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11 October 2012

Speciale Siria. 3/5 Continua

Restate all'inferno
di Gabriele Del Grande

ATMA (IDLIB) - Appese ai rami d'olivo, un tempo simbolo di pace, pendono le altalene dei bambini. Vuote. E tra le radici dei vecchi alberi siedono cerchi di padri di famiglia sconfitti. Versano il tè nei bicchieri, e tra una sigaretta e l'altra si interrogano sul domani. “La Siria non ci vuole, la Turchia nemmeno. Dove dobbiamo andare? Dicono che siamo terroristi! Ma io vedo solo donne e bambini qua intorno! Sono loro i terroristi?”. Aala è arrivato ad Atma tre giorni fa, da Daira Azza. È ferito alla schiena. Una scheggia della bomba che gli ha distrutto la casa. Dalla sua tenda si vede bene la frontiera. È lì davanti, a quattrocento metri di distanza. Ha la forma di una rete di ferro che percorre il crinale della collina come la cicatrice di una vecchia ferita. Ma vista dagli oliveti di Atma assomiglia di più a una gabbia. Sì perché nell'ultimo paese siriano prima del confine turco di Rihanli, migliaia di civili in fuga sono intrappolati in mezzo ai campi.

Vengono da Rastan, Jebal Akrad, Homs, Hama, Aleppo e persino Damasco. Sono soprattutto donne e bambini. Scampati ai bombardamenti aerei sui civili e ai massacri commessi dal regime nelle campagne insorte. Negli occhi hanno la paura di chi ha visto scorrere troppo sangue e ha deciso di andarsene prima che sia troppo tardi. Ma sulla loro strada hanno trovato una porta sbarrata.

Dalla fine di agosto infatti la Turchia – che già ospita 98mila profughi siriani - ha chiuso la frontiera a tutti i siriani senza regolare passaporto. In attesa di allestire nuovi campi e smaltire il malcontento della sinistra turca e della minoranza alawita di Antakya che chiede l'espulsione di tutti i profughi siriani accusati di coprire un complotto islamista contro Assad. Gli ingressi sono contingentati: poche centinaia di persone a settimana.

E così nella sola Atma, in un mese si sono accumulati più di 25mila rifugiati a fronte dei 7mila abitanti del paese. Circa 15mila sono ospitati nelle case della gente, non c'è famiglia che non si sia fatta carico di altre due o tre famiglie di sfollati. Cinquemila persone sono ospitate nelle scuole del paese. E altre cinquemila sono letteralmente accampate in mezzo a un uliveto, lungo la frontiera. I più fortunati dormono nelle tende spedite dalle associazione turche. Gli ultimi arrivati invece hanno soltanto dei teli stesi tra un ulivo e l'altro per creare un minimo di intimità.

A fronte di cinquemila presenti, ci sono soltanto due bagni chimici e una cisterna d'acqua, talmente calcarea che è bianca come il latte. Ma alternative non ce ne sono. E i bambini la bevono lo stesso, prima di andare a giocare intorno ai fuochi dell'immondizia. Gli abitanti di Atma si adoperano per fare il possibile, ogni sera passa un camion di volontari a distribuire cibo e coperte, ma il problema è ben oltre la loro portata.

Intanto i massacri in Siria non conoscono fine. L'ultima strage di civili è accaduta a Kafr Awid, un paesino sulle montagne del Jebal Akrad, tre giorni prima del mio arrivo ad Atma. Nel giro di mezz'ora gli aerei di Assad hanno scaricato 12 barili-bomba imbottiti di tritolo sulle case del paese. Nel bombardamento, che ha distrutto decine di case e provocato decine di feriti, sono morte venti persone, tutti civili.

Osama quel giorno non ha chiuso occhio. È un infermiere di 35 anni, sposato, tre figli. A Kafr Awid aveva allestito un ospedale da campo a casa sua per curare clandestinamente i feriti dei combattimenti. Dopo gli ultimi morti però ha deciso di arrendersi. E di mettere in salvo la propria famiglia. Sulla sua testa pende un mandato d'arresto, che con i tempi che corrono significa una condanna a morte. Perché questa è una guerra che non fa prigionieri. E nessuno lo sa meglio della gente di Kafr Awid.

