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24/01/2012

Siria, ultimo appello
Intervista esclusiva a P. Paolo Dall’Oglio,
a cura di Maria Laura Conte e Martino Diez  

Dal monastero di San Mosè l’Abissino, 100 km a nord di Damasco, uno sguardo a tutto campo sulla situazione siriana.

Dai confini della Siria trapelano notizie frammentarie e confuse. Come può descrivere l’attuale situazione del Paese in cui vive da trent’anni? A che punto è lo scontro?

Premetto che, accettando di rilasciare un’intervista, mi assumo una qualche responsabilità rispetto all’impegno di non agire politicamente per evitare la mia espulsione. La rinuncia a questo silenzio è dovuta alla gravità della situazione che obbliga a fare il possibile per la pacificazione, nella giustizia, del Paese. Ogni calcolo d’opportunità personale sarebbe fuori luogo. D’altronde, nelle ultime settimane, lo Stato ha scelto di lasciare uno spazio più grande alla libertà d’informazione e dunque ritengo questo mio intervento come una risposta positiva all’apertura governativa. Spero che questo gesto sia capito nella sua intenzione patriottica e solidale e come tale apprezzato nel quadro della crescita del Paese, attraverso una maggiore libertà di opinione.

La situazione resta tesa e carica di violenza. Il territorio appare diviso a macchia di leopardo tra zone in cui predomina il movimento di opposizione, tanto pacifico che più o meno violento, e quelle nelle quali lo Stato mantiene intero il controllo e addirittura è chiaramente appoggiato dalle popolazioni. Ci sono due grandi isole, Damasco e Aleppo, che restano saldamente in mano al governo centrale, ma la loro estensione si va riducendo di giorno in giorno e l’insicurezza le tocca anch’esse in profondità.

La regione montagnosa tra il mare e il fiume Oronte, che scorre dalla Beqaa libanese fino ad Antiochia, è quasi interamente sotto il controllo governativo. Infatti tale regione è abitata principalmente da minoranze (relativamente all’insieme del Paese) musulmane, alawita e ismaelita, e cristiane, bizantina, sia ortodossa che cattolica, e maronita. I sunniti, maggioranza nel Paese, sono minoranza in questa regione. Furono quest’ultimi tra i primi a sollevarsi, probabilmente sperando in una rapida insurrezione generale. Qui la repressione ha ottenuto sostanziale successo. Di conseguenza, l’eventualità, prevista da molti, d’una divisione del Paese, è in questa zona davvero concreta. Questo disegnerebbe una Siria costiera nell’orbita iraniana, assieme al Sud del Libano di Hezbollah, che si contrapporrebbe a una Siria interna sunnita collegata all’Iraq centrale a Est e alla Beirut di Hariri a Ovest.

Questo disastroso panorama non corrisponde ancora alla realtà complessiva del Paese. L’equilibrio delle forze è bilanciato. Pur con difficoltà, l’essenziale dei servizi statali funziona. Una gran parte della popolazione resta incapace di prendere posizione e rimane di fatto neutrale. D’altro canto, a prescindere dalle appartenenze religiose, è ancora massiccia, anche se scossa, l’adesione popolare al potere costituito, anche a causa del forte attaccamento dei siriani all’unità nazionale e al rifiuto di tanti di lasciarsi ridurre all’unico riferimento identitario confessionale. Ciononostante, alcune aree sono ormai in mano all’ “esercito libero”, anche se non mi azzarderei a dire stabilmente. In generale il clima politico è confuso, la sicurezza carente. Si registrano episodi di furto, teppismo, sabotaggio, attentati, rapimenti, rese di conti, vendette e uccisioni. La violenza non fa che aumentare. Approfittano della situazione anche puri e semplici delinquenti. Noi troppo spesso partecipiamo a funerali di persone rimaste uccise in scontri violenti o attentati.
Molti vogliono continuare a sperare che la promessa riforma costituzionale sia presto una realtà e che la presidenza Bashar el-Assad superi la crisi e ottenga un’elezione plebiscitaria per un nuovo mandato.

A proposito di possibili soluzioni, nell’estate 2011 Lei auspicava la nascita di una forma di democrazia consensuale, che sapesse tener conto della pluralità di identità presenti nel Paese. Le cose però da allora sembrano essere andate in un’altra direzione e la situazione si è incancrenita. Ritiene quella proposta ancora praticabile?

