sbagliare sono i potenti!

Veniamo ai fatti: nel 2008 inizia la crisi economica anche in Islanda, ma, contrariamente ad altri Paesi europei – che per far fronte ai debiti contratti dai governi verso le banche stabiliscono come soluzione la nazionalizzazione del debito (cioè spalmare i debiti sui cittadini incolpevoli!) –, nell’isola le persone iniziano una protesta pacifica, e tuttavia determinata, contro il governo, in quel momento di destra, portandolo alle dimissioni e spingendo il successivo (di sinistra) a prendere decisioni drastiche come l’arresto dei banchieri che pretendevano di far fronte alle loro “ruberie” con i soldi dei contribuenti (abitudine consolidatasi in secoli di crisi economiche, presso quasi tutti i governi del mondo).

In Islanda, la rivoluzione pacifica e silenziosa (perché quasi nessuno ne parla sui mass-media) non si è di certo fermata a questo: gli islandesi, nel 2010, con una maggioranza del 93% tramite referendum, si rifiutano di pagare il debito contratto dalla principale banca d’Islanda (la Kaupthing Bank) verso Gran Bretagna e Paesi Bassi, di fatto cancellandolo.

Quindi, attraverso internet, vengono scelti 512 cittadini, che non ricoprono alcuna carica politica, come candidati per l’elezione di una nuova Assemblea costituente, formata da 25 membri, cui viene affidato il compito di riscrivere la costituzione, secondo le seguenti regole di base: nazionalizzazione delle risorse naturali (non del debito), separazione tra Stato e Chiesa, divisione tra potere esecutivo e legislativo. E anche in campo energetico è in corso un mutamento radicale: entro il 2050 è prevista la totale eliminazione dei combustibili fossili e l’utilizzo delle sole energie rinnovabili. E pensare che la soluzione dei problemi potrebbe essere così semplice…

Il resto del mondo, intanto, si affanna e arranca dietro a una crisi che in realtà altro non è che la shock economy di cui parla Naomi Klein, imposta dalla finanza agli Stati per poter cancellare quel poco di diritti democratici rimasti alla gente. Gli Usa esportano la democrazia con le guerre, definendole “umanitarie”, l’Europa si assoggetta a questa logica, il resto dell’Occidente si aggroviglia dietro i desideri di un capitalismo inumano e le future generazioni riceveranno in eredità solo inquinamento, guerre, povertà. In Islanda, isola degli elfi, invece, la generazione odierna potrà un giorno ben dire: "Io ne ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi"…

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