Internazionale, numero 885, 18 febbraio 2011
The New York Times Magazine
7 ottobre 2011 12.04

La presidente inflessibile
di Daniel Bergner
Traduzione di Marina Astrologo

Ellen Johnson-Sirleaf è una delle tre donne a cui è stato assegnato il Nobel per la pace 2011. Dal 2005 è la presidente della Liberia e si presenterà anche alle elezioni dell’11 ottobre. Molti liberiani la considerano una salvatrice. La sua sfida è rilanciare l’economia e aiutare il paese a lasciarsi alle spalle gli anni della guerra.

“Dite a quei bambini di non appoggiarsi alle transenne!”, ordina al responsabile della sicurezza Ellen Johnson-Sirleaf, presidente della Liberia e prima donna nella storia del continente africano a essere eletta capo di stato. Stiamo percorrendo in auto uno dei pochi viali asfaltati della capitale, Monrovia. Insieme al suo convoglio viaggiano alcuni militari delle Nazioni Unite incaricati di prevenire nuovi scontri dopo quattordici anni di guerra civile. I combattimenti sono terminati nel 2003, ma la Liberia è agli ultimi posti in tutte le graduatorie internazionali.

Johnson-Sirleaf ha battuto la stella del calcio liberiano George Weah alle presidenziali del 2005 e ha annunciato di volersi ripresentare alle elezioni di quest’anno. Molti occidentali la considerano una speranza per l’Africa e una parte dei liberiani una salvatrice: perché è severa e determinata, ma anche perché è una donna. Alle prossime elezioni con ogni probabilità si presenterà di nuovo Weah, ma anche un ex comandante ribelle, Prince Yormie Johnson, che nel 1990, all’inizio della guerra civile, fece uccidere il presidente Samuel Doe.

La presidente liberiana è orgogliosa di lavorare fino a tardi ogni sera, di essere al di sopra della corruzione e, nei limiti del possibile, di combatterla con decisione. La sua forza, sostiene, deriva dal fatto che è sopravvissuta a un marito che la maltrattava. Johnson-Sirleaf non esita a dichiarare che le donne sono più brave a governare: non a caso ha affidato più di un quarto dei ministeri a donne. “S’impegnano di più”, mi dice la presidente mentre passiamo davanti a uno dei quartieri di Monrovia dove l’elettricità è tornata solo di recente. Nel resto della città gli abitanti usano generatori privati e di notte gran parte delle strade è al buio. “Le donne lavorano di più e sono più oneste”, aggiunge. “Hanno meno occasioni di lasciarsi corrompere. Gli uomini hanno più distrazioni: hanno più di una moglie e spesso delle concubine”.

Il suo atteggiamento attento e scrupoloso ha contribuito a fare di lei la beniamina delle organizzazioni umanitarie internazionali, una delle ragioni per credere che il riscatto dell’Africa sia ancora possibile nonostante il malgoverno di tanti pae­si.

Poco prima dell’episodio delle transenne, la presidente era seduta negli studi di un’emittente radiofonica di Monrovia per illustrare agli ascoltatori il pacchetto di alleggerimento del debito (4,6 miliardi di dollari) che il suo governo ha ottenuto dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale. Questo, mi dice, è forse il più importante successo del suo governo. Oltre al condono di una parte del debito, al piano da 20 milioni di dollari a favore delle imprese liberiane ideato dall’imprenditore afroamericano e fondatore della Black Entertainment Television Robert Johnson, e al mezzo milione di dollari assegnato da un’associazione universitaria femminile statunitense per aiutare le venditrici dei mercati.

L’abilità e la tenacia di Johnson-Sirleaf nel sollecitare il sostegno della comunità internazionale sono certamente elementi fondamentali della sua leadership. “Ci fanno pagare una penale”, ha spiegato la presidente ai microfoni di quell’emittente sgangherata. Il programma raggiunge la maggior parte del paese, dove vivono tre milioni e mezzo di abitanti. Parlando in patois liberiano per essere sicura di essere capita da tutti, la presidente ha spiegato quali sono le conseguenze del debito accumulato nell’arco di decenni: “Non potevamo chiedere neanche un penny”. Ma ha aggiunto che cercherà di ottenere prestiti più piccoli, e a condizioni più favorevoli, ora che la Liberia è riuscita a ottenere la fiducia delle istituzioni finanziarie internazionali.

