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21 aprile 2012

Siria, le donne di Homs
di Pierangela Zanzottera

Homs, la terza città della Siria, a pochi chilometri dal confine libanese, è tradizionalmente nota in tutta il Paese per la bellezza delle sue donne. Se si percorrono i quartieri di al-Hamidiya, al-Zahra, al-Arman, Bistan al-Diwan, Hay al-Sabil, al-Muhagirin, al-Madabyà, Karm al-Zaitoun, al-Nizha, abitati dalle minoranze religiose, sarà facile incontrare donne fiere che affrontano la vita a volto e capo scoperti, solo quelle più anziane usano fermare i capelli in un foulard.

In questi quartieri abitano le donne che hanno deciso coraggiosamente di aprire il loro cuore e di offrire una testimonianza. Sono donne che abbiamo scelto di lasciare senza nome, per tutelare la loro incolumità e perché non serve un nome per sentirle più vicine. Date voi il nome che preferite ad ognuna, se credete.

Tutte appartengono a famiglie comuni, come a Homs ce ne sono tante, alawite e filo governative, non particolarmente abbienti (contrariamente a quanti sostengono che tutti gli alawiti siriani siano benestanti perché membri della setta che è al potere), prive di esponenti nell’esercito o nella pubblica amministrazione. Alcune sono dipendenti pubblici, altre lavorano in aziende statali, altre ancora hanno un lavoro autonomo; i figli e i nipoti, numerosi, frequentano scuole statali; non sono solite frequentare i luoghi di culto, pur rispettando i dettami religiosi; tutte amano il proprio Paese e rispettano il governo in carica.

Nella città, ci dicono, da ormai diversi mesi è scattato un naturale coprifuoco: “Dopo le cinque del pomeriggio non si può circolare, i proiettili vaganti sono troppi e il rischio di venire colpiti è talmente elevato che bisognerebbe avere delle ottime ragioni per volerlo affrontare. Anche le vie troppo grandi sono da evitare, perchè sono quelle che i cecchini prendono più facilmente di mira. Ieri mia sorella stava attraversando una strada che l’avrebbe riportata a casa e all’improvviso ha sentito un soffio passarle dietro la nuca e scompigliarle i capelli: una pallottola. Il soffio della morte. Ma non era ancora giunta la sua ora e terrorizzata, ma illesa è riuscita a tornare a casa. Si assiste alla morte violenta di amici, vicini, parenti come a un evento naturale in attesa di intuire chi potrà essere la prossima vittima augurandosi che non tocchi a noi e, subito dopo, sperando che tocchi a noi pur di non continuare a vivere così, con questa paura e questo senso di impotenza addosso. Purché ci risparmino la tortura e permettano ai nostri cari di piangerci. Ma che vita è questa? E cosa abbiamo fatto noi per meritarci una tale tortura quotidiana che non ci abbandona mai, ma ci segue costantemente notte e giorno, giorno e notte, e non ci lascia dormire, lavorare, vivere, ci toglie le piccole gioie quotidiane, quello per cui vale la pena di stare al mondo.”

Una giovane donna, che vive al confine con la zona di Bab Tadmour, racconta con ancora la paura negli occhi delle terribili giornate delle scorse settimane: “I terroristi hanno cercato di invadere il nostro quartiere e hanno impedito agli abitanti di uscire, quanti non sono riusciti a fuggire si sono ritrovati bloccati nelle case, rifugiati nelle stanze più interne, lontani da porte, finestre o balconi con il timore di venire colpiti dagli spari. In quegli interminabili giorni pensavo solo a come proteggere i miei bambini, alla prima occasione siamo fuggiti da parenti in una zona più tranquilla e i miei figli hanno cambiato scuola; ma ero in pena per mio marito, rimasto solo a presidiare l’appartamento per evitare che venisse occupato dagli armati, devastato e utilizzato come base per nuovi attacchi, come accaduto a molti nostri vicini. Mentre ero ospite dalla mia famiglia d’origine, un giorno sono arrivati dei militari, con noi c’era anche mio zio. Il sangue mi si è fermato. In un istante interminabile ho ripercorso tutti i volti cari e mi sono chiesta a quale di loro avrei dovuto dire addio questa volta. La vittima era mia zia. I militari erano venuti fin lì a cercare il nostro ospite per informarlo che la moglie, mentre stendeva i panni sul tetto di casa era stata colpita da una granata. A Homs si muore anche così, mentre si stanno compiendo le azioni più innocenti e naturali, come apparecchiare, cenare, mangiare un biscotto, giocare o stendere i panni all’aperto. Non potrò mai dimenticare lo sguardo di mio zio in quel momento. Non c’è spiegazione per una simile sofferenza, non ci sono parole da pronunciare in un momento così. E in silenzio ci siamo congedati. Quando, dopo quasi un mese, siamo riusciti a tornare nelle nostre case non riuscivo più a riconoscere il mio quartiere, quelle strade che tante volte avevo percorso e che padroneggiavo palmo a palmo ora mi sembravano estranee, come profanate, contaminate da un morbo misterioso che le stava devastando. Sapevano solo di morte e dolore.”

