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Scritto il 08/8/11

Cittadini d’Europa, uniamoci: non paghiamo il loro debito

Perché pagare noi il disastro creato da altri, a nostra insaputa? Primo obiettivo: fare chiarezza sul passato. E scoprire cosa ne è stato del denaro di un dato prestito, a quali condizioni è stato concesso, quanti interessi sono stati pagati, a che tasso, e in che proporzione sono stati già rimborsati. E poi: come è stato gonfiato il debito, senza che fosse utile alla popolazione? Quali strade hanno seguito i capitali? A chi sono serviti? Quale proporzione è stata indebitamente appropriata, da chi e come? E quindi: come ha fatto lo Stato a trovarsi in così grandi difficoltà? A causa di quali decisioni, prese a che titolo? Per esempio: com’è che sono diventati pubblici i debiti privati? Chi si è impegnato in progetti inadatti? Chi ne ha approfittato ha addirittura commesso crimini, delitti? Perché non vengono stabilite le responsabilità civili, penali e amministrative?

Sono le grandi domande avanzate dal comitato civico per ottenere un audit democratico della Grecia, che sotto la pressione sociale del disastro finanziario ribalta il problema: prima ancora di impegnare gli strati più deboli a “onorare il debito” contratto, è necessario ristabilirne la storia. Siamo sicuri che quel debito, che oggi spaventa anche gli Usa, l’Italia e il resto dell’Europa, sia stato creato per il bene dei cittadini? No, naturalmente. Anzi, siamo praticamente certi del contrario: in nome dei cittadini è stata compiuta una sorta di colossale rapina legalizzata, lobby e banche hanno accumulato immense fortune e ora, di fronte al collasso, tentano di far pagare i loro errori alle popolazioni: col pieno consenso delle classi politiche, governi e opposizioni, che infatti si affrettano a chiedere “sacrifici” a chi in realtà non ha mai partecipato alla spartizione del bottino finanziario.

E’ la tesi dell’economista francese François Chesnais, redattore della rivista “Carré rouge”, che ha appena pubblicato il saggio “I debiti illegittimi” (edizioni “Raisons d’agir”) che svela cosa accade “Quando le banche fanno man bassa nelle politiche pubbliche”. Nella primavera del 2010, spiega Chesnais in un intervento pubblicato su “Megachip”, le grandi banche europee (in prima fila quelle francesi e tedesche) hanno convinto l’Unione Europea e la Bce che il rischio di insolvenza nel pagamento del debito pubblico della Grecia metteva in pericolo il loro bilancio. Le grandi banche hanno chiesto di essere messe al riparo dalle conseguenze della loro stessa gestione. Sono state aiutate nell’autunno 2008 al momento del fallimento della banca Lehman Brothers a New York, che ha portato al parossismo della crisi finanziaria. «Ma sin dal giorno del loro salvataggio, non hanno purgato dai loro bilanci i “titoli tossici”: anzi, hanno continuato a fare investimenti ad alto rischio, al punto che per alcune di esse il minimo rischio di insolvenza significherebbe il fallimento».

Nel maggio 2010, ecco il piano di salvataggio finanziario: drastica austerità e privatizzazioni accelerate, forte diminuzione delle spese sociali, crollo degli stipendi, riduzione dei funzionari e nuovi attacchi al sistema pensionistico. I primi paesi ad aver applicato questo piano, come la Grecia e il Portogallo, «sono stati presi in una spirale infernale, di cui le classi popolari e i giovani sono stati le vittime immediate». Una spirale, continua Chesnais, che avvolge di mese in mese un numero sempre più importante di paesi dell’Europa occidentale e mediterranea, dopo aver «devastato» i paesi baltici e balcanici: «Tocca ai lavoratori, ai giovani e alle classi popolari più fragili vedersi imposto il costo del salvataggio del sistema finanziario europeo e mondiale». Ma chi l’ha creato, il collasso? I cittadini “cicale” o gli speculatori bancari?

La colpa è delle banche, accusa Chesnais, che – grazie all’establishment politico-economico dei vari paesi, che se n’è servito – hanno finora potuto operare al riparo da qualsiasi critica, godendo di incredibili pregiudizi favorevoli: le persone comuni, e persino «la maggior parte degli economisti», pensa che le banche «siano dei semplici intermediari tra i depositanti e i creditori», che quindi «raccolgano il risparmio e finanzino gli investimenti». Proprio per questo, sottolinea l’analista francese, i “sacrifici” chiesti su pensioni e salari sono presentati come “necessari”, affinché “il debito” venga “onorato”. «L’ingiunzione di “onorare il debito”, così come quella di aiutare le banche, poggiano entrambe sull’idea che in gioco ci siano somme di denaro frutto del risparmio paziente, accumulate con il duro lavoro, che sarebbe state prestate». Purtroppo, invece, «la realtà è tutt’altra», dice Chesnais.