Una di noi
Il suo intervento alla radio è stato una tipica performance politica: una presidente che spiega al suo popolo con quanta saggezza sta governando. Mi chiedo se i nuovi prestiti, con le loro condizioni vantaggiose, non siano un rischio: potrebbero innescare un aumento insostenibile del debito, una nuova raffica di richieste di condono ai potenti della terra e l’ennesima conferma del malgoverno e della dipendenza dagli aiuti internazionali che affliggono l’Africa.

Tuttavia il tono franco e diretto di Johnson-Sirleaf spazza via ogni dubbio. La presidente liberiana ha un master in pubblica amministrazione preso ad Harvard e una reputazione di attento ispettore fiscale che risale al periodo in cui ha fatto carriera al ministero delle finanze, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta. Negli anni ottanta le sue prese di posizione contro la dittatura le procurarono una condanna al carcere e anni di esilio.

“La consideriamo una di noi”, ha detto l’ambasciatrice statunitense in Liberia Linda Thomas-Greenfield, alludendo all’appello lanciato da Johnson-Sirleaf ai diplomatici e ai donatori occidentali. L’ambasciatrice, un’afroamericana, aveva sentito parlare di lei alla fine degli anni settanta, quando arrivò in Liberia per un dottorato sulla produzione di riso. Oggi sottolinea l’importanza del fatto che, quand’era in esilio, Johnson-Sirleaf è stata un’alta funzionaria delle Nazioni Unite e la vicepresidente della Citicorp a Nairobi, con la responsabilità di tutte le attività della banca in Africa.

Secondo l’ambasciatrice, la presidente liberiana si muove tra questi due mondi con disinvoltura. Il suo modo di rivolgersi ai cittadini disarma chi giudica troppo teorica la sua formazione. Johnson-Sirleaf è perfino riuscita a collaborare con alcuni avversari politici del passato che oggi siedono in parlamento. “Inoltre”, spiega Thomas-Greenfield, “parla la nostra stessa lingua. Con lei siamo sicuri che il buongoverno e la corruzione siano affrontati sul serio. È molto amata e sappiamo che i nostri dollari sono ben spesi. È la prima donna africana a diventare capo di stato. Non vogliamo che fallisca. Non è carismatica, ma è seria e attenta ai particolari”.

L’avevamo immaginato, vista l’attenzione per quelle transenne, una delle tante cose che non stanno più in piedi dopo una guerra segnata da stupri di massa e bambini soldato. “La presidente sta facendo uscire la Liberia dalle tenebre”, ha dichiarato Thomas-Greenfield. Ma non tutti i liberiani sono così entusiasti. Molti riconoscono che Johnson-Sirleaf è apprezzata dai donatori internazionali. Ma è in carica ormai da cinque anni e oggi, per la prima volta, avverto un’insofferenza verso la sua leadership di cui non avevo visto traccia nel 2009. Molti continuano a chiamarla “mama Ellen”, e lei potrebbe essere eletta di nuovo. Molti altri, però, ce l’hanno con lei perché sono ancora costretti ad affidarsi alla protezione dei vigilantes, perché la polizia è inefficiente e corrotta (lo stipendio di un agente appena assunto è poco più di 4 dollari e mezzo al giorno), e i tribunali sono troppo lenti. La Liberia è ancora un paese con infrastrutture inadeguate e un’economia debole.

“Non siamo ancora riusciti a eliminare del tutto la corruzione, non ancora”, mi ha detto Johnson-Sirleaf stringendo i pugni per la frustrazione. È divisa tra la tentazione di mettere alla porta qualsiasi dipendente pubblico corrotto e la necessità di lasciare ai loro posti abbastanza ministri e funzionari perché il governo continui a lavorare. Intanto nel paese – che durante la guerra ha visto aumentare a dismisura la popolazione di Monrovia – la disoccupazione ha raggiunto l’85 per cento. Forse l’unico modo per garantire una pace duratura è convincere i cittadini che un giorno la Liberia potrà riscattarsi, anche se in modo graduale, soprattutto se si considera che le truppe dell’Onu dovrebbero cominciare a ritirarsi dopo le elezioni di ottobre.

