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26 settembre 2011

Un popolo in marcia in 200mila per la pace
di Roberto Brunelli

Oggi San Francesco ha il volto di questo ragazzo dai capelli rossi con la maglietta di Gandhi. Porta un cartello con quattro numeri, come fosse un maratoneta: “1532”, e sotto «i morti nel Mediterraneo». E probabilmente San Francesco oggi è anche la suorina nata in chissà quale paese esotico con la bandiera arcobaleno in mano. Sono un po' tutti San Francesco oggi: oltre 200 mila persone, dice la Protezione civile, un immenso fiume umano lungo venti chilometri che si allunga per ore e ore da Perugia ad Assisi. Ci sono i “mille giovani per la pace” arrivati da tutto il mondo, ci sono le magliette arancioni già viste a Milano e Napoli, le bandiere del Pd e quelle della Cgil, i volontari dell'Avis e i parrocchiani di frontiera.

Tutti insieme cantano, urlano, sussurrano “pace!” per chilometri e chilometri, nelle strade verdi dell’Umbria e a due passi dallo svincolo per la statale, in mezzo ai vicoli di Assisi. Sono passati cinquant'anni dalla prima Perugia-Assisi, cinquant'anni da quando Aldo Capitini trasformò la sua visione nell’atto di forza pacifica che si materializza in questo immenso fiume umano che reclama non-violenza e diritti per il mondo. E ancora c’è la stessa sensazione fortissima di partecipare alla celebrazione di un’Italia profonda che si nutre e nutre il paese di valori e di progetti per l’unico futuro sensato. È un’Italia multiculturale (centinaia le magliette “Io sono un clandestino”, centinaia i ragazzi africani e i ragazzi dell'altra sponda del Mediterraneo), è un'Italia che stenta ad essere raccontata dalle televisioni, ma che forse oggi è maggioritaria.

È un paese che non solo chiede genericamente “la pace”, è un paese che si ciba della Costituzione italiana e che chiede la liberazione “di uno di noi”, Francesco Azzarà l’operatore di Emergency rapito in Darfur, è un paese in cui molti adolescenti portano la maglietta “Partigiani sempre” ed è il paese in cui sfilano gli uni accanto agli altri i volontari di Gino Strada e gli animalisti, quelli della Lipu e le maree di scout, finanche intere scolaresche, a cominciare dalla scuola media “J. Lennon” di Sinalunga, i cui alunni portano lo striscione della testa del corteo per tutto il percorso da Perugia alla città del poverello che parlava al sole e alla luna, agli uccelli e a tutte le altre creature.

Un crocevia di grande e piccole rivolte, di politica e di passioni: «La Padania non esiste», è uno degli striscioni che si spiegano sotto il sole, accanto alle bandiere degli esuli siriani e dei curdi. C'è chi calcola con esattezza quanto ci saremmo risparmiati dell’ultima quintupla manovra se fossero state tagliate le missioni militari, e ci sono le ragazze che cantano “Bella Ciao”, i versi del Guccini più incendiario e ovviamente “Imagine” in tutte le salse, non ultima con chitarra e violino (stonato).

La politica? Qui la rappresentano innanzitutto i tricolori dei mille Comuni oggi strapazzati dai tagli di Tremonti: risuonano i nomi di Lastra a Signa come di Cerveteri, Nettuno come Tempio, Reggio Calabria e il più sperduto paesino del Piemonte. Alla partenza c'è Rosy Bindi, che scandisce: «La marcia è anche una straordinaria occasione per valorizzare i segni di speranza che ci sono ora nel mondo: non ci sono solo guerre, non c'è solo sfruttamento, ci sono anche popoli che si liberano e che vogliono liberarsi». Poco lontano cammina spedito Nichi Vendola, che coglie un altro aspetto della giornata: «Il taglio delle spese militari non deve più essere un tabù. È insopportabile che si pensi di combattere la crisi tagliando le spese per il sociale: una via d’uscita dalla crisi è quella di uscire da un modello di economia di guerra».

Alla fine, alla Rocca Maggiore, arriva tra gli applausi il messaggio di Napolitano e il suo apprezzamento per «la profonda aspirazione delle giovani generazioni a costruire un futuro fondato su principi di libertà, tolleranza e giustizia sociale in grado di garantire la pacifica coesistenza tra i popoli». L'infaticabile Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, espone il decalogo dell'agenda pacifista che corre come un brivido lungo i migliaia che ce l’hanno fatta ad arrivare quassù: un lavoro dignitoso per tutti, investire sui giovani, «disarmare la finanza», ripudiare la guerra, tagliare le spese militari, costruire società aperte e inclusive... In mano tiene la “lampada di San Francesco”. L'ha avuta in dono dal custode del sacro convento di Assisi. È la seconda che ha avuto. La prima l’ha lasciata a Kabul, dove il sangue scorre a fiumi.

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