Osama ricorda bene la data. Era il 20 dicembre 2011. Quel giorno le truppe di Assad bombardarono senza sosta il paese costringendo le brigate dell'esercito libero al ritiro. I rastrellamenti iniziarono subito dopo. I militari del regime controllavano casa per casa, alla ricerca di tutti i sospetti. Ovvero di tutti gli uomini in età da combattimento. I ragazzi però - racconta Osama – si erano nascosti nella vallata del fiume dietro la collina. Centodieci uomini tra i venti e i trent'anni. Quando i militari li trovarono, ordinarono ai carri armati di fare fuoco, dall'alto. Dopodiché scesero con i coltelli a finire i superstiti.

Un video su youtube conferma il drammatico racconto di Osama. Lui di quel giorno ricorda i pianti delle madri e delle spose. E l'immagine dei cadaveri ammucchiati uno sull'altro sul carrello del trattore con cui li portarono al cimitero per seppellirli in una grande fossa comune. Mentre ne parla, non smette di fissare la frontiera con la Turchia. La verità è che anche se l'esercito libero siriano controlla una striscia di trenta chilometri di territorio tra qui e Aleppo, Osama non si sente affatto al sicuro. E non è l'unico ad avere paura.

In fondo sono loro, i civili, le prime vittime di questa guerra. Come di ogni guerra. Perché è vero che tra i rifugiati di Atma ci sono attivisti della rivoluzione e disertori delle forze del regime. La maggioranza di chi fugge però, non ha mai preso posizione. Né per la rivoluzione, né contro il regime. Scappano soltanto perché sanno di appartenere alle città sbagliate. Scappano perché sanno che nella Siria di oggi, a decidere la vita o la morte di una persona può bastare una carta di identità.

L'ultima volta ad Aleppo è successo il 13 settembre 2012. Durante un rastrellamento, i militari del regime hanno arrestato 17 persone, comprese due ragazze di cui una incinta. Vivevano in un quartiere controllato dal regime, ma sui documenti avevano la residenza nei paesi insorti della campagna di Aleppo, adesso controllati dall'esercito libero. È bastato questo per accusarli di essere spie. Il resto è successo nel giro di pochi minuti. Li hanno messi in fila davanti a un muro, le mani legate dietro la schiena, e quindi hanno aperto il fuoco.

Fuggono da tutto questo i siriani. E non solo quelli di Atma. Da giugno a settembre il numero dei rifugiati è triplicato passando da 100mila a 300mila. Oltre ai 98mila profughi registrati in Turchia infatti, altri 200mila siriani si trovano nei campi profughi in Giordania, Iraq e Libano. Senza contare che si stima che almeno un milione di siriani abbiano lasciato il paese senza mai registrarsi nei campi profughi. E che almeno altrettanti siano sfollati all'interno del paese.

Tuttavia, lasciare la Siria sta diventando più difficile. Soprattutto per chi non ha un passaporto. E allora non resta che affidarsi ai contrabbandieri. Prima per entrare in Turchia e poi per continuare il viaggio. Magari verso la fortezza Europa. Dove l'asilo politico te lo danno ma devi prima giocarti la vita in mare, visto che viaggiare con i visti è un privilegio di pochi benestanti.

Le rotte sono le stesse di sempre. Portano dalla Turchia in Grecia e da lì in Italia, dove soltanto tra agosto e settembre sono sbarcati centinaia di siriani tra la Puglia e la Calabria. Altri continueranno ad arrivare nei prossimi mesi. E come vanno a finire queste storie lo abbiamo imparato da tempo: con altri morti e altro dolore.

L'ultimo drammatico naufragio è avvenuto lo scorso 6 settembre 2012 al largo delle coste di Izmir, in Turchia. La barca stava tentando di raggiungere la Grecia. Sono annegati 58 dei 100 passeggeri. Tutti siriani, soprattutto donne e bambini. Anche loro martiri di una guerra che ha già fatto almeno 30mila morti e centinaia di migliaia di feriti.

Morti che sembrano non valere molto agli occhi della comunità internazionale. La stessa che non ha mosso un dito per fermare il massacro del popolo siriano e che adesso sembra obbligare i siriani a restare all'inferno senza troppo scomodare le nostre guardie di frontiera.

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