Ellen Johnson-Sirleaf ha una carnagione color bronzo chiaro, che ricorda una delle cause dell’implosione della Liberia. Il paese fu fondato nel 1822 da neri americani liberi e nel 1847 diventò la prima repubblica africana. I fondatori fecero di tutto per imitare la società americana che si erano lasciati alle spalle: gli uomini portavano marsine e cappelli a cilindro, le donne cuffiette e corsetti. Perfino la bandiera della repubblica liberiana è disegnata sul modello di quella statunitense a stelle e strisce, e la capitale è stata chiamata Monrovia in memoria del presidente americano James Monroe. Infine, per assoggettare le tribù che vivevano all’interno dei confini del paese, le autorità liberiane usarono mezzi simili a quelli degli schiavisti.

Ma la Liberia ha dovuto aspettare il 1980 per avere il suo primo leader indigeno, Samuel Doe, un sergente dell’esercito. Il suo colpo di stato può essere spiegato come l’esplosione di una rabbia a lungo repressa. Doe uccise il presidente William Tolbert e fece giustiziare tredici ministri sotto gli occhi di centinaia di persone radunate sulla spiaggia della capitale. Oggi il divario tra la popolazione che i liberiani chiamano “nativa” e gli “americo-liberiani” è ancora molto forte. Ecco perché Johnson-Sirleaf, che ha la pelle più chiara di quella di molti suoi compatrioti, fa notare spesso e con enfasi che quel colore inganna, che lei non ha neanche una goccia di sangue americo-liberiano e non appartiene all’élite razziale che molti considerano la causa della disgregazione della Liberia.

Infanzia privilegiata
La carnagione di Ellen Johnson-Sirleaf e la sua infanzia privilegiata fanno parte di una storia complessa. La presidente liberiana è la nipote, da parte di padre, di un importante capo rurale e di una delle sue otto mogli e, da parte di madre, di una venditrice e di un commerciante tedesco cacciato dalla Liberia insieme a tutti i suoi connazionali quando il paese africano si schierò a fianco degli Stati Uniti allo scoppio della prima guerra mondiale. La pelle chiara dipende dalle sue origini tedesche. Ma l’accesso all’istruzione e al potere che da ragazza le hanno facilitato la vita rientrano in una tradizione liberiana detta ward system, un sistema di tutela.

Fin dai primi anni della repubblica i poveri mandavano i figli a vivere nelle case dei ricchi, dove in cambio dei loro servizi ricevevano istruzione e maggiori opportunità. Molti bambini indigeni presi in casa dai coloni per cucinare e fare le pulizie diventavano una via di mezzo tra schiavi e figli adottivi, entrando a far parte delle famiglie affidatarie al punto da prendere il loro cognome. Con il passare delle generazioni, questa tradizione non ha eliminato le differenze di sangue e di estrazione sociale (l’istruzione era insufficiente e le opportunità di avanzamento sociale minime), ma le ha attenuate. Nel caso di Johnson-Sirleaf le ha addirittura cancellate.

Suo padre lasciò il villaggio per essere affidato a una famiglia di Monrovia che lo trattò abbastanza bene, perché era il figlio di una persona in vista che aveva fatto conoscenza con il presidente della nazione. Era andato a lavorare come apprendista in uno studio legale, era diventato avvocato e poi, prima di rimanere paralizzato a causa di un ictus intorno ai quarant’anni, era stato il primo indigeno eletto alla camera dei deputati. La madre di Johnson-Sirleaf, dopo una dura esperienza con la prima famiglia a cui fu affidata, passò in casa di un altro tutore, dove fu cresciuta tra le comodità anche grazie alla sua carnagione quasi bianca.

L’ascesa di Johnson-Sirleaf è cominciata dimostrando già da bambina una notevole determinazione. Mi ha raccontato di una volta – aveva circa 9 anni – che si preparò a fare a botte con una vicina della sua età per una susina rubata. Chiese alla nonna “una medicina per combattere meglio”, e lei le fece dei tagli sul polso sinistro e le cosparse le ferite con un intruglio. Le cicatrici si vedono ancora – me le ha mostrate – e spiegano fino a che punto volesse vincere quel combattimento.