Paradossalmente, ci credo ancora di più oggi, perché la sensazione, nei due campi, è che si sia raggiunto lo stallo, anche dal punto di vista dell’equilibrio delle forze. In questi mesi, e per volontà in un certo senso “reciproca”, la situazione è stata spinta decisamente verso la militarizzazione del conflitto. Tuttavia emerge ora, con crescente chiarezza, che nessuna delle due parti ha i mezzi per annientare l’altra, per tanti motivi locali, nazionali e internazionali.

Lei parla di conflitto. Intende la parola in senso metaforico o concreto?

In senso molto concreto. È di questi giorni la notizia d’un cessate il fuoco tra l’esercito siriano regolare e le forze antigovernative, concordato nella città di Zabadani, vicino al Libano. È uno scenario da guerra civile.

Questa situazione non Le ricorda pericolosamente l’Iraq? A parte il fatto che il movimento non è iniziato con un’invasione militare straniera, non ci sono molti tratti in comune?

Vi sono certamente dei tratti in comune e altrettante differenze. Il fenomeno dei rapimenti ad esempio è estremamente preoccupante. Se si continua così, per la gente comune è finita. La sensazione, per quanto riguarda il grosso della popolazione cristiana, è duplice: da una parte è quella d’essere stritolati in un conflitto che è in definitiva tra musulmani, e d’altra parte sono molti coloro che si sentono interamente solidali con la Siria degli Assad. Essa aveva assicurato un livello di laicità dello Stato percepito come un’occasione di promozione da parte della minoranza cristiana; ciò nel momento in cui la maggioranza sunnita lo percepiva come il potere d’un’alleanza di minoranze. Sul terreno, un importante numero di cristiani si schiera col governo. Molti sono funzionari e impiegati dello Stato e altri partecipano al conflitto in quanto membri dell’esercito, la polizia e i servizi di sicurezza. Non pochi giovani sono andati volontari nelle truppe impegnate nella repressione del “terrorismo”. Va anche rilevata una presenza di cristiani nei movimenti d’opposizione, e naturalmente scelgono i partiti meno caratterizzati sul piano religioso. Tuttavia, come per l’Iraq, il sentimento dominante è che una guerra civile generalizzata sarebbe infinitamente deleteria proprio per i cristiani che probabilmente emigrerebbero in massa.

Si registrano diverse posizioni tra i cristiani?

C’è uno schierarsi molto esplicito per il governo di gran parte delle diverse autorità ecclesiastiche. Questa posizione tende però a lasciare il passo a una più pronunciata neutralità. Si comprendono bene, come abbiamo detto, le ragioni di chi paventa la nascita d’una repubblica islamica sunnita. Altri però insistono piuttosto sulla possibilità che la rivoluzione apra spazi alla democrazia. Comunque, è del tutto fuorviante dividere il campo semplicemente tra democratici e anti-democratici, come anche tra filo-regime e anti-regime. La realtà è più complessa. Ci sono tanti giovani, sia cristiani che musulmani, che si spendono con tutta la loro persona per favorire la nascita d’una democrazia degna di questo nome in Siria. Alcuni ritengono che quest’obiettivo possa essere raggiunto meglio e più sicuramente attraverso l’evoluzione del regime attuale. Altri invece, ugualmente impegnati per la democrazia, puntano al cambiamento subito, contro l’attuale establishment. Che le posizioni siano molto articolate l’ho percepito chiaramente quando c’è stata la questione della mia espulsione. 6600 giovani hanno aderito alla pagina Face-book «No all’espulsione di Padre Paolo». L’opposizione aderente ai Comitati di coordinazione ha promosso una “Domenica di Padre Paolo” nella quale in diverse manifestazioni in tutto il Paese si è espressa solidarietà nei miei confronti … anche da parte di gruppi di donne musulmane velate! A prescindere dall’uso politico della vicenda, è significativo che tra i giovani, che hanno preso le mie difese, tutti impegnati per la democrazia, si contavano sia filo-governativi che filo-rivoluzionari, ed erano tanto musulmani che cristiani.

E a proposito del decreto d’espulsione, com’è la Sua situazione?

