Revisione a cura del Centro Studi Sereno Regis
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Domenica, 30 gennaio

Un anno rischioso da vivere
di Michael T. Klare
Traduzione a cura di Marzia Migliorini

L’aumento dei prezzi delle merci e gli eventi meteorologici estremi minacciano la stabilità globale.

Prepariamoci a un anno difficile. D’ora in avanti, è probabile che l’aumento dei prezzi, le forti tempeste, gravi siccità e inondazioni e altri eventi inaspettati sconvolgeranno la struttura della società globale, originando caos e tensione politica. Iniziamo con un semplice fatto: i prezzi degli alimenti di base stanno già raggiungendo o superando i loro picchi del 2008, anno in cui gravi tumulti scoppiarono in dozzine di Paesi in tutto il mondo.

Non c’è da stupirsi, quindi, che gli esperti alimentari ed energetici stiano cominciando a metterci in guardia del fatto che il 2011 potrebbe essere una anno rischioso da vivere – - e potrebbero esserlo il 2012, il 2013, e avanti così. Aggiungiamo all’impennata del costo del grano, che offre sostentamento a molte persone povere, un analogo aumento del prezzo del petrolio – - che si avvicina nuovamente a livelli che non si vedevano dal picco del 2008 – - e si potranno già avvertire i primi segnali dell’imminente pericolo di crollo in cui si trova la debole ripresa economica. E poi pensiamo agli aumenti dei prezzi dell’energia, che non fanno altro che incrementare il malcontento globale.

Recentemente, i livelli sbalorditivi della disoccupazione giovanile, la profonda sfiducia in un governo autocratico e repressivo e i prezzi del cibo hanno scatenato rivolte in Algeria e proteste di massa in Tunisia che, a sorpresa del mondo intero, hanno spodestato il Presidente Zine al-Abidine Ben Ali, dittatore di lunga data, e la sua allargata e corrotta famiglia. Ma molte delle tensioni sociali così evidenti in questi due Paesi sono presenti sia nel Medio Oriente che altrove. Nessuno può prevedere dove avverranno i prossimi tumulti, ma con i prezzi del cibo che continuano a salire e altre difficoltà economiche che aumentano, ulteriori agitazioni appaiono inevitabili. Queste potrebbero essere le prime “rivolte per le risorse primarie” che catturano la nostra attenzione, ma non saranno le ultime.

Per essere chiari, i modelli di consumo globale stanno iniziando a sfidare i limiti delle risorse naturali del pianeta. Le popolazioni continuano a crescere e allo stesso modo, dal Brasile all’India, dalla Turchia alla Cina, nuovi poteri stanno crescendo. Con essi nasce il bisogno di uno stile di vita più americano. Non a sorpresa, la domanda di materie prime è significativamente in aumento, anche se in molti casi le scorte stanno diminuendo. Inoltre, i cambiamenti climatici prodotti dallo sfrenato uso energetico si stanno affiancando alle difficoltà di approvvigionamento, e gli speculatori scommettono che la situazione tenderà progressivamente al peggio. Mettete insieme tutto ciò e il cammino apparirà sempre più difficile.

Panieri senza Pane

Cominciamo dal cibo, il più importante e volatile tra queste merci. Dopo l’inizio della crisi finanziaria globale nell’ottobre del 2008, i prezzi degli alimenti diminuirono, ma questa sembrerebbe essere stata un’eccezione. Nel dicembre 2010, l’indice globale dei prezzi alimentari stilato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha toccato il record di 215 punti, uno in più rispetto alla primavera del 2008 (nell’indice, che si basa su un paniere di alimenti principali, la base 100 rappresenta la media dei prezzi del 2002-2004). Infatti, alcuni prodotti alimentari tra cui zucchero, olio e grassi, al momento vengono effettivamente commerciati al di sopra dei livelli del 2008; altri, tra cui i latticini, i cereali e la carne si stanno pericolosamente spingendo verso livelli record.

Gli esperti alimentari temono che, entro pochi mesi dall’inizio del 2011, i prezzi degli alimenti principali possano scavalcare la soglia del 2008 e stabilizzarsi, causando gravi difficoltà ai poveri di tutto il mondo. “Abbiamo raggiunto un livello molto alto,” ha detto preoccupato Abdolreza Abbassian, un economista della FAO. “In situazioni passate, livelli simili hanno originato problemi e rivolte in tutto il mondo.”