Jennie Bernard Johnson-Sirleaf ricorda la voglia di fare e i successi scolastici della sorella minore. Ellen, però, a 17 anni voltò bruscamente le spalle alle sue ambizioni: si innamorò di un uomo più grande di lei di sette anni che era rientrato in Liberia dopo gli studi universitari negli Stati Uniti. Lui la sposò e, quando partì per Madison, nel Wisconsin, per un master in agronomia, se la portò dietro. Così anche Ellen Johnson-Sirleaf s’iscrisse a un college locale, dove seguì un corso di amministrazione aziendale. Quando erano a corto di soldi, lavorava in un emporio. Ma il marito era geloso e si vergognava che lei facesse un lavoro così umile, al punto che una sera entrò nell’emporio, le strappò la scopa di mano e le gridò che avrebbe fatto meglio a starsene a casa.

Aveva anche cominciato a bere e dopo il loro ritorno a Monrovia diventò sempre più aggressivo, finché un giorno colpì Ellen alla testa con il calcio di un fucile. Jennie mi ha raccontato che una volta, quando la sorella era da poco al ministero delle finanze, il marito entrò nel suo ufficio e la prese a schiaffi perché lavorava fino a tardi.

Ellen Johnson-Sirleaf mi ha parlato con un tono pensieroso di quell’uomo innamorato e possessivo, da cui si è separata dopo che lui l’ha minacciata con un’arma davanti a uno dei loro quattro figli ancora piccoli. Il bambino ha afferrato una bomboletta di spray antizanzare e ha tentato di spruzzarlo negli occhi del padre. L’esperienza matrimoniale ha aumentato la capacità di resistenza di Johnson-Sirleaf, contribuendo a darle la forza di contrastare la violenza che di lì a poco si è impossessata della Liberia.

Nel 1980, quando Samuel Doe fece il suo colpo di stato, Johnson-Sirleaf si era laureata ad Harvard con l’aiuto di un professore di economia statunitense consulente del governo di Monrovia ed era stata nominata ministro delle finanze. Dopo il golpe aveva buoni motivi per aver paura di Doe o delle bande armate che giravano per la capitale cercando di vendicarsi sui monroviani ricchi. Ma, a quanto mi ha raccontato, riuscì a scamparla grazie al suo autocontrollo, a cui univa una competenza in materia di finanza pubblica di cui Doe aveva un disperato bisogno. Così, su richiesta del dittatore, prese le redini di una delle principali banche del paese. Ma dopo aver denunciato l’avidità e la corruzione del regime, andò in esilio.

Quando Samuel Doe cercò la legittimazione attraverso il voto, Johnson-Sirleaf trovò il coraggio di tornare in Liberia distinguendosi per la veemenza della sua campagna contro di lui. Incarcerata e condannata a dieci anni di reclusione, fu rilasciata quasi subito. Ma quell’esperienza non dissuase Johnson-Sirleaf dallo sfidare Doe. E così gli uomini del dittatore l’imprigionarono, minacciando di stuprarla e di bruciarla viva. Una volta liberata tornò in esilio.

Nel 1989, quando viveva ancora negli Stati Uniti, Ellen Johnson-Sirleaf avviò una raccolta di fondi per finanziare l’insurrezione contro Samuel Doe guidata da Charles Taylor. Taylor ha poi gettato benzina sul fuoco della guerra che ha lacerato il paese e ha conquistato la presidenza della Liberia con le discusse elezioni del 1997, arricchendosi a dismisura. Oggi Taylor è accusato dalla Corte speciale dell’Aja di crimini contro l’umanità commessi nel tentativo di alimentare la guerra nella vicina Sierra Leone.

