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4 luglio 2011

No Tav: “Ma quali black block? In piazza c’erano i valsusini”
di Lorenzo Galeazzi

Conferenza stampa del movimento all'indomani dei gravi incidenti con la polizia. “Abbiamo assediato il cantiere col metodo della resistenza popolare”. Critico il presidente della comunità montana Plano: “Gli scontri non hanno niente a che vedere con la giustissima battaglia contro la Tav

“Una trappola mediatica per far vedere la Val Susa come un luogo di violenti”. E’ questa la lettura che gli esponenti del movimento No Tav fanno della lunghissima giornata di ieri, caratterizzata da ore di duri disordini fra manifestanti e forze dell’ordine.

L’occasione per dare la loro versione dei fatti è una conferenza stampa organizzata nella sede del nuovo presidio, poco distante dalla centrale elettrica, ingresso sud del cantiere, teatro ieri di una parte di tafferugli.

Quello che i No Tav non accettano è l’accostamento ai black block, le temibili tute nere che hanno fatto la loro comparsa mediatica in Italia dieci anni fa durante le manifestazioni contro il G8 di Genova. “Ma quale blocco nero, ieri in piazza c’erano i valsusini, persone con caschetti e maschere anti-gas che hanno voluto difendersi in questo modo dopo quanto avvenuto lunedì scorso”, dice Lele Rizzo, uno dei portavoce del movimento che si oppone alla tratta ferroviaria Torino-Lione. Il riferimento è allo sgombero della “Libera repubblica della Maddalena”, l’area del cantiere che è stata occupata per più di un mese, fino all’intervento, lunedì scorso, delle forze dell’ordine che hanno riconsegnato quel pezzetto di Val di Susa alla Ltf, la società che costruirà la linea ad alta velocità.

“Abbiamo deciso di assediare il cantiere, a modo nostro, quello della resistenza popolare – continua Rizzo – Si è inventato lo spauracchio delle tute nere perché non ci si vuole arrendere all’idea di una valle che resiste. Aver fatto resistenza è per noi un vanto”. Parole condivise anche dal portavoce “storico” del movimento valsusino, Alberto Perino, che però mette in guardia le anime più radicali: “Dico sì alla resistenza popolare, ma dobbiamo stare attenti a non superare un certo limite perché poi rischiamo di passare dalla parte del torto”.

Il limite, appunto. Quello che secondo molti osservatori, a partire dal Capo dello Stato, è stato superato. La pensa così anche Sandro Plano, presidente della Comunità montana Val di Susa e Val Sangone che non vuole che la giornata sia ricordata solo per i gravi incidenti: “Quella di ieri è stata una delle più grandi manifestazioni della storia della nostra comunità e gli scontri non hanno niente a che vedere con la giustissima battaglia contro la Tav”. Il corteo cui fa riferimento Plano era l’unico autorizzato dalla Prefettura, quello che è sceso da Exilles, è passato davanti alla centrale elettriche per poi concludersi al campetto sportivo di Chiomonte. “Una marcia aperta dai 23 sindaci della zona e dai bambini della Val di Susa. La risposta migliore a chi sostiene che la protesta contro la costruzione dell’alta velocità sia una cosa superata che riguarda solo poche centinaia di esagitati”.

Peccato che a fianco (e dopo) della manifestazione, sia successo praticamente di tutto. A iniziare dall’altro corteo, quello partito da Giaglione, che sebbene non autorizzato è stato caratterizzato da una partecipazione di massa. Anzi, quella manifestazione è stata l’unica che è riuscita a violare la “zona rossa” del cantiere, riconquistando la “casa sull’albero”, primo storico presidio dei No Tav.

E poi c’erano quelli “che andavano a funghi”, come diceva Perino ieri mattina, prima che tutto avesse inizio: la parte più radicale del movimento che aveva scelto di assediare il cantiere partendo dai sentieri di Ramats. Infine la coda del corteo di Exilles che, una volta sfilati sindaci, mamme e bambini, si è fermato davanti alle inferriate dell’ingresso per cercare di dare l’assalto al cantiere. Ciò che n’è seguito è una specie di guerra di posizione che è durata per ore, con lanci di pietre dalla parte dei contestatori e lanci di lacrimogeni (spesso anche ad altezza d’uomo) da parte delle forze dell’ordine. All’infinito. A scatenare gli agenti è stato il tentativo di abbattere la prima delle tre barriere che le forze dell’ordine avevano innalzato a protezione del cantiere contestato.

“Dopo che le forze dell’ordine ci hanno aggredito a colpi di lacrimogeni, pietre e getti di idranti – dice Maurizio Piccione, altro portavoce del movimento – ci siamo difesi come abbiamo potuto, non ci è rimasto altro da fare che continuare a difenderci”.

Affermazioni che fanno sorridere Plano: “Un ossimoro. Come si fa a dare l’assedio a una struttura e poi dire che ci si è solo difesi? La difesa è un’altra cosa”.

La verità è che i No Tav sono una realtà composita e sfaccettata. E i diversi approcci alla giornata di ieri sono una dimostrazione lampante. “Andrebbe studiato in sociologia”, suggerisce il presidente della Comunità montana. Dai sindaci ai boy scout, dai cattolici in preghiera fino agli anarchici dell’Askatasuna di Torino, tutti uniti nella battaglia contro un’opera inutile, costosa e dall’impatto ambientale devestante.

Quel che conta ora è continuare a mantenere alta l’attenzione sul cantiere in modo che, dopo la giornata di ieri, non si continui a parlare solo di scontri ma del progetto. “Faremo un campeggio No Tav da 10 al 30 luglio”, annunciano i portavoce. E i più radicali annunciano: “Ci riprenderemo il cantiere prima o poi. Non potranno stazionare 2000 poliziotti per sempre”.

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