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27 ottobre 2011

Il sociologo avverte: «La nostra
è una democrazia estorta»
di Stefano Miliani

La nostra è una “democrazia estorta” . L'espressione è allarmante. La impiega Mauro Barisione, docente di sociologia politica all'università di Milano, per intitolare la sua conferenza di giovedì 27 ottobre alle 18.30 (a ingresso gratuito) organizzata dal centro di cultura contemporanea fiorentino La Strozzina nel ciclo di incontri che accompagna la mostra d'arte “Declining Democracy”. Barisione, autore di apprezzati saggi editi dal Mulino (“Comunicazione e società. Teorie, processi, pratiche del framing”, “L'immagine del leader. Quanto conta per gli elettori?”, “I sondaggi” con Renato Mannheimer) disegna uno scenario preoccupante dell'Italia, anzi delle democrazie occidentali. Ma non tutto è perduto e fenomeni come i social network possono incidere. 

Il titolo del suo intervento è “una democrazia estorta”. Cosa intende con “estorsione”?

In una formula, l’estorsione democratica è chiedere consenso per realizzare un paese migliore e ottenere carta bianca su come realizzarlo, cioè le politiche pubbliche, le riforme, i decreti legge cui si intende sottomettere il paese (come ci si sottomette a una cura, ad esempio).

Si riferisce ad esempio all’attuale presidente del Consiglio?

Di Berlusconi è perfino lampante l’artificio: il giustificare qualsivoglia politica – compresi la prescrizione breve o il decreto sulle intercettazioni – sulla base del consenso ottenuto dal popolo sovrano. Ciò suggerisce quasi l’immagine di un leader che scappa col bottino di consensi generici che ha ottenuto, ma quei consensi configurano un’estorsione nella misura in cui sono utilizzati come fonte di legittimazione preventiva di temi che erano al di fuori del patto con gli elettori. Ma il punto è che questo patto con gli elettori tende a essere sempre più lasco, più impolitico, più imprecisato.

Vale anche per leader di sinistra?

Sì, ciò vale anche per i leader della sinistra mondiale, nella misura in cui si fanno portatori di messaggi performativi (hope, change, future, our country…) e si fanno eleggere sulla base di questo “mandato”. E su questo tipo di messaggi si sta fossilizzando il dibattito democratico oggi.

Esempi concreti, a sinistra appunto?

Citerei prima di tutto l’elezione di Obama nel 2008. Nel registro del vago e dell'impolitico e consensuale c'erano i temi del cambiamento, della speranza e della riconciliazione nazionale. Alla lunga producono sfiducia e cinismo perché i risultati, su promesse troppo altisonanti, ovviamente non arrivano. In Italia penso a uno slogan usato da Pisapia: non basta fare, bisogna fare bene. Ma fare cosa?

Cosa succede, in pratica?

I governanti cercano e ottengono una legittimazione preventiva della propria azione politica, ma sulla base di non-temi politici (o temi non politici, cioè non divisivi), di messaggi iper-consensuali e impolitici che in nulla lasciano presagire la natura delle decisioni politiche imminenti o future. Essi portano quindi a casa un bottino eccezionale - una legittimazione preventiva, (“ce l'ha chiesto la maggioranza degli italiani”) - senza violenza o minaccia, ovviamente (è un'estorsione democratica), ma con dolo potenziale, perché mette in conto il causare un danno altrui, senza che la vittima - cioè il cittadino-elettore - ne sia consapevole al momento dell'estorsione. E il consenso viene “estorto” perché si chiede di esprimerlo essenzialmente su temi performativi come: il paese, il cambiamento, il futuro, il benessere, l'efficienza, la forza, ma anche il lavoro o l'ambiente.

Perché ritiene questo punto così importante?

Innanzitutto perché i non-temi politici sono quelli che più restano impressi negli elettori e che possono indirizzarne le scelte. Quindi hanno effetti reali. Poi perché con il ciclo elettorale continuo sono sempre più centrali nel processo di comunicazione politica. E poi perché promettendo, ad esempio, il cambiamento ad ogni elezione (o un governo per i giovani, o per l'educazione, o per il sud, o per la tecnologia, o per la sicurezza - tutte cose omnibus e non divisive) e non essendo mai in grado di produrlo veramente, si alimenta la sfiducia, il cinismo e anche la rabbia degli elettori, con conseguenze negative in termini di crescita delle pulsioni populiste o antipolitiche. Anche se da un altro lato possono stimolare nuove forme di partecipazione attiva dei cittadini. Ci sono i pro e i contro! In ogni caso, si alimenta alla lunga la sfiducia nelle istituzioni della democrazia rappresentativa.

Cosa suggerisce, da cittadino?

Cosa fare? Da elettori bisognerebbe sanzionare i messaggi ovvi e completamente impolitici, sollecitare di più i rappresentanti sulle scelte politiche, anche attraverso i social network, punire la finzione del pragmatismo post-ideologico, per la quale tutti saremmo d'accordo su tutto e si tratta solo di scegliere chi lo fa meglio. Non è così. Bisogna capire che è bene, o è inevitabile, scegliere una persona, un candidato, ma sulla base delle scelte che intende fare sui temi più importanti. Chi sceglie di non scegliere o sceglie chi non sceglie, si fa estorcere il proprio consenso per le scelte che saranno inevitabilmente fatte dopo.

Il web e i social network possono incidere?

Sì, attraverso web e social network questa logica della legittimazione preventiva può essere ribaltata. Sui social media i politici possono essere interpellati continuamente e chiamati a esprimersi su delle scelte possibili. E le discussioni di politica su twitter ruotano molto più facilmente intorno a dei contenuti politici reali.

E nel rapporto tra politico e i cittadini i social network che effetti hanno?

Potenzialmente positivi perché danno voce alle minoranze. Forse in questa fase è opportuno far passare la consapevolezza che anche le minoranze attive e l’azione collettiva devono avere un'influenza legittima. L'opinione pubblica è, ed è giusto che sia, influente e non solo come opinione aggregata nei sondaggi, ma anche in quanto azione collettiva o discussione pubblica di minoranze che si mobilitano su un tema. Come nel caso di “Occupy Wall St.” di queste settimane, che combina presenza in piazza e mobilitazione continua in rete.

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