Fonte: http://www.missionline.org
http://oraprosiria.blogspot.it/
martedì 29 maggio 2012

Da cristiani nell'inferno siriano
di Giorgio Bernardelli 

La solidarietà dei gesuiti verso tutte le vittime. Antidoto alle nuove divisioni create dal conflitto 

DI FRONTE AL DRAMMA della Siria, che con il suo dolorosissimo carico di sangue va avanti ormai da mesi, c'è il rischio di fermarsi alle analisi. Perché effettivamente il contesto è complesso e le partite che si giocano sulla pelle di questo Paese sono molteplici (cfr. M.M. marzo 2012, p. 12). Ma non si capisce mai un conflitto fino in fondo se non si parte dalle sue storie. E una delle più emblematiche in questo senso è quella della comunità cristiani di Homs. Sì, proprio la città martire da tempo epicentro degli scontri tra l'artiglieria del presidente Bashar al Assad e le milizie sunnite è in realtà uno dei centri più importanti della storia cristiana della Siria. Nel secondo secolo ha addirittura donato un Papa alla Chiesa (Aniceto, il decimo successore di Pietro) e per alcuni secoli - secondo una tradizione antichissima - fu meta di pellegrinaggi perché qui sarebbe stata custodita la reliquia della testa di Giovanni il Battista. Ancora nel Novecento fu da Homs che la Chiesa siriaca si riorganizzò dopo gli anni durissimi del genocidio. Ma soprattutto si tratta di una città che fino a ieri - nei suoi quartieri di Bustan el-Diwan, Hamiddyyé e Arzoun - era abitata da oltre 90 mila cristiani.

Oggi invece a Homs non restano che una manciata di fedeli: prostrati dalle bombe che cadono su tutti, impauriti dalle minacce dei miliziani filo-qaedisti infiltratisi tra le file della «resistenza siriana», in decine di migliaia hanno abbandonato le loro case per cercare rifugio sulle montagne vicine, a Damasco o addirittura in Libano. Tra i pochi rimasti a Homs c'è la piccola comunità dei gesuiti, due padri olandesi e uno siriano, cui faceva capo la scuola di Bustan el-Diwan. «Nel quartiere non siamo rimasti che noi ad occuparci della nostra casa e di quelle di quanti sono partiti», hanno scritto qualche settimana fa in una lettera pubblicata dal quotidiano francese La Croix. Un messaggio in cui non hanno nascosto le difficoltà: i colpi di artiglieria non hanno risparmiato le loro mura. E poi ci sono state le tensioni create dallo spostamento di popolazioni da un quartiere all'altro: quando la battaglia infuriava più violenta dai quartieri sunniti molti musulmani si sono spostati nelle case lasciate vuote dai cristiani. E oggi non c'è più nessuno che a Homs sia in grado di ridare a ciascuno il suo. Il che sta creando nuove pericolosissime divisioni.

ANCHE IN UN CONTESTO così difficile, però, la comunità dei gesuiti di Homs ha scelto di spendersi al servizio di chiunque abbia bisogno. «All'inizio - hanno raccontato ancora - avevamo deciso di sostenere una sessantina di famiglie particolarmente bisognose. Ma sono diventate molto in fretta cinquecento. E adesso siamo a diverse migliaia». A sostenere questo impegno è l'Oeuvre d'O¬rient, storica ong francese attiva nell'aiuto alle Chiese d'Oriente; ma non è un compito facile: manca tutto e sotto i colpi dell'artiglieria le stesse comunicazioni diventano spesso impossibili. Del resto il volto della solidarietà è quello attraverso cui già da anni li conosceva la gente di Homs. Anche attraverso l'esperienza del progetto Al Ard, il centro realizzato negli anni Ottanta su una collina a qualche chilometro dalla città da padre Frans Van der Lugt, con l'obiettivo di far lavorare insieme cristiani e musulmani allo sviluppo rurale della zona. E dal 2000 si è affiancata anche un'opera ancora più significativa: un centro per ragazzi con handicap mentale, una quarantina provenienti dai villaggi vicini, anche loro coinvolti nelle attività agricole come attività di inserimento sociale. Luogo di incontro tra gli uomini e le donne delle diverse religioni, aperto alla voce dello spirito.

È chi ha vissuto come padre Frans questa esperienza che resta oggi sotto le bombe di Homs. Scommettendo su una fraternità più forte di ogni bagno di sangue. E provando ad ascoltare la voce di Dio anche dentro questa tragedia. Un racconto emblematico in questo senso la comunità lo ha affidato qualche giorno fa al sito dei gesuiti del Medio Oriente: la storia di un incontro con una famiglia di profughi, una quindicina di persone ferme a lato della strada, cariche delle loro borse. «Dove andate?», chiede loro uno dei padri. «A qualsiasi fermata dell'autobus verso Damasco». Il pulmino sarebbe omologato per otto persone, ma riesce comunque a ospitare tutti. «Da dove venite?». La risposta è quella più prevedibile: Bab Omar, uno dei quartieri più devastati dagli scontri. «Ci hanno cacciato via», precisa il capofamiglia. «Chi?», domanda il padre. Silenzio. La paura è ancora tanta, meglio non sbilanciarsi di fronte a uno sconosciuto.

«Avete parenti o amici a Damasco?». L'uomo scuote la testa. «E allora da chi andrete?», insiste il religioso. «Dovunque ci siano persone buone - risponde l'uomo -. Anche tu ti sei fermato e ci hai caricati sul pulmino senza che fossimo tuoi parenti». «"Dovunque ci siano persone buone": c'è rimasta nelle orecchie a lungo questa meta - hanno scritto i gesuiti di Homs -. Insieme alle parole del Vangelo di Giovanni: "Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Gv 1,11-13)».

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