E difficoltoso, come racconta un’altra, è anche raggiungere i luoghi di lavoro: “Io lavoravo in un ufficio comunale nella zona centrale della città, poco distante dal suq al-Hashish, un lavoro gratificante, che mi permetteva anche di dedicarmi alla famiglia nel resto della giornata. Questo fino alla scorsa estate, quando raggiungere l’ufficio è iniziato a diventare ogni giorno un po’ più complesso, fino a trasformarsi in un vero e proprio azzardo. Se all’andata non avevo problemi, spesso all’uscita dovevo muovermi con circospezione, più volte darmi alla fuga fino a mettermi in salvo nella zona cristiana due chilometri più in là. Tutte le donne che osavano avventurarsi da quelle parti sole e non velate venivo guardate con sospetto. Ricordo che una volta sono stata costretta a nascondermi da un gruppo di una decina di individui barbuti armati di sciabole, coltelli e bastoni e per un soffio sono riuscita a prendere al volo un taxi di passaggio. Ora da ormai due mesi gli uffici sono stati chiusi per motivi di sicurezza e tutti i dipendenti costretti a casa. Ogni tanto mi sorprendo a pensare a come sarà diventata quell’area della città che non ci appartiene più e vengo invasa dalla desolazione. Anche la vita di mio marito è cambiata da allora, lui è uno dei dipendenti della ditta petrolifera appena fuori città. Da quando, il 5 settembre scorso, il pulmino adibito al trasporto degli operai è stato assalito da un gruppo armato e tre dei passeggeri sono morti, ad ogni viaggio trattengo il respiro. Ora, per evitare troppi rischi inutili, viene e va da lavoro ogni tre giorni, in casa io e i nostri cinque figli sentiamo molto la sua mancanza (non siamo mai stati separati neppure un giorno da quando siamo sposati), ma almeno sappiamo che laggiù  è al sicuro e ci facciamo forza a vicenda”.

Le fa eco una terza, insegnante: “Fino a tre mesi fa insegnavo in una scuola di al-Bayada. Tutta la mia famiglia mi sconsigliava di attraversare ogni giorno la città per arrivare fin lì, in un quartiere controllato da terroristi che ci odiano, ma io sono un’insegnante, è mio dovere andare dove mi è stato assegnato. Del resto, che colpa ne hanno i miei alunni di questa assurda situazione? Perché far pagare loro anche questo? Non è già abbastanza il peso con il quale abbiamo caricato le loro giovani vite? Nessuno, quanto noi insegnanti, ha avuto modo di rendersi conto di quanto questi stravolgimenti abbiano inciso sulla vita dei bambini. Ognuno di noi porterà i segni di quanto sta accadendo, ma loro, vittime innocenti per eccellenza, che si sono visti strappare via familiari, amici, case, giochi, serenità, più di ogni altro. Per quanto stanno sopportando non c’è giustificazione. E noi insegnanti, madri di famiglia, mogli, sorelle, figlie di tante, troppe vittime, non siamo state preparate per offrire un supporto psicologico adeguato a queste povere anime, non sappiamo cosa dire, come spiegare quanto stiamo subendo. Mi sono arresa dopo l’ennesima giornata in cui mi sono trovata bloccata nell’istituto, chiusa ogni via di accesso alla strada, minuti, ore interminabili durante le quali non ho fatto che pensare ai miei figli e a quanto insensata poteva essere una morte così, non mi importava a cosa sarei andata incontro, il rapimento, la tortura, l’uccisione efferata, temevo solo di abbandonare i miei cari nel momento in cui potevano avere più bisogno di me. Senza pensarci ho chiamato mio padre e in preda alle lacrime l’ho salutato per l’ultima volta e gli ho affidato quanto ho di più caro al mondo: i miei tre figli. Poi, non so bene come, è arrivata la salvezza. Quello é stato il mio ultimo, terribile giorno ad al-Bayada. Il giorno seguente ho chiesto e ottenuto il trasferimento in un’altra zona più vicina a casa. Dopo di allora non ho più visto la mia scuola e i miei alunni, ma non passa giorno senza che non pensi a loro e alle loro famiglie. E i loro destini sono parte di me”.

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