Dato che Johnson-Sirleaf all’inizio aveva appoggiato Taylor, l’anno scorso la commissione liberiana per la verità e la riconciliazione ha proposto la sua interdizione dagli incarichi pubblici per trent’anni.
“Non abbiamo fatto altro che cercare di rovesciare un dittatore”, mi ha spiegato John­son-Sirleaf con un tono che tradiva più l’insofferenza che il bisogno di giustificarsi. Quel giorno stavamo avanzando a fatica lungo una strada fangosa appena fuori Monrovia, dove la città cede il posto ai villaggi e alla savana. La presidente liberiana doveva partecipare all’inaugurazione di un nuovo centro di addestramento navale che sperava potesse aiutare i più giovani a trovare lavoro come mozzi a bordo delle navi straniere.

Mentre il suo convoglio stava per entrare nel villaggio, un uomo coperto di polvere si è messo a picchiare su una conga con la pelle consumata, e un coro dagli abiti infangati ha improvvisato un canto in onore della presidente. Lei ha ordinato al convoglio di fermarsi e ha mandato uno dei suoi assistenti a regalare dei soldi al capo villaggio. Ha donato quei venti dollari di tasca sua. Sapendo che quel gesto appariva sconveniente, mi ha lanciato uno sguardo addolorato ma senza avere l’aria di volersi scusare. Poi mi ha spiegato che per il momento era il massimo che potesse fare, visto che in Liberia non esiste un sistema previdenziale che aiuti i poveri.

Tenere la violenza a distanza
Forse il modo migliore di cogliere una delle realtà che Ellen Johnson-Sirleaf deve affrontare – la storia esplosiva, ancora vicina, del suo paese – è attraverso la candidatura di Prince Yormie Johnson, il ribelle che nel 1990, dopo aver rotto con Taylor, catturò Doe. Mentre una videocamera riprendeva tutto, Johnson beveva birra osservando i suoi scagnozzi che mozzavano le orecchie al presidente prima di ucciderlo. Oggi il video è in vendita nelle bancarelle del centro storico della capitale.

La candidatura di Johnson alla presidenza si potrebbe considerare un macabro scherzo, se non fosse che nel 2005 gli abitanti della sua regione d’origine lo hanno eletto al senato liberiano. “Come Obama!”, ha esclamato davanti a me quest’estate, mentre parlava dei piccoli contributi che si stavano già accumulando nei forzieri della sua campagna presidenziale. Con il volto rotondo e la barba brizzolata, che lo fanno somigliare a una specie di Babbo Natale liberiano, Johnson mi ha assicurato che la sua mancanza di istruzione costituirebbe un vantaggio se lui assumesse il governo del paese: “Abraham Lincoln aveva forse un dottorato? I miei consensi aumentano ogni giorno!”.

Nell’osservare Johnson-Sirleaf che lavorava rigorosa e instancabile nel suo ufficio spartano e tranquillo, mi ha spesso colpito la distanza che ha messo tra sé e la violenza del suo passato: quella che ha vissuto come moglie e le minacce che ha subìto come personalità pubblica. L’ufficio si trova all’ultimo piano di un edificio governativo dove la corrente elettrica ha continui sbalzi e l’ascensore è rotto da un’eternità.
Rispetto alla sua condizione sociale, la presidente lavora e vive in modo spartano. Una domenica a casa sua mi ha offerto un brunch che consisteva in una serie di avanzi serviti in contenitori di plastica.

Quello che conta davvero non è lo sfarzo, ma la calma. Nelle riunioni a cui ho assistito – con le vedove di soldati dell’era di Taylor che chiedevano una pensione, o con un revisore dei conti e un ministro litigioso – Johnson-Sirleaf ha sempre mantenuto un atteggiamento pacato, ascoltando tutti con pazienza, come se fosse l’unico modo per impedire che il malcontento esplodesse nelle strade.
La prima missione di Johnson-Sirleaf è di porre tra il suo paese e la violenza la stessa distanza che ha messo lei, con un gesto liberatorio. Probabilmente il suo successo dipenderà dall’andamento dell’economia, in particolare dalla sua capacità di dimostrare che decenni di povertà e saccheggi possono essere sostituiti dalla speranza di posti di lavoro anche umili e di guadagni legali. Se questi segnali mancheranno, la frustrazione e il fatalismo potrebbero provocare nuove violenze nei prossimi decenni.