Si tratta d’una vecchia storia nella quale interagiscono questioni interne alla Chiesa locale, con ricadute politiche, e questioni direttamente collegabili con i vent’anni di lavoro culturale per l’emergenza della società civile, il dialogo interreligioso e la maturazione democratica che hanno caratterizzato la nostra azione in loco. Già nel febbraio del 2010 il Parco naturale del Monastero fu soppresso e tutte le attività sospese compresi i convegni di dialogo interreligioso. Nel marzo 2011, come si è saputo a livello internazionale e, in modo indipendente dal movimento di opposizione in Siria, fu bloccato il mio permesso di soggiorno. In pratica, se avessi lasciato la Siria, non sarei più potuto tornare. Poi in novembre è arrivato il decreto d’espulsione, che però non è stato applicato ed è attualmente congelato, anche per effetto d’una vasta e multiforme mobilitazione, soprattutto di giovani, in mia difesa. A prescindere dal mio caso personale, questa storia manifesta la qualità della società siriana che ha reagito in difesa d’un simbolo di armonia interreligiosa e di riconciliazione civile.
Sento il dovere di proporre un intervento non violento di pacificazione, arabo e internazionale, con partecipazione di volontari locali. Non capisco infatti perché Gandhi non possa essere d’ispirazione per risolvere il conflitto siriano in corso. Chiedo che si formi un corpo di 50.000 “accompagnatori” non violenti, disarmati, provenienti da tutto il mondo. Dico “accompagnatori” e non osservatori perché questi ultimi sono percepiti da molti in Siria come le avanguardie delle invasioni armate e come dei censori mossi da inimicizia. Anche la parola “internazionale” puzza in Siria di complotto e provoca reazioni negative. Dovrebbero essere invitati dalla Siria stessa, su proposta ONU, degli accompagnatori esponenti della Croce e Mezzaluna Rosse, degli scout, di Sant’Egidio, della Non Violente Peace Force, insomma di esponenti della società civile planetaria, al fine d’aiutare la maturazione democratica della Siria. Non c’è bisogno di forze armate internazionali che si percepiscono qui come forze d’occupazione golpiste, mosse da interesse economico e strategico. La violenza criminale può e dev’essere contrastata dalla polizia dello Stato in cooperazione con la popolazione locale e con il controllo della stampa libera e degli “accompagnatori”. 
Purtroppo la parte centrale della compagine civile, in grado di negoziare la maturazione democratica, sembra sempre più assorbita dalla polarizzazione e militarizzazione del conflitto in corso.
Non è la prima volta che faccio proposte del genere. Nel 2001 avevo suggerito di creare un canale d’uscita dei combattenti arabi dall’Afghanistan, gente che per decenni era stata ingaggiata, anche dagli Stati Uniti, per andare a liberare Kabul e che di colpo si scopriva essere ostile e terrorista. Bene, oggi, 2011, si parla di negoziato con i talebani, dopo 10 anni di guerra feroce, tanti morti e infinite sofferenze! Nel 2003, per l’Iraq, durante un digiuno pubblico, avevamo dichiarato che non si poteva tacere perché il regime di Saddam Hussein era intollerabile, ma non si poteva nemmeno fare la scelta della guerra. E si sa quel che è successo dopo.

Lei caldeggia dunque la via dei negoziati. Eppure in un documento che avete diramato per la Pasqua 2011 si legge che «i danni inferti alla società siriana sono già irreparabili». Oggi non è decisamente troppo tardi per negoziare?

Il passo che Lei cita si riferisce alla situazione della Siria nella primavera scorsa, quando si ventilava ancora la possibilità d’un cammino riformista di lungo respiro condotto dal presidente Bashar al-Assad. Questo, a causa della violenza – dicevamo – non era più facilmente realizzabile, e ancora meno lo è oggi, a causa della radicalizzazione del confronto. Si è creata ormai una cristallizzazione delle parti in conflitto. La democratizzazione del Paese implica oggi un negoziato tra i protagonisti del conflitto armato e quindi necessita di efficaci mediazioni, specie se si tiene conto che le difficoltà interne alla Siria non sono separabili dalle tensioni regionali. La responsabilità e il compito della presidenza restano grandi, perché è chiamata a creare le condizioni per un graduale trasferimento di poteri dal vecchio sistema a partito unico a quello compiutamente democratico che la nazione sceglierà.

Tuttavia non sarebbe la prima volta che la Siria vive un’esperienza di pluralismo. È già successo negli anni Cinquanta ed è stato un periodo molto instabile, che si è chiuso solo con l’avvento al potere del partito Ba’ath.
Non credo che si possa tracciare un parallelo con quel periodo. All’epoca la Siria non sapeva bene in che campo collocarsi e oscillava tra le democrazie occidentali e l’Urss, finché ha optato per un regime a partito unico. Inoltre, al tempo, i Fratelli musulmani non avevano elaborato culturalmente una prospettiva democratica, mentre oggi è diverso.

Prima rilevava che nessuna delle due parti ha oggi gli strumenti per prevalere sull’altra. Quindi non resta che aspettare che una si esaurisca?

