Fonte: www.byoblu.com
http://www.uomoplanetario.org
dic 4, 2011

Quel piccolo villaggio di irriducibili… islandesi!
di Claudio Messora

Il fallimento delle banche non è necessariamente la fine del mondo. Dove esiste ancora una sovranità monetaria, le banche private sono una cosa, lo Stato un’altra. Gli unici che hanno avuto il coraggio di dirlo forte sono stati gli islandesi che, alla proposta di ripianare con l’austerity i debiti conseguenti al fallimento della banca Landsbanki, legato ai depositi IceSave, si sono opposti con ben due referendum. Nel primo, i “no” hanno superato addirittura il 93%. Percentuali bulgare. Significa che quando la gente può esprimersi, quel “fate presto!” del Sole24Ore e la sobrietà di quel Mario Monti del Corriere della Sera diventano cortesi ma irremovibili rifiuti. Per questo i banchieri hanno impedito a Papandreou di fare lo stesso referendum in Grecia e si sono affrettati a piazzare al suo posto Lucas Papademos, un collega di Monti. In Europa, come dice Farage, i referendum devono avere solo due risposte: “Sì”, e “Sì, ve ne prego!”.

Nei depositi IceSave avevano investito soprattutto olandesi e britannici. Quasi 4 miliardi di euro di perdite. Gli islandesi però si sono rifiutati di pagare, stabilendo il principio che la responsabilità non è dello Stato ma di una banca che, anche se nazionale, è privata esattamente come la Banca d’Italia. 

Il Presidente islandese ha dichiarato che “la Costituzione islandese è basata sul principio fondamentale che il popolo è sovrano. E’ responsabilità del presidente far sì che la volontà del popolo prevalga“. In due parole, ecco spiegato il senso profondo della parola “referendum”. Quello che alla Grecia è stato negato e che in Italia non c’è stato neppure bisogno di negare: la volontà popolare è stata di proposito ignorata, tra gli applausi delle scimmie ammaestrate e del popolo servo, sempre in cerca di un nuovo padrone.

L’Islanda ha 320 mila abitanti. Qualcuno dice che sono troppo pochi e non fanno testo. Ma se riescono, così in pochi, ad opporsi ad interessi così grandi, cosa potrebbero fare sessanta milioni di persone tutte insieme? Immagino un mondo dove le piazze si riempiono e i banchieri, gli speculatori e finanzieri che fanno girare capitali inesistenti sulle roulette russe delle borse – superiori di un fattore 10 a quelli reali – indebitando i popoli, siano costretti a farsi da parte e a lasciare spazio a chi ha una nuova teoria sulla distribuzione della ricchezza, sull’etica del denaro e un rispetto diverso del concetto di sovranità popolare. Non possono essere un manipolo di tecnici pervertiti a imporre a 7 miliardi di persone un modello di società che premia solo se stessi.

Perché l’Islanda lo ha capito? Perché il popolo di un’isola del nord Europa ha dimostrato di essere coeso e informato? Sarebbe interessante andare a scoprirlo. Certo è che in Islanda ogni 100 famiglie, 87 sono connesse a banda larga. E il Parlamento islandese ha ratificato, nel luglio 2010, una risoluzione che dà all’informazione online ospitata sull’isola lo status di immunità totale: chi querela un blogger non solo perde per legge, ma viene controquerelato dallo Stato automaticamente. La risoluzione si chiama IMMI (Icelandic Modern Media Initiative). Perchè il sale dell’informazione è il dibattito, il confronto tra posizioni diverse, anche estreme. Non la censura e la querela come arma di intimidazione. E tutto questo accadeva mentre noi perdevamo tempo con il DDL Intercettazioni, immersi nel medioevo della comunicazione. Sarà per questo che la nuova c, appena riscritta, è stata partorita proprio sulla Rete, in maniera condivisa? Qui da noi è fantascienza. Ma certo, noi siamo italiani, siamo un popolo di navigatori, di inventori, di allenatori, mica siamo pescatori di balene, noi. 

Ho tradotto per voi un articolo del 28 novembre scorso di Ambrose Evans-Pritchard, international business editor esperto di economia del Daily Telegraph. 


Alla Fine Ha Vinto l’Islandaa
di Ambrose Evans-Pritchard

Come una piccola isola è andata controcorrente, smentendo tutte le iatture degli economisti

L’OCSE è andata molto vicino a predire una depressione per l’Europa, a meno che i leader europei non riescano a inventarsi un “prestatore di ultima istanza” molto rapidamente, facendo in qualche modo credere al mondo che il fondo di salvataggio EFSF esista davvero.

Anche se il disastro finale sarà evitato, le previsioni di crescita dell’eurozona sono terribili. Italia, Portogallo e Grecia subiranno tutte una contrazione nel 2012 mentre Spagna, Francia, Olanda e Germania raschieranno il fondo del barile.

La disoccupazione raggiungerà il 18.5% in Grecia, il 22.9% in Spagna, il 14.1% in Irlanda e il 13.8% in Portogallo. Invece l’Islanda si distingue, con una crescita del 2.4% e una disoccupazione al 6,1%. Bene, benissimo!

Insomma, la politica islandese di drastica svalutazione e il controllo sui capitali non ha dimostrato di essere quel disastro che molti avevano predetto. Il suo rifiuto di accettare quel fardello pesante pieno zeppo delle perdite delle banche private non ha trasformato il paese in un lebbrosario.

L’Islanda ha tenuto insieme il suo tessuto sociale. Se l’Islanda fosse stata nell’eurozona, sarebbe stata costretta a perseguire le stesse politiche reazionarie di svalutazione interna e di deflazione del debito che oggi sono inflitte alle masse di disoccupati lungo tutto l’arco della depressione.

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