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27 gennaio 2011

Fame: la minaccia del grano su Cairo e Algeri
di Roberto Bongiorni

Al grido “Aish! Aish!” (pane), milioni di egiziani presero d’assedio i forni di tutto l’Egitto. Era il marzo del 2008. In 15 giorni, nelle interminabili file morirono quindici persone; schiacciate dalla folla, percosse dalla polizia, o nelle liti per strapparsi la pagnotta a prezzi sussidiati. Morti per accaparrarsi un alimento base che ironicamente, in arabo (Aish), significa anche vita. Come in questi giorni, la rabbia si riversò contro il presidente Hosni Mubarak. Reo, agli occhi di molti egiziani, di aver forgiato un sistema dove la corruzione detta le regole e permea ogni strato della società.

I fornai nascosero la farina sussidiata, per rivendere le pagnotte sul mercato nero a 10 volte tanto. Lasciando a mani vuote la popolazione. Furiosa per quel benessere che non si vede. Per quei tassi di crescita portentosi (+6,8% nel 2006, +7,1% nel 2007 e + 7,3% nel 2008), per gli investimenti stranieri che crescono, le macchine lussuose che girano perle strade e gli alberghi a cinque stelle che crescono come funghi sulle rive del Nilo. Il governo si difese: i prezzi del grano erano troppo alti, il budget stanziato per i sussidi, già un fardello per i conti pubblici, limitato. La crisi rientrò. Ma l’Egitto, il più popoloso paese del mondo arabo, è un gigante dai piedi d’argilla. Non solo politicamente.

L’economia cresce, e in apparenza è uno delle migliori nella regione. Quest’anno il Pil è visto in rialzo del 5,4% (il Cairo si ostina a parlare del 7%), gli investimenti stranieri continuano ad aumentare, il settore edilizio gode di ottima salute. Eppure soffre di problemi cronici a partire dall’inarrestabile crescita demografica. A meno di concrete riforme strutturali, ancora insufficienti, per tenere il passo ci vorrebbero tassi di crescita del 10% l’anno, precisano gli analisti. Senza contare la disoccupazione e l’inflazione, entrambe su due cifre. Sono passati tre anni, la storia si ripete. È bastato che al Cbot di Chicago le lancette dei contratti futures sul grano puntassero verso l’alto (ieri il contratto per scadenza ravvicinata sul grano è balzato a 8,56 dollari per bushel, toccando i picchi da 29 mesi) che il primo importatore mondiale si trovasse ancora una volta davanti all’emergenza sussidi.

In Tunisia la rivolta popolare, culminata nell’esilio del dittatore Ben Ali, è stata scatenata da un cocktail di fattori: tra cui disoccupazione in crescita, un gap che si allarga sempre di più tra ricchi e poveri, e i forti rincari dei generi alimentari. Un fattore che in questo parte del mondo è capace di far tremare i governi. Gli egiziani ricordano bene le violente rivolte popolari scoppiate nel 1977, quando il governo cercò di eliminare i sussidi. Morirono oltre 70 persone. Poco mancò che cadesse il governo. L’allora presidente Anwar Al-Sadat ripristinò subito i sussidi.

D’altronde l’Egitto importa la metà del cibo consumato dai suoi 80 milioni di abitanti. E in nessun altro paese della regione una fetta così consistente della popolazione (circa l’80%) fa affidamento sui sussidi, soprattutto alimenti ed energia. Che nel complesso, in Egitto rappresentano l’8% del Pil. Un livello estremamente preoccupante. Aumentarli più di tanto non si può. Così sempre più gente accusa l’onda d’urto dell’inflazione. Lo scorso novembre il rincaro dei beni alimentari e delle bevande è cresciuto del 17,1%, il mese successivo del 17,2. Il governo egiziano ha riferito di voler aumentare i sussidi alimentari di altri 1,2 miliardi di dollari.

L’Algeria, 35 milioni di abitanti distribuiti su un territorio sconfinato, non ha i problemi demografici dell’Egitto. Inoltre può contare su un argomento molto convincente: petrolio e gas. Da gennaio a novembre del 2010 ha incassato dall’export di petrolio 50 miliardi di dollari. L’ex colonia francese possiede 150 miliardi di dollari in riserve valutarie straniere, ha un debito estero insignificante, e per il 2011 il Pil è stimato in rialzo del 4 cento. Ma i problemi non mancano: non si creano abbastanza posti di lavoro, e una larga fetta della popolazione vive proprio con i sussidi. Anche questo è un boom senza benessere, che cresce sullo sfondo di riforme strutturali mancate e dello spettro dell’inflazione. Il malcontento è tangibile, soprattutto tra i giovani.

Anche ieri due algerini hanno cercato di darsi fuoco in segno di protesta. Nell’ultima settimana ci hanno provato in 15 (due sono deceduti). Temendo che possa essere travolta dall’effetto domino innescato a Tunisi, Algeri ha cercato di tappare la falla: nel mese in corso ha accelerato le importazioni di grano, acquistando ieri una gigantesca partita di 800mila tonnellate (complessivamente 1,75 milioni di tonnellate da inizio anno). Una misura per consolidare gli stock, ha risposto il ministro algerino dell’Agricoltura. E per aumentare l’offerta di grano tenero del 18 per cento. Temendo il ripetersi dei disordini del 2008, la Fao ha invitato i paesi produttori di grano a non decidere freni all’export. Anche Algeri sa che le rivolte del pane possono essere fatali.

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