Le banche, spiega l’analista francese, prestano denaro senza alcun rapporto con l’ammontare dei depositi e del risparmio privato che è loro affidato. «Non sono mai state dei semplici intermediari: dalla loro trasformazione in gruppi finanziari diversificati dalle operazioni transnazionali, le banche sono tutto tranne che intermediari. I profitti bancari provengono dalle loro operazioni di creazione di credito». La loro fonte si trova nei flussi di ricchezza (valore e plus valore) provenienti dalle attività di produzione. Nel caso di un’impresa, si preleva una frazione del profitto; nel caso dei privati e delle famiglie, è una parte del loro salario o della loro pensione ad essere assorbita dagli interessi che pagano sui crediti ipotecari o sulle carte di credito. «Più una banca presta, più i suoi profitti sono elevati», grazie anche ai mezzi che negli ultimi vent’anni gli istituti di credito hanno concepito.

Le “innovazioni finanziarie” hanno dato vita ad una fitta rete di transazioni interbancarie, attraverso cui azionare il cosiddetto “effetto di leva”, facendo superare la soglia di solvibilità anche di oltre il 30%. E’ così che le grandi banche sono diventate fragili: ne sono pienamente consapevoli, ma «contano sui governi per assicurarle in qualsiasi circostanza e qualunque sia il costo sociale della rete di sicurezza, in caso estremo la socializzazione delle loro perdite», scrive Chesnais, ricordando l’allerta lanciata dall’Fmi già a gennaio 2011: grandi incertezze della situazione economica mondiale, dato che in Europa «l’interazione tra i rischi sovrani e bancari si intensifica». Alcune banche «hanno ancora un effetto leva troppo importante», a fronte di «mezzi propri insufficienti». Per il Fondo Monetario Internazionale, «certe banche tedesche, oltre che le casse di risparmio italiane, portoghesi e spagnole in difficoltà» già a gennaio erano «vulnerabili a nuovi choc».

Bilancio: tre decenni di liberalizzazione finanziaria e quattro anni di crisi nera. Per Chesnais, è ora di esaminare «il problema dell’utilità economica e sociale delle banche nella loro forma attuale». Divenute dei «conglomerati finanziari», hanno davvero diritto al sostegno dei governi e dei contribuenti ogni volta che i loro bilanci sono minacciati dalle conseguenze delle loro stesse disastrose decisioni gestionali? «Molte persone cominciano a dubitarne e qualche volta lo esprimono, come ha fatto Eric Cantona», l’ex calciatore francese che lanciò un appello nel dicembre 2010 per ritirare in massa i depositi bancari.  Chesnais non vuole «distruggere le banche», ma suggerisce di «appropriarsene, affinché possano assolvere compiti essenziali», anziché prestarsi al gioco del “debito odioso”.

Tecnicamente, per il “Global Economic Growth Report” di Toronto pubblicato nel 2003, i “debiti odiosi” sono «quelli che sono stati contratti contro gli interessi delle popolazioni di uno Stato, senza il loro consenso e in tutta conoscenza di causa da parte dei prestatori». Definizione che si attaglia perfettamente al debito che pesa sulla Francia, dove gli amministratori di Comuni, Regioni e persino ospedali hanno avviato azioni giudiziarie collettive contro le banche che avevano convinto gli enti ad acquistare “prodotti strutturati” ad alto rendimento per compensare il calo dei trasferimenti statali. Titoli “opachi” che si sono rivelati “tossici” con la crisi del 2008 e ora pesano sui budget, a scapito dei cittadini. «Le banche conoscevano perfettamente i rischi che facevano correre ai loro clienti, il gioco da casinò nel quale li facevano entrare», scrive Chesnais. «Il supplemento di indebitamento contratto dai Comuni con l’acquisto di titoli spazzatura rientra nel “debito odioso”».

Una violazione del patto sociale, fondata su tre elementi: “regali” al grande capitale, basso livello di fiscalità e maxi-evasione. Stesso copione, dalla Grecia alla Francia, passando per l’Italia e il resto d’Europa. Alla fine pagano tutti, tranne gli strateghi dell’imbroglio: le banche e i loro supporter economico-politici. «Quando le banche e gli hedge funds “prestano” agli Stati, comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di relazioni e di transazioni interbancarie», spiega Chesnais. «Il trasferimento di ricchezza, quella che nasce al lavoro, ha invece luogo nel senso inverso», cioè: dal lavoratore alla banca. «Il debito e il servizio degli interessi sono una componente della “pompa finanziaria”, così elegantemente soprannominata da Frederic Lordon. La natura economica delle somme pretese è un fattore in più per interrogarsi sulla legittimità del debito pubblico».

Finora, il solo esempio di audit sul debito pubblico è quello realizzato nel 2007 in Ecuador, su pressione del presidente Rafael Correa che voleva conoscere le condizioni in cui nacque il debito del paese. L’audit ha permesso al governo di decidere la sospensione del rimborso del debito, titoli in scadenza dal 2012 al 2030. I banchieri, soprattutto nordamericani, detentori dei titoli, sono stati così costretti a negoziare. L’Ecuador ha potuto così recuperare titoli stimati a 3,2 miliardi di dollari per una somma di poco inferiore al miliardo di dollari. «Uno scenario simile a quello dell’Ecuador non è concepibile in Europa», dice Chesnais, secondo cui «per sostenere questa rivendicazione non c’è altra strada che quella di comitati sul modello di quelli nati in Francia durante la campagna del 2005 contro il progetto di Trattato costituzionale europeo, oppure sul modello più recente dei comitati a difesa delle pensioni».