Oltre all’alleggerimento del debito, tra i successi di Johnson-Sirleaf c’è stata la rinegoziazione dei contratti stipulati a condizioni svantaggiose con grandi gruppi industriali stranieri, come la più grande impresa siderurgica del mondo, l’Arcelor­Mittal, lussemburghese, che intende estrarre il ferro dalle miniere liberiane, o la Firestone Tire and Rubber, che da quasi un secolo viene in Liberia a tagliare gli alberi della gomma. Ma basta passare un po’ di tempo nella piantagione della Firestone, tra migliaia di braccianti, per capire quanto sia terribilmente lungo il cammino che l’economia liberiana deve ancora percorrere.

Se i braccianti consegnano alla pesa un quantitativo sufficiente di lattice, possono guadagnare 4,41 dollari al giorno: una paga allettante per gli standard liberiani. Tuttavia, la domanda mondiale delle risorse naturali liberiane non è sufficiente per dare slancio all’economia del paese. Secondo Johnson-Sirleaf, quest’anno la Firestone verserà al governo 4,7 milioni di dollari. Per sfruttare al meglio il suo ferro, la sua gomma e il suo legname, la Liberia dovrebbe usarli per fabbricare prodotti, esportando merci finite anziché materie prime. Ma non ci riesce, perché le sue infrastrutture sono ancora a uno stadio preindustriale. L’unica speranza per l’economia liberiana potrebbe essere il petrolio offshore. I giacimenti trovati di recente nell’oceano, non solo al largo delle coste del Ghana ma anche nelle acque della Sierra Leone e perfino della stessa Liberia, secondo la presidente sono la premessa di un’imminente trasformazione.

Sognando l’oro nero
Nell’immaginare il miracolo che il petrolio potrebbe rappresentare per il suo paese se si arrivasse a estrarne in abbondanza nel giro di pochi anni, Ellen Johnson-Sirleaf ha abbandonato per un momento il suo lucido realismo. Le ho chiesto se teme che i potenziali benefici del petrolio per la Liberia siano divorati dalla corruzione com’è successo in Nigeria e nella Guinea equatoriale. Sì, ha risposto: ma questo non succederebbe se una grande compagnia petrolifera come la Chevron si aggiudicasse il diritto alle trivellazioni (come poi è avvenuto poco dopo la mia partenza). Impossibile che la presidente non fosse al corrente delle oscure vicende di cui la Chevron è stata protagonista nella regione costiera meridionale della Nigeria. Ma in quel momento, mentre immaginava le trivelle della compagnia pompare petrolio dalle sue acque territoriali, quella brutta storia sembrava lontanissima dalla sua mente.

Mentre parlavamo di petrolio, la perdita dalla piattaforma Deepwater Horizon della Bp stava inquinando il golfo del Messico, e così ho fatto presente a Ellen Johnson-Sirleaf che se un disastro simile fosse capitato alla Liberia, gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti così rapidamente per ripulire il mare. “Prima troviamo il petrolio e poi ci preoccuperemo delle eventuali perdite”, mi ha risposto tornando al consueto realismo e alla sua nota severità. “Per ora ci preoccupiamo di assicurare cibo e posti di lavoro alla popolazione. All’ambiente penseremo dopo”.

Se il suo paese trovasse un po’ di stabilità, allora Johnson-Sirleaf potrebbe realizzare una delle sue più grandi ambizioni: migliorare la condizione delle donne, che durante la guerra hanno conosciuto enormi sofferenze. Gli stupri erano endemici, e la cultura del paese – mi ha detto accorata la presidente – ne è ancora infetta. È stato costruito un nuovo tribunale riservato ai processi per le violenze sessuali. È un tentativo di rassicurare le vittime che quei crimini saranno presi sul serio e dissuaderle dall’accettare transazioni informali con i loro stupratori. A volte si accontentano di risarcimenti miseri: anche solo due dollari, come in un caso che ho seguito durante uno dei miei viaggi alcuni anni fa.