Abbassian e i suoi colleghi sono particolarmente preoccupati circa l’aumento del prezzo del grano, del frumento e del riso, le colture principali di miliardi di persone dei Paesi più poveri. Secondo la FAO, già alla fine del 2010, i prezzi internazionali del grano e del frumento si stavano avvicinando ai loro picchi del 2008 (rispettivamente 260 dollari e 340 dollari circa a tonnellata).
Gli analisti attribuiscono l’aumento del prezzo dei cereali sia alla crescente domanda nelle nazioni sviluppate e in quelle in via di sviluppo, sia a una serie di eventi cataclismici legati alle condizioni meteorologiche e alla speculazione degli investitori.
La scorsa estate, l’eccessiva siccità e i violenti incendi hanno distrutto una buona percentuale del raccolto di frumento in Russia e Ucraina, mentre le forti alluvioni in India e l’inondazione del 20% del Pakistan hanno danneggiato una parte significativa della produzione di cereali in questi Paesi. Allo stesso tempo, un clima insolitamente caldo e asciutto ha arrestato la produzione in altre aree agricole importanti.

Ciò che oggi rende il quadro così preoccupante è il fatto che la gravità e la frequenza di eventi meteorologici estremi sembra essere in crescita. Solamente nelle poche settimane passate, diversi fatti simili hanno aperto la via verso seri problemi di approvvigionamento. Gli eventi più significativi sono state le alluvioni e le precipitazioni senza precedenti in Australia, uno dei principali produttori di frumento, che hanno quasi completamente sommerso un’area due volte più grande della California , distruggendo sensibilmente la coltivazione. Le insolite aridità nel Midwest degli Stati Uniti e in Argentina, hanno lasciato intravedere problemi futuri nella produzione di grano e cereali. É ancora troppo presto per prevedere la portata del raccolto di grano e cereali di quest’anno, ma molti analisti mettono in guardia sulla diminuzione delle scorte e sui prezzi che raggiungeranno le stelle.

Gli analisti tradizionali e i funzionari statali preferiscono non attribuire al riscaldamento globale questo ingorgo di eventi meteorologici estremi. I politici hanno paura di assumersi la responsabilità del grande problema dei cambiamenti climatici e, inoltre, le grandi variazioni delle precipitazioni sono normali, specialmente in posti come l’Australia che sono soggetti alle oscillazioni oceanichearticolo 11 costituzione della temperatura causate dal Niño e dalla Niña. Ma la teoria dei cambiamenti climatici ha a lungo suggerito che la tendenza al riscaldamento – - il 2010 ha uguagliato il 2005 per l’anno più caldo registrato e il nono su dieci degli anni più caldi dell’ultima decade – - sarà accompagnata da un aumento della frequenza e della gravità delle tempeste. É difficile non giungere alla conclusione che gli eventi recenti, incluse le alluvioni australiane, siano legati all’aumento delle temperature globali.

Il ritorno della crisi energetica

L’aumento rapido dei prezzi è dovuto anche agli investimenti speculativi e al crescente prezzo del petrolio. Rispondendo in parte al calo del valore del dollaro, alcuni investitori stanno impiegando i loro soldi nei futures alimentari (insieme all’oro e all’argento) come copertura speculativa. Allo stesso tempo, il prezzo del petrolio si sta lentamente muovendo verso i 100 dollari , rendendo sempre più conveniente per gli agricoltori il passaggio dalla coltivazione del grano per il consumo umano alla sua coltivazione per la produzione di etanolo, riducendo così di conseguenza il numero di acri riservati agli alimenti base. Il petrolio dovrebbe scendere sotto i 50 dollari a barile per rendere competitiva la coltivazione di grano come prodotto alimentare con la produzione di etanolo – - ed è difficile che questo avvenga. Quindi, anche se quest’anno verrà prodotto più grano, una minor quantità sarà destinata a scopi alimentari e il prezzo di ciò che avanzerà sarà destinato a salire.

Il rapido aumento dei prezzi del petrolio ha allarmato gli esperti. Non molto tempo fa, il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DoE) aveva stimato una fascia di prezzo tra i 70 e gli 80 dollari al barile nel 2011, ma all’inizio dell’anno il petrolio viene commerciato sopra i 90 dollari al barile e alcuni analisti prevedono che raggiungerà i 100 dollari prima della fine dell’anno. Alcuni parlano addirittura di 150 dollari al barile e di prezzi alla pompa di benzina di oltre 4 dollari. Se i prezzi saliranno oltre i 100 dollari, i consumi globali subiranno un altro crollo.

“I prezzi del petrolio stanno entrando in una zona pericolosa per l’economia globale”, afferma Fatih Birol, il capoeconomista dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). “Le spese d’importazione del petrolio stanno diventando una minaccia per la ripresa economica.”