Le due parti non si esauriranno, perché la Siria è oggi il teatro d’un vasto conflitto regionale. Qui si gioca la tensione tra Stati Uniti e Russia, Turchia e Iran, sunniti e sciiti, concezione laica dello stato e visione religiosa della società, e, a livello interno, si assiste all’emergere di specificità geografiche che finora non avevano trovato adeguata espressione … Tutto questo significa che le possibilità d’alimentare il conflitto sono pressoché infinite. Ma la novità non è qui. È nel desiderio d’emancipazione dei giovani, che è un immenso fatto nuovo, un elemento di squilibrio negli equilibri conflittuali tradizionali.

Al vostro monastero che cosa fate?

In continuazione, lungo i difficili mesi trascorsi, ci siamo chiesti quale fosse il nostro dovere. La nostra condizione monastica ci tende come la corda d’un arco tra la prospettiva escatologica che consiglierebbe di pregare di più e parlare di meno, impegnandoci per la crescita spirituale delle persone, e l’incarnazione nella storia che richiede il coraggio, anche assumendo la relatività delle nostre posizioni, d’indicare delle prospettive di “liberazione” nel contesto concreto. Abbiamo elaborato dei documenti diffondendoli in rete in diverse lingue; abbiamo fatto otto giorni di digiuno per la riconciliazione che hanno avuto un impatto non indifferente negli ambienti giovanili più avanzati; continuiamo a ricevere persone che desiderano confrontarsi e trovare nel monastero il luogo del dialogo e della maturazione spirituale in relazione a questo tempo tragico. Avviamo anche la produzione d’un formaggio di buona qualità per essere meno dipendenti dalla carità internazionale … Soprattutto viviamo giorno per giorno l’angoscia di questo Paese cercando di trasformarla in solidarietà e speranza.

Vorrei sottolineare un segno positivo: qualche giorno fa, come ho accennato nella premessa, il governo ha iniziato a permettere un accesso più largo e pluralista ai giornalisti stranieri. È un fatto cruciale, che cambia anche la nostra situazione. La libertà di stampa rappresenta una precondizione per la riconciliazione attraverso il negoziato. La scelta dello Stato, se confermata, potrebbe evitare un prolungarsi drammatico della guerra. La libertà d’informazione riduce il numero degli uccisi.

Al-Jazeera è presa da molti in Occidente come una fonte informata sui fatti siriani. Lei come la considera?

È un canale televisivo di partito. La sua azione ha concorso allo scatenarsi dei movimenti rivoluzionari dello scorso anno, e questo va riconosciuto senz’altro. È stata un elemento straordinario di rottura del monopolio dell’informazione da parte dei governi totalitari e un fattore di cambiamento. Tuttavia, riguardo alla Siria, ha scelto l’opzione militare; milita contro il regime in modo partigiano e quindi ne soffre l’obiettività dell’informazione. Assistiamo a una guerra civile televisiva prima ancora che sul campo. Vediamo sotto i nostri occhi una rissa tra i canali TV che oppone realtà come al-Jazeera ai media controllati dall’establishment, anch’essi abili nel difendere la loro causa. Sono convinto che assicurare una libertà di stampa generalizzata favorirebbe un ascolto delle buone ragioni e di conseguenza aiuterebbe la pacificazione.

Lei fa riferimento a questo diffuso desiderio di democrazia e di partecipazione della società civile, ma dove lo percepisce? Come si esprime?

Appunto, non nei media, dove circolano le teorie complottiste più disparate. Si parla d’una grande intesa, tra Stati Uniti, Israele, al-Qaeda, salafiti, Fratelli musulmani, e Lega araba, che mirerebbe ad abbattere l’ultimo Stato arabo che ancora non abbia capitolato di fronte al progetto sionista e non abbia rinunciato a combattere l’imperialismo ... È evidente che a questo livello discutere è difficile. Vedo tuttavia l’emergere della società civile nella vita di tutti i giorni, la vedo nell’amore di patria di tutti coloro che sono disposti a pagare di persona. Noto una straordinaria maturazione civile e morale nei giovani che si impegnano per il cambiamento.

La grave difficoltà è che pure settori colti e socialmente avanzati della società, anche degli ambienti ecclesiali, si lasciano andare ad una logica estremista e radicale che si esprime in frasi come: “tutto, ma mai consegnare lo Stato ai Fratelli musulmani!”. Addirittura alcuni cedono a logiche genocidarie, per cui se, per salvare il Paese, bisogna uccidere milioni di persone, pazienza. La radicalizzazione del linguaggio crea una spirale di violenza senza uscita. Non mi faccio illusioni e non mi dispero. I violenti di oggi e i loro figli sono chiamati a diventare i cittadini di domani. Certo è un dovere di tutti, globale, quindi a maggior ragione mediterraneo e italiano, quello di operare immediatamente per evitare il peggio.

