di Lettera22 per il Fatto
25 luglio 2011

Corno d’Africa, la carestia colpisce 12 milioni di persone. Vertice d’emergenza della Fao
di Joseph Zarlingo

Una grave carestia sta colpendo l’Africa orientale. Le persone affamate sono almeno 12 milioni, di cui 3,7 nella sola Somalia. Per affrontare la crisi alimentare si è riunita oggi a Roma la Fao, l’agenzia dell’Onu che si occupa di agricoltura e alimentazione. L’incontro di emergenza è stato voluto dalla Francia, presidente di turno del G20, rappresentata dal ministro dell’Agricoltura, Bruno Le Maire, rientrato ieri da una missione in Kenya in alcuni dei campi profughi che accolgono decine di migliaia di persone in fuga dalla fame.

Secondo l’Onu, servono 1,6 miliardi di dollari per affrontare la carestia nell’intera regione. La Fao ha chiesto 120 milioni di dollari per interventi urgenti in Corno d’Africa, di cui 70 per la Somalia. Nel suo intervento nella conferenza, Le Maire ha detto che la comunità internazionale “ha fallito nel costruire la sicurezza alimentare nei paesi in via di sviluppo”.

“Se non vogliamo ritrovarci tra uno o due anni davanti alle stesse scene di disperazione – ha continuato Le Maire – dobbiamo cambiare metodo, non basta fornire aiuto finanziario, non basta portare milioni di dollari qua e là. Bisogna investire nell’agricoltura mondiale aiutare i Paesi in via di sviluppo a sviluppare la propria sicurezza alimentare”. Le Maire ha annunciato che tra due giorni, il 27 luglio, un’altra conferenza, più operativa, sulla carestia in Africa orientale si terrà a Nairobi, in Kenya.

Intanto gli appelli accorati delle Nazioni Unite e delle Ong internazionali, che già un mese fa avevano avvisato del rischio carestia, iniziano a sortire qualche effetto. La Banca Mondiale ha annunciato uno stanziamento di 500 milioni di dollari, di cui una parte (8 milioni) servirà per gli interventi di emergenza mentre il resto dovrebbe essere investito in progetti di lungo termine, ha spiegato il presidente Robert Zoellick. A questi fondi si aggiungono i 100 milioni di euro di contributi europei che secondo Le Maire hanno un grande e positivo impatto sul posto grazie al lavoro di Echo, l’Ufficio dell’Ue che coordina gli interventi umanitari.

La conferenza ha ascoltato l’appello del vicepremier del governo nazionale di transizione somalo, Mohammed Ibrahim, che ha descritto una situazione “con la popolazione disperata”. “Siamo testimoni di enormi sofferenze – ha detto Ibrahim –. E speriamo che la comunità internazionale sia in grado di aumentare gli aiuti”. Il vicepremier somalo non ha mancato di puntare il dito contro gli Shabab, la milizia di ispirazione islamista che controlla gran parte del Paese, specialmente il centro e il sud, le zone dove più duramente sta colpendo la carestia. Gli Shabab, che dal 2009 impediscono alle agenzie umanitarie internazionali l’accesso al loro territorio, hanno in questi giorni ribadito il divieto, nonostante la situazione sul campo stia precipitando rapidamente. Secondo Oxfam, una delle prime Ong internazionali a lanciare l’allarme, la carestia potrebbe estendersi nel giro di un paio di mesi ad altre zone della Somalia, a causa soprattutto della peggiore siccità dell’ultimo mezzo secolo, ma anche della difficoltà di far arrivare aiuti alle popolazioni colpite. Ibrahim ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per aprire “corridoi umanitari” attraverso cui far transitare gli aiuti indispensabili ad evitare una strage.

Dal punto di vista operativo, nel vertice di Roma, si è concordato che siano i governi dei sei Paesi colpiti dalla crisi a gestire la risposta. E’ stato anche sottolineato come ci sia ancora un margine per intervenire e rimettere in piedi i mezzi di sussistenza delle popolazioni colpite ed evitare, per quanto possibile, la costituzione di campi profughi difficili da gestire per l’alto numero di sfollati. “Gli effetti congiunti di siccità, inflazione e conflitti hanno causato una situazione catastrofica che richiede un urgente e robusto sostegno internazionale – ha detto il direttore generale uscente della Fao, Jacques Diouf -. Se vogliamo evitare future carestie e crisi alimentari nella regione, i Paesi e la comunità internazionale tutta devono con urgenza sostenere il settore agricolo ed accelerare gli investimenti nello sviluppo rurale”.

Il ministro francese Le Maire ha affermato: “Questa crisi mette in evidenza quanto sia urgente attuare il piano d’azione contro la volatilità dei prezzi agricoli adottato dai ministri dell’Agricoltura del G20 il 23 giugno scorso a Parigi, soprattutto per quanto riguarda il coordinamento internazionale delle politiche agricole, della produzione e della produttività del settore e la creazione di riserve alimentari d’emergenza per fare fronte alle crisi alimentari”. Proprio sulla regolazione del mercato agricolo mondiale, però, ormai da anni è in corso un braccio di ferro tra i governi, del nord e del sud del mondo, le grandi aziende dell’agrobusiness e i movimenti contadini. Il più importante tra essi, Via Campesina, da anni chiede politiche differenti, che sottraggano i prezzi delle derrate alimentari alle fluttuazioni del mercato e alle operazioni speculative e che sostengano la piccola proprietà contadina, che in gran parte dei Paesi del sud del mondo è la chiave di volta per garantire la sicurezza alimentare a centinaia di milioni di persone.

La Fao negli ultimi anni ha cercato di aprire il proprio meccanismo decisionale alle istanze dei movimenti contadini e ha cercato di accrescere la partecipazione delle organizzazioni della società civile ai forum internazionali in cui le politiche vengono decise. Nonostante questo sforzo, però, le posizioni rimangono molto distanti. Via Campesina, per esempio, accusa la Banca Mondiale di sostenere le politiche di land grabbing, ovvero l’acquisto di enormi fette di territorio agricolo nei Paesi del sud del mondo a favore di imprese o governi del nord del mondo. Una conferenza internazionale su questo tema è prevista a Nyeleni, in Mali, dal 17 al 20 novembre 2011. L’etichetta di progetti a lungo termine, dicono i movimenti contadini, spesso cerca di nascondere politiche di privatizzazione della terra che privano le comunità locali di risorse essenziali e impediscono un autentico sviluppo basato sulla sovranità alimentare e sulla piccola proprietà rurale. Quando come in Somalia si aggiungo i guasti causati dai cambiamenti climatici e i danni prodotti dalla guerra prolungata, accusano, la ricetta per il disastro è completa.

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