Come nel caso degli alimenti, anche l’aumento del prezzo del petrolio è il prodotto della crescente domanda, delle scorte insufficienti e degli investimenti speculativi. Secondo le proiezioni più recenti dell’IEA, il consumo giornaliero globale del petrolio nel 2011 raggiungerà la media di 87.4 milioni di barili, un aumento di circa due milioni di barili rispetto al primo trimestre del 2010. Gran parte della nuova domanda arriva dalla Cina, dove un ceto medio di nuova formazione compra automobili a velocità record, ma anche dagli Stati Uniti, dove quelli che prima erano consumatori prudenti stanno lentamente tornando alle abitudini di guida precedenti al 2008.

In un tempo in cui l’industria petrolifera sta sperimentando un ribasso dei tassi di rendimento in molti giacimenti attuali e trova sempre più difficile riuscire ad aumentare la produzione, anche due milioni di barili in più al giorno possono costituire una sfida scoraggiante (e, per i prossimi anni, è prevista una domanda sempre più alta). Negli Stati Uniti, ad esempio, si erano riposte molte speranze nei sondaggi petroliferi nelle acque profonde del Golfo del Messico e nel mare aperto dell’Alaska, ma sulla scia del disastro della BP, l’idea sembra essere stata abbandonata. In Messico e nel Mar del Nord, due recenti note positive, la produzione sta affrontando un brusco declino, mentre altri importanti produttori , inclusi quelli del Medio Oriente, stanno lottando per mantenere i livelli correnti di produttività nei giacimenti attuali.

Molti analisti energetici credono che il mondo abbia raggiunto (o raggiungerà presto) il picco del petrolio- – momento in cui la produzione petrolifera globale toccherà il massimo tasso giornaliero sostenibile e inizierà un lungo e irreversibile declino. Altri sostengono che livelli di produttività più alti sono ancora possibili. Qualunque sia la verità, al momento, l’industria petrolifera trova sempre più difficile, e sempre più costoso, aumentare la produttività oltre i livelli attuali. Ciò, insieme alla domanda insaziabile, sta portando i prezzi alle stelle.

In queste circostanze, gli speculatori sono nuovamente coinvolti nel mercato petrolifero visto come una scommessa sicura. Già nel 2008, questi stessi speculatori contribuirono a spingere i prezzi del petrolio al record di 147 dollari a barile, per poi abbandonare il mercato in seguito al crollo dei prezzi quando l’economia americana si avviava verso la catastrofe finanziaria. Ora stanno tornando. “I fondi d’investimento e gli investitori privati si stanno acaparrando gli strumenti finanziari legati alle quotazioni del greggio e, di conseguenza, contribuiscono all’aumento dei prezzi del petrolio,” ha riferito a fine dicembre il Wall Street Journal.

La maggior parte degli analisti si aspettano un’impennata dei prezzi questa primavera o quest’estate, quando gli automobilisti americani si metteranno su strada. “Ci sarà una ripresa primaverile che porterà la benzina tra i 3.10 e i 3.50 dollari al gallone alle stazioni di servizio negli Stati Uniti,” prevede Tom Kloza, capo economista petrolifero all’Oil Price Information Service.

Di conseguenza, l’aumento del prezzo della benzina colpirà i consumatori non appena questi saranno disposti a riaprire il portafogli. Non di meno, si dovrà fronteggiare un rincaro dei costi d’importazione della benzina e le economie di Paesi importatori come gli Stati Uniti, il Giappone e molti altri in Europa, che già risentono della loro debolezza, verranno debilitate.

Secondo alcuni calcoli, i prezzi del petrolio hanno fatto sì che si aggiungessero altri 72 miliardi di dollari al mastodontico deficit della bilancia dei pagamenti dell’anno passato. L’Europa ha dovuto sborsare altri 70 miliardi di dollari e il Giappone 27 miliardi di dollari per il petrolio importato. “É un fatto significativo,” afferma Faith Birol della IEA in merito ai recenti dati relativi al prezzo del petrolio. “Il 2010 ha suonato i primi campanelli d’allarme e i livelli di prezzo del 2011 potrebbero condurci verso la stessa crisi finanziaria del 2008.”

Sommosse, proteste e rivolte causate dall’aumento dei prezzi degli alimenti, crescita dei prezzi del petrolio, gravissima disoccupazione mondiale, fallimento della ripresa: sembra l’insieme perfetto dei requisiti indispensabili per uno tsunami di instabilità e agitazione. I fatti accaduti in Algeria e Tunisia ci danno solo un assaggio di cosa potrebbe diventare questo vortice, ma dove, come e in che forma questo avverrà, nessuno lo può prevedere. Un’unica garanzia: non abbiamo visto che l’ultima delle rivolte per le risorse che, nei prossimi anni, potranno raggiungere un’intensità che oggi non possiamo neanche immaginare.

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