Quanto importante è stato il ruolo dei nuovi media?

Direi che è stato fondamentale. Senza i nuovi media la logica della repressione avrebbe potuto operare senza difficoltà. Non ci sarebbe stata la Primavera araba, o almeno avrebbe preso forme molto diverse, “più classiche”: concentrazione degli insorti in una regione e sua progressiva estensione, come, per il passato, in Vietnam, Nicaragua, Kurdistan iracheno ecc. Senza il controllo internazionale, permesso dai new media, ci sarebbero stati massacri più gravi ancora. La repressione capillare diventa relativamente impotente, a causa della pressione internazionale costruita sull’uso dei nuovi media, della maturazione civile, specie giovanile, favorita dai network e anche della nuova militanza religiosa che si organizza in rete.

Quante armi ci sono in giro in Siria, oggi?

Bisognerebbe sapere quante ce n’erano già prima. In previsione di tempi bui, ognuno tende a prepararsi i suoi arsenali domestici. Detto questo, la frontiera libanese è un colabrodo, l’Iraq altrettanto (durante la guerra contro gli alleati occidentali il confine siro-iracheno era spesso oltrepassato da combattenti islamisti sunniti …), il contrabbando con la Turchia è fiorente, i deserti sono difficili da pattugliare. Coloro che vogliono sostenere dall’esterno i gruppi armati non sono pochi e sono già efficaci.

Scusi se insistiamo, ma non trova che sia purtroppo più facile armare i contendenti piuttosto che far emergere uno spazio di dialogo?

Francamente, se scoppia la guerra contro l’Iran, qui le cose si possono muovere molto, molto rapidamente ma anche molto tragicamente. Penso che occorra avviare un negoziato serio con l’Iran, che consenta al Paese di accedere allo status di potenza nucleare, a certe condizioni, per creare un equilibrio di deterrenze nella logica della guerra fredda, ma in modo molto più concordato e limitato. India, Pakistan e Israele sono già nucleari. In ogni caso solo un disarmo nucleare generalizzato e planetario, garantito da una vera autorità mondiale, renderebbe ingiustificate le aspirazioni iraniane. Andiamo allora a dialogare con l’Iran e impegniamoci per fare della Siria un luogo d’incontro e di accordo tra sunniti e sciiti. Questo aspro confronto inter-comunitario si sviluppa in tutta la regione: in Bahrein, in Yemen, in Arabia Saudita, in Libano, ecc. Cerchiamo dunque di esprimere una grammatica alternativa a quella del tanto peggio tanto meglio.

Qual è il punto sorgivo di queste rivoluzioni? Perché proprio nel 2011?

Per i tre paesi nord-africani, Egitto, Libia e Tunisia, l’insopportabilità del passaggio generazionale del potere di padre in figlio sembra aver segnato il destino di quelle dittature. I popoli non sopportano più l’idea d’esser trattati come proprietà privata e oggetto di eredità. L’opposizione era già molto forte. Poi all’insopportabilità del presente si è aggiunta la crisi economica e direi anche una vera e propria maturazione giovanile, al cui sviluppo – tra l’altro – l’Europa ha concorso e per lungo tempo, attraverso istituzioni come la Fondazione euro-mediterranea Anna Lindh e le varie forme di cooperazione internazionale allo sviluppo. Si è così arrivati al punto di rottura dopo che per anni gli egiziani hanno gridato per le strade “kifâya”, lo slogan della pre-rivoluzione: Basta!

Padre Paolo, quale ruolo può giocare l’Italia?

Roma, nel dopo Berlusconi, può di nuovo aspirare a giocare un ruolo significativo e quindi conviene che si muova per proporre immediatamente un tavolo negoziale tra i belligeranti sul campo e anche tra i belligeranti residenti fuori dalla Siria. Spero che il ministro Riccardi, che ama questo Paese, possa fare delle proposte efficaci. Allo stesso tempo, anche la Chiesa italiana può dire una parola nel senso della risoluzione non violenta dei conflitti regionali, può favorire la creazione d’uno spazio negoziale e promuovere la mediazione internazionale. Mi aspetto anche dalla Chiesa italiana che si impegni per la creazione di corpi volontari non violenti e interreligiosi di “accompagnatori” della pace.

Il negoziato è perseguibile all’infinito?

Bisogna cominciare subito, perché il tempo a disposizione è poco!

Chi è P. Paolo Dall'Oglio

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