Ma entrando nei locali della Women and children protection unit, nel quartier generale della polizia liberiana a Monrovia, si avverte che perfino una presidente determinata come lei può fare poco per garantire un po’ di sicurezza alle donne del paese. Il quartier generale si trova in un edificio fatiscente, una sorta di pozzo con una luce fioca. Questi locali dimostrano quanto è difficile applicare la legge in Liberia, ma visto il magro bilancio dello stato, mi dice Ellen Johnson-Sirleaf, prima di ristrutturarli bisogna costruire degli alloggi per gli agenti di polizia nelle aree rurali, dove il reclutamento è difficile e la legge e l’ordine sono ancora più a rischio che nella capitale.

La Women and children protection unit, istituita per raccogliere le denunce delle vittime di stupro, si trova in fondo a un corridoio su cui si affacciano uffici simili a cripte pieni di uomini: alcuni portano la divisa, altri sono forse detective in borghese, altri ancora sono delinquenti, e alcuni ciondolano nei corridoi. Al termine di questa galleria minacciosa si arriva alla sede vera e propria, dove finalmente troviamo un’impiegata e una poliziotta con il grado di sergente, sedute in attesa dietro scrivanie di legno rovinate. Ma anche qui continuano a entrare uomini: il quartier generale è territorio loro e non è difficile immaginare che le donne preferiscano intascare un indennizzo irrisorio per le loro sofferenze, piuttosto che cercare giustizia tra queste pareti.

Pollo alla liberiana
Un’espressione meno cupa delle ambizioni di Johnson-Sirleaf la incontro lungo le strade sterrate piene di buche che attraversano Monrovia. Qui ha sede un programma della fondazione Nike che forma ragazze di vent’anni che aspirano a lavorare negli uffici o negli alberghi. Con la sua opera di lobbying, Johnson-Sirleaf è riuscita a convincere il gigante dell’abbigliamento sportivo a scegliere la Liberia come paese-pilota per il progetto, che ha l’obiettivo di sviluppare le capacità professionali di circa 2.500 ragazze provenienti da ogni parte del paese.

Una delle apprendiste, in abiti tradizionali dalle tinte vivaci, mi accompagna orgogliosa a fare il giro delle postazioni di formazione in tecnica alberghiera. Un cartello scritto a mano dice “Mama Ellen Joh­nson-Sirleaf ti amiamo per quello che stai facendo per le ragazze del nostro paese”. Visito una specie di foresteria dove le studentesse si esercitano a rifare i letti, un bagno dove due ragazze imparano a pulire a fondo i gabinetti, e un finto ristorante allestito in un gazebo, con una tavola perfettamente apparecchiata e una lavagna su cui, scritto in gesso, è annunciato il piatto del giorno: “Pollo alla liberiana”.

“Se io guadagno soldi miei, nessun uomo potrà farmi violenza”, mi dice una studentessa riferendosi non agli stupri, ma a tutti i soprusi a cui lei e le sue compagne di corso sono esposte quotidianamente. Le postazioni sono così ordinate che almeno per un attimo riesco a credere che tutte le giovani diplomate troveranno un lavoro: umile, in molti casi, ma remunerativo. In questo finto ristorante con i tovaglioli di carta infilati nei bicchieri sembra possibile ogni genere di metamorfosi. Ma poi la realtà riprende il sopravvento.

Dove sono in Liberia gli alberghi che potrebbero assumere queste ragazze? Il paese ha poche località turistiche, destinate per lo più a soddisfare le esigenze dei funzionari delle Nazioni Unite e dei pochi investitori stranieri che vengono in cerca di risorse da estrarre. Il turismo non è certo un settore in espansione. “Voglio farle vedere un posto stupendo”, mi dice Johnson-Sirleaf un pomeriggio: sembra quasi che voglia dare una risposta ai miei dubbi, anche se non glieli ho mai confessati apertamente. Non lontano dal villaggio dove il percussionista aveva suonato la sua conga malconcia, il convoglio presidenziale si ferma davanti a un ponte che passa sopra un ruscello. Al di là del ponte si estende un’isola di un verde lussureggiante e su ogni sponda sorgono due case belle e spaziose. Ellen Johnson-Sirleaf mi dice che appartengono a un suo conoscente e che potrebbero essere l’embrione di un complesso turistico.

Poi si ferma a contemplare la quiete di quel luogo da sogno.

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