L’unico paese europeo dove sia nato un comitato nazionale per l’audit sul debito è la Grecia, dove i promotori invocano due bisogni fondamentali della società: la trasparenza e il controllo democratico dello Stato e dei governi da parte dei cittadini. Il diritto di vigilanza dei cittadini sugli atti di chi li governa «è intrinseco alla democrazia stessa» perché riflette il diritto dei cittadini di «esercitare il loro controllo sul potere e a partecipare attivamente agli affari comuni». Questo «bisogno permanente di trasparenza» negli affari pubblici, nell’epoca del neoliberismo più selvaggio e della corruzione più sfrenata – senza precedenti nella storia mondiale – acquisisce un’enorme e supplementare importanza: si trasforma in un bisogno sociale e politico assolutamente vitale.

«L’esercizio dei diritti democratici dei cittadini, considerati un tempo come “elementari”, è visto dai governanti quasi come una dichiarazione di guerra al loro sistema», accusa il comitato nazionale greco, che denuncia: il potere reagisce con la repressione contro chi protesta. «L’audit sul debito pubblico – continua il documento dei greci – acquista una dinamica socialmente salutare e politicamente pressoché sovversiva». Il diritto democratico diventa anti-sistema? Sì, se non è più solo questione di “trasparenza”: la nuova rivendicazione popolare «va molto più in là, perché apre la strada a dei processi che potrebbero rivelarsi estremamente pericolosi per il potere costituito e potenzialmente liberatori per la schiacciante maggioranza dei cittadini». Esigendo di aprire e analizzare i libri contabili del debito pubblico, il movimento per l’audit civico osa “l’impensabile”: «Penetra nella zona vietata, nel sancta sanctorum del sistema capitalista, laddove, per definizione, non sono tollerati intrusi».

La via greca alla rivoluzione? Chiamatela come vi pare, dice Chesnais, ma la questione resta centrale. Si chiama: annullamento del debito pubblico. Che non può essere una misura isolata, ma va abbinata ad altre due mosse altrettanto decisive: la “riconfigurazione” delle banche, che devono tornare al servizio dell’economia reale, e quella della fiscalità, «che deve cessare di essere un grave peso sui salari e sulle classi popolari». La posta in gioco: creare «una dinamica politica» alimentata da «una forte capacità di mobilitazione» verso «una campagna per l’annullamento del debito come una lotta essenziale e che condiziona il futuro». L’Europa senza futuro naufraga nel precariato? «La soluzione passa attraverso il controllo sociale dell’investimento: non si può continuare a dipendere dalle strategie di massimizzazione dei profitti delle grandi imprese».

La soddisfazione dei bisogni sociali impellenti, continua Chesnais, ha per contesto la crisi ecologica in tutte le sue dimensioni. «È indispensabile realizzare un cambiamento basato su profonde trasformazioni nei modi tecnici di produzione nell’industria come nell’agricoltura». Il finanziamento sarebbe assicurato dall’imposta e dal credito bancario controllato, mentre la “sobrietà energetica” e la de-mercificazione ne sarebbero i complementi. Economia democratica e sana, che a qualcuno piace anche chiamare “decrescita del Pil”: «Il controllo sociale dell’investimento permetterebbe di riassegnare numerose attività e accorciare le linee di approvvigionamento, di produzione e di commercializzazione». L’analista francese ne è certo: «L’annullamento dei debiti nei paesi in cui i popoli si mobiliteranno per questo scopo, creerà così le condizioni per una vera “uscita dalla crisi”».

Tutto questo, mentre il mondo è sull’orlo del baratro: «La vulnerabilità del sistema finanziario europeo, ma anche mondiale, rende possibile una nuova crisi. Il fallimento totale del sistema bancario non è escluso». Proprio per questo, però, «nei paesi in cui il pagamento del debito sarà stato messo in discussione dal movimento sociale, i lavoratori e giovani vedranno in maniera diversa le questioni “politiche”: vi saranno preparati, almeno in parte». Per Chesnais, anche i sindacati europei saranno finalmente obbligati a «smarcarsi dalla Commissione Europea e dalla Bce». Per assurdo, la crisi offre un’opportunità inedita: a patto che la soluzione non venga ancora una volta dai soliti noti, gli specialisti del disastro finanziario. «L’opportunità si è venuta a creare, di costruire tra i cittadini dei paesi dell’Europa una vera unione». La soluzione non è l’uscita dall’euro, dice Chesnais, ma è tutta politica: si tratta di «aiutare la convergenza delle lotte sociali e politiche condotte oggi in ordine sparso, verso un obiettivo di controllo sociale democratico comune dei mezzi di produzione e di scambio, dunque anche dell’euro». “Prendere le banche”? «Sì, in tutti i paesi in cui il movimento sociale ne avrà la forza. Includendo nel novero anche la Bce».

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