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mercoledì 5 settembre 2012 19:11

La lezione di Paolo, innamorato della Siria

Addolorato per l'inerzia del mondo davanti al martirio della Siria padre Paolo Dall'Oglio spiega così il suo sciopero della fame. Per amore della Siria

Padre Paolo Dall'Oglio, espulso dalla Siria dopo trent'anni di servizio al popolo siriano che non ha voluto trasformare in servizio al regime siriano, apprende con dolore la notizia della strage dei bambini in Siria e ne trova la triste conferma della giustezza della sua scelta di cominciare un digiuno, interrotto solo la sera bevando dell'acqua, per la Siria. Un digiuno solitario, come si addice ad un uomo che si definisce un "profeta fallito", visti i suoi sforzi di richiamare da mesi e mesi l'attenzione sul paese dove ha operato per 30 anni, prima di essere espulso da Bashar al-Assad.
Così le analisi si accavallano ai ricordi,tantissimi, di ogni tipo. Ricorda ad esempio, e con affetto, alcuni suoi confratelli: 

"uno di loro in particolare, amatissimo dai suoi studenti, pur essendo un sostenitore del regime ha insegnato loro tutte le categorie che li guidano nel loro impegno contro il regime, per la rivoluzione. E' un prete vero, che crede in quel che dice, a differenza di altri religiosi che sono al servizio dell'odio, dell'islamofobia, della propaganda che capovolge la realtà, tanto è vero che insultano la rivoluzione da uno dei suoi epicentri, Qara, senza che nessun rivoluzionario gli abbia torto un capello. Mi sembra la riprova che per capire cosa accade in Siria non si debbano alzare paletti, steccati ideologici o religiosi, perché la vera posta in gioco è la distruzione di una società moderata e pluralista, trasformandola nel ring dove ognuno regola i conti con il suo nemico, producendo di conseguenza logica l'ovvio frutto della disperazione, l'espansione dell'area dell'Islam incontrollabile. 

E' questo il prodotto dei calcoli cinici, della primazia degli interessi geostrategici russi, iraniani, americani, sauditi e così via. E invece bisognerebbe ascoltare la voce dei giovani siriani, dei giovani della Primavera. Loro hanno voltato pagina, hanno chiuso con l'omertà nei confronti degli interessi mafiosi dei regimi e avviato la costruzione di una cultura politica transnazionale e postnazionale aperta alla responsabilità globale. 
In questo le società islamiche, i giovani arabi, si sono dimostrati molto ricettivi nei confronti del messaggio del Sinodo per il Medio Oriente. Lì la chiesa si dimostrò capace di porsi in sintonia con i desideri e problemi reali di questi popoli e questi popoli si sono ritrovati in sintonia con la chiesa. Certo, le gerarchie sovente in Siria parlano un altro linguaggio, ma bisogna capirli i cristiani: anche quelli favorevoli al regime sono controllati, spiati quotidianamente, non godono di alcuna libertà espressiva, temono la punizione, come tutti gli altri. 

Ma sono molti i cristiani che operano nella e per la rivoluzione, e non vanno cancellati, come non vanno cancellati gli sciiti, i drusi, i beduini, gli alawiti, tutte componenti presenti nella rivoluzione e che oggi non hanno altra scelta che pensare alle armi. Hanno il diritto alla legittima difesa ma qualcuno dovrebbe pensare al dopo, a questo dovrebbe servire la comunità internazionale. Invece sceglie come proprio inviato il complice di vecchi regimi, l'algerino Brahimi: inviato a far cosa? A preparare la divisione futura della Siria?"

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